Cura del tremore non riuscita
5 Novembre 2019
laFonteTV (4253 articles)
Share

Cura del tremore non riuscita

La storia ha inizio dopo la lettura di un articolo su Il giornale 24.it dal titolo All’ospedale di L’Aquila eliminato il tremore parkinson. Poi, ci sono state altre verifiche fatte su internet: tutte parlavano di un trattamento ritenuto una vera innovazione all’ ospedale “San Salvatore” de L’Aquila. Diversi articoli pubblicitari parlavano di un casco costato 7 milioni di euro, ma anche del “tremore essenziale”: a questo ero interessato.

Insieme a un amico con lo stesso problema ho accolto queste notizie come un segno di speranza. Insieme facciamo tre viaggi a L’Aquila: il primo per una visita neurologica; il secondo per una TAC e per la risonanza magnetica, i cui valori verranno analizzati da un’equipe di medici per capire se si potrà procedere con il trattamento.

Infine il trattamento, che consiste nell’essere attaccato a un casco per alcune ore; il tutto per una durata di 3 giorni e 2 notti di ricovero. Nulla di invasivo, mi viene detto, ma un intervento invasivo avrebbe procurato meno dolore di quello che ho provato io e, nello stesso tempo, non avrei avuto esiti negativi di così lunga durata. Dopo il trattamento ricevuto al “San Salvatore” sono stato ricoverato per 42 giorni e dopo 120 giorni dal ricovero conservo ancora grossi limiti, che prima del trattamento non avevo: deambulazione faticosa con sostegno di una stampella e movimento della mano destra non sempre controllabile.

Per circa 30 giorni in ospedale non sono stato autonomo nel camminare, come anche nell’uso delle braccia, particolarmente dalla parte destra. È stato richiesto un esame cardiologico; eseguitolo, non è stato tenuto in considerazione, né tantomeno letto. Troppe cose non mi sono state dette e ad ogni controllo mi sono sentito dire soltanto “va meglio!”.

Sono passato per 3 reparti diversi (neurochirurgia, neurologia, medicina riabilitativa), ma  mi sembrava come se il trattamento non c’entrasse più: ero un malato comune, forse per farmi dimenticare i problemi fisici e psichici, subentrati dopo il trattamento, che mi erano stati procurati in ospedale.

Il 2 Ottobre  scorso il sottoscritto ha fatto di nuovo richiesta della cartella clinica, che avevo già richiesta il 27 Agosto e che, come è indicato sulla ricevuta, doveva essere spedita entro 20 giorni dalla domanda. Avevo urgenza di averla per consultare un neurologo a Termoli, dove vivo. Sono stato ricoverato al “San Salvatore” de L’Aquila dal 2 luglio al 12 agosto per conseguenze dovute a l’MRGfus, trattamento non riuscito di cui porto, come riferito,  ancora le conseguenze.

Nella richiesta scrivevo: “Vi prego di inviare la cartella clinica al più presto almeno in versione scannerizzata e, a tempo opportuno, il cartaceo, come da richiesta fattami dal neurologo della mia città per cercare di migliorare il mio stato di salute. Sono certo di un vostro sollecito riscontro, vista l’urgenza dettata dalla mia condizione fisica”.

In realtà mi era stato detto che la cartella clinica non potevano spedirmela perché l’ufficio competente era privo del personale per fare le fotocopie; per questo motivo, poi mi veniva fatta richiesta della carta d’identità; inoltre, anche della fotocopia della ricevuta della domanda della cartella clinica. La documentazione richiestami il sottoscritto l’ha sollecitamente inviata. Da quella che è stata l’esperienza ospedaliera ho capito fin troppo bene, a mie spese, che il problema era (ed è, suppongo, tuttora!) il rapporto dei dipartimenti di medicina e dell’ospedale “San Salvatore” in generale, cosa che ha messo in risalto una carenza di personale col risultato che a farne le spese sono stato io, come pure lo potrebbero essere tutti gli altri malati ricoverati.

A circa due mesi dalla richiesta della cartella clinica sono ancora in attesa di riceverla. Di qui, naturalmente scaturiscono alcune riflessioni:

– Non sono venuto a conoscenza di quante persone siano state sottoposte al trattamento sopradescritto; quanti siano stati i risultati buoni e quanti quelli non riusciti, oppure se gli effetti del trattamento che mi è stato praticato siano un’eccezione o un errore.

– Il casco non ha funzionato bene? I parametri della TAC e RM erano impropri? O l’equipe dei medici, a mio parere, mi avrebbe sottoposto al trattamento senza rendersi conto se, nel mio caso, si fosse potuto procedere o no? Negligenza del personale medico o organizzazione complessiva non efficiente?

– Certo è che dopo 5 ore di trattamento sotto il casco sono uscito completamente frastornato e incapace di camminare a causa, mi hanno detto i medici, di un edema formatosi durante il trattamento.

– In ogni caso, alla luce di quanto ho descritto, bisognerebbe interrompere l’uso della macchina, sospendendo la sperimentazione medica in ospedale.

– Dopo 42 giorni sono uscito dall’ospedale; ne sono passati altri 75. Oggi sono migliorato, ma le mie condizioni rimangono precarie.

Non c’è nessuna volontà di conseguire alcun profitto o di fare richiesta di risarcimento, ma solo l’esigenza di portare a conoscenza un’esperienza vista con speranza ma vissuta male. Ora si aggiunge un insensibile ed ingiustificato ritardo per la consegna della cartella clinica. Avverto profonda e forte l’esigenza che tutti sappiano! Che tutti comprendano che di internet o di qualunque altro mezzo di comunicazione non sempre ci si può fidare. Vorrei tanto che si sappia che in qualunque ospedale debba esserci piena collaborazione tra operatori sanitari e quanti altri abbiano rapporti di lavoro con le strutture ospedaliere.

Soprattutto in me c’è il bisogno di gridare forte che non ci siano altri a subire quello che ho patito io al “San Salvatore” durante i 42 giorni di ricovero non previsti dal protocollo del MRG.fus.☺

 

laFonteTV

laFonteTV