Dal monte al mondo: parole dovute
5 Luglio 2026
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Dal monte al mondo: parole dovute

Beppe Mariano, classe 1938, ha consacrato tutta la vita alla poesia, con cospicui successi, come l’integrale delle sue liriche dal 1964 al 2011 (Il seme di un pensiero, Aragno 2012), e numerosi prestigiosi riconoscimenti, fra i quali, proprio quest’anno, il XXX Premio Montale Fuori di Casa – Premio Speciale alla Carriera per la Poesia. Nella sua autoantologia di una parola «insorgente, ferma come un monte», La parola che ti devo (Di Felice 2025, prefazione di Riccardo Deiana), il risguardo segnala che «risiede a Savigliano, ma vive altrove, spesso alle falde del Monviso, sua montagna totemica». Un testo capitale – dedicato a Marvi Del Pozzo, sua coautrice in Consonanze. Dialogo tra due poeti all’imbrunire (la Vita Felice 2026) – si avvia con alcuni versi sulla madre (il suo nome verrà rivelato sulla vetta delle ultime righe): «Ancora giovane fu assunta nella Via Lattea» proprio nei giorni della Liberazione. Liberazione anche da «un’infanzia di guerra» che aveva fra l’altro visto «il padre prigioniero» (in un’altra poesia «Ad ogni pedalata, padre, ti cerco/ nel gelo privativo del tuo inverno»). Nella sua solitudine, il ragazzo «aveva tuttavia gambe buone», per vertiginose rampicate: «era convinto che Dio risiedesse in alto,/ appena sopra il Monviso». E qui la nostra poesia cede il passo alla prosa: «non restava quindi che salire sul Monviso, ai cui piedi viveva. […] Quante volte guardando il Monviso e la guglia piccina del Visolotto, che gli è accanto, aveva scorto nella loro congiunzione “la Madre con il Bambino”, maternale dolcezza della pittura d’ogni tempo. Da quel momento aveva iniziato a chiamare il monte non più il, bensì la MonViso». La montagna, conquistata solo in parte (ma interamente nel cuore), si faceva emblema e quintessenza della perduta madre, controfigura di «Maria Lombardo», scaturigine delle poesie che avrebbe in seguito consacrato a lei – e, insieme con lei, a tutti i più coinvolgenti e sconvolgenti aspetti della vita.
Minerva ricorda una donna tormentata dal non riuscire a trovare la propria strada: «A sera rincasa scontenta della sua giornata./ Troppi frenetici scambi le hanno imposto./ Vorrebbe vivere altrove, e poi altrove ancora,/ per sentirsi infine remota eppur nuova,/ come la casa che la ospitò ragazza […]/ La sento, irascibile, parlare col mare, la notte». Il pistillo ritrae le ultime declinanti bellezze offerte da un girasole ormai «troppo montato». Alcuni testi percorrono la rispettiva integrazione di energie e sostegni che interviene con la moglie Elda, compagna di un ormai lunghissimo sodalizio: embricati Come le tegole, i coniugi, sommando i propri difettosi sguardi, fruiscono di una percezione Multifocale del mondo. Dalla sua borsa della spesa il poeta crede di poter liberare una lucciola di quelle la cui scomparsa Pasolini lamentava… «Mi resta in mano invece/ il tuo cellulare acceso».
Non mancano, naturalmente, spaccati sulla propria attività di scrittore, come gli accenni ai piccoli dispetti fra gli affetti dalle smanie della verseggiatura (Un poeta), l’epifania di un dandy di successo davanti al quale sorge la domanda «È forse un palestrato della simil-poesia?», o la sbarazzina Le matite, che abbina a ogni colore sfruttato (blu, rosso, «color prato») una particolare temperie dell’ispirazione. «Ma è la matita nera quella che più mi attrae./ Non so se a sceglierla sono io/ o se da essa vengo scelto». Sì, perché contro i cieli «di cosmesi azzurrina» e i paesaggi montani così vivi e pieni di appassionati ricordi e poetiche interpretazioni – Lo sgelo delle nevi ricorda anche certi colori di Boris Pasternàk – sfilano tratti di militante impegno. Così la delicata, ma non meno indignata, protesta contro la violenza patita da un tenero fiore («Rosa rosae rosam/ Rosa, Rosina Rosetta…// Aveva vent’anni Rosetta/ cresciuta in fretta, alla fame,/ rincorrendo rosette di pane […]// Aveva vent’anni… e venti erano/ quelli che l’hanno stuprata,/ pur non volendo, volenti») e a tutte le donne che hanno sofferto sopruso dai partner, «secondo l’usa-e-getta del tempo». O come la toccante poesia (del 1995, ma ascrivibile all’oggi) su Jainina, «ragazza palestinese/ sopravvissuta alle stragi», fulmineo affresco di una tragica parabola esistenziale.
Per continuare insieme al nostro Direttore don Antonio una forma di opposizione disarmata e disarmante alla dilagante ferocia delle presenti guerre, chiudo questo ‘lampo’con un testo molto duro, che – partendo da un episodio minore (Il cane claudicante), ma tenendo ben presente in prospettiva i maggiori – illustra con eloquenza l’ indiscriminata crudeltà fiammeggiante in molti dei nostri attuali simili:

Il cane claudicante, senza nome
girovagante tra le macerie di Gaza,
reso sciancato da un bombardamento,
viene da un soldato con un gesto
della mano chiamato.
Gli si avvicina
incerto, a testa china: non sa
se riceverà un calcio o una carezza.
Non sa, tuttavia tremante gli si avvicina.
Il soldato gli spara, neanche fosse un bambino.

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