Dalle spalle dei giganti
“Il futuro bussa sempre alla porta di chi pensa, ma chi pensa non può che essere ben piantato nel passato. Non per replicarlo nostalgicamente, certo, ma perché anche il più geniale dei pensatori non nasce dal nulla”. La teologa Marinella Perrone affida a questo pensiero – facilmente condivisibile – l’ introduzione a un volume fresco di stampa di cui è curatrice insieme con il teologo Brunetto Salvarani. “Dalle spalle dei giganti” è il sottotitolo e la prospettiva in cui si colloca questa opera collettanea intitolata: Guardare alla teologia del futuro (Claudiana, Torino 2022). Il rimando esplicito al più frequente aforisma “sulle spalle dei giganti” è chiaro: esso esprime bene il rapporto ermeneutico di dipendenza del moderno dall’antico.
Giovanni di Salisbury, che nel 1159 nel suo Metalogicon la usa per la prima volta, attribuisce la metafora al suo maestro Bernardo di Chartres: “dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes”. Come a dire che la nostra capacità di vedere lontano non è data dalla nostra presunta statura o dall’acutezza della nostra vista, ma dalla grandezza dei giganti dai quali siamo portati in alto.
Non nasciamo dal nulla né siamo totalmente originali, neanche quando crediamo di inaugurare qualcosa di nuovo. È quanto la saggezza tagliente di Qoelet – ed è parola di Dio – andava affermando già secoli prima di Cristo: “Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. C’è forse qualcosa di cui si possa dire: ‘Guarda, questa è una novità’? Proprio questa è già stata nei secoli che ci hanno preceduto” (Qo 1,9-10). Ovviamente ciò non tarpa le ali né inibisce il pensiero di chi sa fare della memoria grata anche il grembo della gestazione inedita del futuro.
La narrazione, riportata nell’ introduzione del libro, di una singolare esperienza che accompagna la vita del tempio giapponese di Ise, può aiutarci ad entrare ulteriormente in questa dinamica che sottende la mens del libro stesso. “Questo santuario, che si trova in una grande distesa boschiva a sud di Tokyo – racconta la Perrone -, è il tempio shintoista simbolicamente più rilevante per la cultura dell’intero paese: viene distrutto e ricostruito periodicamente ogni vent’anni. Così i giovani giapponesi possono apprendere come si realizza il tempio: poi, dopo vent’anni, possono loro stessi costruire; e, infine, possono restare a spiegare ai ventenni come si fa, in un circolo continuo di rinnovamento”.
È in quest’ottica di circolo virtuoso, esistenziale prima ancora che accademico e dunque pienamente noetico, che va quindi letta l’operazione editoriale che stiamo presentando: 26 teologi (ma tra loro figurano anche due storici, il cui pensiero si è inevitabilmente intrecciato con la teologia, in un fecondo meticciamento transdisciplinare) morti nelle prime due decadi del nostro secolo, il cui pensiero è presentato a grandi linee da altrettanti studiosi che ne raccolgono il testimone e l’eredità e ad essi legati molto spesso da un rapporto biografico di discepolo e maestro. Una carrellata di tutto rispetto, nella quale si rincorrono il “cristiane- simo filocalico” di Olivier Clément e il “mondo simbolico” di Paul Ricoeur; l’ “ecclesiologia in tono minore” di Edward Schillebeeckx e il “cristianesimo disincantato” di Dorothee Sölle; la “reinterpretazione creativa della fede” di Claude Geffré e la “fede africana” di Jean-Marc Ela; la “responsabilità della speranza” di Johann Baptist Metz e la “battaglia per la libertà” di Hans Küng; la “madre della chiesa moderna” Catharina Halkes e l’ “eremita laica” Adriana Zarri. E ancora Lafont, Pannikkar, Scannone, Zenger, Alves…
Non un’operazione nostalgica e men che meno agiografica. Ma una valida mappatura in cui orientarsi in un tempo di cambiamento – o forse, meglio dire, in un cambiamento d’epoca – in cui non è sempre facile trovare le coordinate e guardare prospetticamente lontano. Provare a farlo prendendo le mosse “dalle spalle dei giganti” che ci hanno preceduto può essere un punto di partenza più vantaggioso, ma non per questo meno avvincente.
“I miei giganti mi hanno insegnato – ed è Umberto Eco a parlare – che ci sono spazi di transizione, in cui vengono a mancare le coordinate, e non si intravede bene il futuro, non si comprendono ancora le astuzie della Ragione, i complotti impercettibili dello Zeitgeist”.
Tentare di abitare questi spazi, nella fedeltà creativa e vitale a quella tradizione di cui anche essa è figlia, è una sfida grande pure per la teologia del futuro, a cominciare da oggi.☺
