Le maligne piagge
9 Aprile 2022
laFonteTV (2434 articles)
0 comments
Share

Le maligne piagge

La piaggia non è la spiaggia, anzi è il suo contrario. È un terreno in pendio, il declivio d’un monte o d’un colle: le piagge “giuso verso ‘l piano discendeano” descritte nel Decamerone, o “le maligne piagge grigie” dalle quali provengono le acque di Stige nell’Inferno di Dante. L’Italia è piena di piagge, essendo una terra di monti e colline. La piaggia è un campo difficile da coltivare, più esposto alle intemperie. Per questo gli antichi contadini non avevano scelta: dovevano lavorarle a rittochino, cioè assecondando coi solchi la naturale pendenza del suolo. Per questo in tempi successivi gli agricoltori presero a coltivare “a traverso” i versanti dei colli, adottando sistemi come il tagliapoggio o il cavalcapoggio, così che l’acqua potesse scendere a valle più dolcemente, evitando di ristagnare e senza accumularsi in grandi quantità, che prendendo velocità avrebbero rovinato il lavoro e portato via le parti più fertili del suolo. È anche grazie a queste tecniche, a metà tra l’agronomia e l’idraulica, che le piagge d’Italia sono rimaste in piedi senza ridursi a sterili colli, formando e mantenendo paesaggi che sono una mirabile sintesi del rapporto tra uomo e natura. Però la piaggia è un equilibrio delicato, un ambito che può andare facilmente a rotoli, un terreno soggetto all’ isterilimento, una condizione precaria.

Così sono i tempi che stiamo vivendo, siamo in piaggia, ed è difficile stare in piedi. La pandemia e la guerra sono i tratti del quadro attuale, con sullo sfondo la questione ambientale, colpevolmente trascurata dagli uomini e dalla politica sebbene se ne fosse consapevoli già nell’Ottocento, poi esplosa nella seconda metà del secolo scorso. La pandemia è figlia della crisi ambientale e politica, la guerra lo stesso. Sono esiti, non cause di un mondo sbagliato. Cerchiamo di capire, anziché schierarci sotto i colpi della paura e delle altre subitanee emozioni.

La guerra è il massimo della disumanizzazione perché si fonda sulla violenza e la prepotenza, produce morte e veste di tragedia i tempi che viviamo. Poi, come diceva Eschilo, la prima vittima della guerra è la verità. Ci sembra di sapere e non sappiamo. Così diventiamo tifosi anche nella guerra e quando si è tifosi si smette di ragionare perché prevale lo schieramento sulla comprensione, la creazione di un senso comune legato alla cronaca più che alla storia. Così le intemperie avanzano e l’acqua non scende più a valle con dolcezza: ristagna, producendo frane, oppure rotola giù a valle portandosi via tutto, cospargendo il terreno di detriti e macerie. Da storico sono portato a collocare quello che avviene su una linea lunga, di prospettiva, che collega il passato al futuro, rifuggendo il presentismo che ci attanaglia.

Cos’è il nostro tempo? Un insieme di cose: pandemia, guerra, difficoltà nell’accesso alle risorse, disuguaglianze, crisi della democrazia, colpi di coda del capitalismo, saccheggio della natura. Quasi quasi ci mancherà anche il pane, dato che è difficile far arrivare il grano dalle lande russe e ucraine, mentre le nostre piagge hanno smesso da tempo di produrlo. Le sciagure non vengono mai sole. Pensandoci, mi accorgo che da molto tempo per l’Europa gli inizi di secolo sono un periodo critico: le guerre d’Italia agli inizi del ‘500, la guerra dei trent’anni che partì dalla Boemia nel 1618 accompagnata dalla peste manzoniana; il ‘700 che si apre con tremende guerre di successione (spa- gnola, austriaca, polacca); l‘alba dell’800 segnata dalle pervasive guerre napoleoniche, tra cui la sciagurata campagna di Russia; il ‘900 con la prima guerra mondiale e l’epidemia di spagnola. E si rischia di continuare la serie. Ci sono sempre state ragioni e regioni scatenanti: la Boemia, la Serbia… sarà così anche l’Ucraina? Questo paese dalla storia complessa, europea di frontiera, cerniera e granaio: una storia lunga che ha uno snodo nell’indipendenza del 1991, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica; dopo comincia un atteggiamento oscillante in politica estera, guardando un po’ a est e un po’ a ovest. L’avvicinamento all’Occidente ha portato ad insurrezioni filorusse in Crimea, annessa poi da Putin nel 2014, e nel Donbass. Le elezioni del 2019 hanno visto l’ascesa a presidente del comico televisivo Zelenskij. Fin dai tempi di Clinton e di Eltsin i Paesi della Nato si sarebbero impegnati a non espandersi sugli Stati dell’ex URSS.

Ora siamo in guerra. Accanto al problema della guerra si pone sempre quello della pace, e qui entrano in campo la diplomazia, il dialogo e – specialmente nel nostro tempo – la cosiddetta opinione pubblica, che non è mai un frutto spontaneo. Ci si affretta sempre, di fronte alle disgrazie, a costruire una narrazione comune, che diventa pensiero dominante, conformismo che esclude il pensiero critico. Lo schema è sempre lo stesso: illudersi che nascondere le contraddizioni possa essere un’arma per essere compatti. È accaduto in pandemia e si ripete oggi, nell’ atteggiamento di chi non sopporta che si dica no alle armi e non solo alla guerra, che si condanni Putin e insieme si critichi la Nato e l’inconsistenza dell’Europa. Mandare armi è come entrare in guerra: che differenza c’è tra mandare un soldato armato e inviare una mitragliatrice che armerà un altro soldato? Eppure, c’è chi in piazza chiede la pace e in parlamento vota a favore delle armi e dell’aumento delle spese militari.

Siamo in bilico su per le maligne piagge, con il rischio di cadere nella palude di Stige. Ci vorrebbero buoni coltivatori per ripensare alla natura e alla pace. Stige era il fiume dell’odio che raccoglieva le acque dai colli, quasi una metafora dell’attuale senso comune e delle narrazioni stereotipate che in esso si raccolgono, di un pensiero dominante che non ammette deviazioni, preferendo il pacifismo ipocrita di chi non disdegna le armi.☺

 

laFonteTV

laFonteTV