Di fronte ai comandamenti
In Decalogo. Omaggio a Krzysztof Kieślowski, pubblicato con prefazione di Marco Cardinali nella «Collezione Poesia» di Ignazio Pappalardo Editore, la poetessa veronese Alida Airaghi dà vita a una singolare impresa: mettere in dialogo fra loro i versi e il cinema. Nella Premessa, dichiara: «I dieci episodi che compongono la serie televisiva del Decalogo di Krzysztof Kieślowski sono stati girati in Polonia tra il 1988 e il 1989. Li ho visti per la prima volta una quindicina di anni dopo, e riguardati spesso in periodi successivi, meditandoli e avvicinandomi criticamente al loro intenso e mai banale simbolismo attraverso l’interpretazione dei numerosi studiosi che se ne sono occupati. Mesi fa mi è nato il desiderio di dedicare alcune poesie a questi film, che tanto mi hanno coinvolto emotivamente, e l’ispirazione iniziale si è nel tempo espansa e razionalizzata in una costruzione più composita e studiata, che via via ha preso forma e slancio autonomamente». Ci troviamo così di fronte a dieci variazioni poetiche corrispondenti ai dieci episodi cinematografici, intitolati a uno dei singoli dieci comandamenti. Le stesure poetiche non sono tanto di descrizione, quanto di commento lirico al nodo umano che il regista, ispirandosi alle disposizioni delle Tavole del Decalogo, ha voluto portare al fuoco della nostra attenzione. Per esempio, nel secondo comandamento Kieślowski ci presenta una coppia in cui il marito è moribondo e sua moglie, che attende un figlio dall’amante, chiede al medico che lo segue, per caso loro vicino di casa, di giurare che il marito morirà, perché se vive preferisce abortire. Il medico giura, quell’uomo inaspettatamente guarisce, i due avranno il figlio (lei avrà svelato o no il suo segreto? il medico ha giurato in coscienza oppure per salvare il bambino?).
Le dieci poesie relative sono tutte di una certa estensione: misurano una sessantina di versi, distribuiti in strofe, una della quali, al centro e in corsivo, si incarica di riportare, nella variazione dell’autrice, la sostanza della singola divina ingiunzione. Per esempio, per il citato secondo comandamento: «Non dirai invano il nome del Signore,/ perché il tuo Dio non lascerà impunito/ chi lo offende, chi lo chiama a testimone/ giurando. Non sai cosa sarà il tuo domani,/ non puoi aggiungere un’ora alla tua vita,/ sei vapore destinato a sparire./ Solo il Nome increato che è santo/ può salvare o dannare:/ non sprecarlo in preghiere assillanti/ per vederti esaudito./È il dio di tutti, non il tuo privato».
Per la loro dimensione, queste liriche non si prestano dunque alla citazione integrale con cui si chiude usualmente questa rubrica (ne do alcune letture sui social: https://www.facebook.com/reel/ 1710992406621686, www.instagram.com/ignazio.pappalardo.editore/)Ma in quasi tutti gli episodi della serie cinematografica, escluso solo il decimo, compare il «testimone muto», ovvero un personaggio enigmatico che vi affiora senza reazioni o commenti, sul cui significato la critica si è molto interrogata. Ciascuno spettatore del Decalogo si troverà invitato a darne una propria interpretazione; resta forte la tentazione di ritenerlo un emblema, forse addirittura dell’Umanità tutta, di noi che per lo più assistiamo – dal canto nostro oscillando, a seconda degli individui, fra partecipazione e indifferenza – alla sistematica trasgressione di quei dieci precetti etici capitali. Il testimone non si pronuncia mai. È il nostro libero arbitrio ad essere chiamato a valutare cosa quell’uomo/quell’Uomo possa pensare degli eventi che attraversa. A questo tacito simbolo, e agli irrisolti interrogativi che solleva, Alida Airaghi dedica un congedo ‘fuori busta’ rispetto alla serie delle liriche sui comandamenti, un’undicesima intensa poesia intitolata Riflesso:
La sua esistenza assente, la sua silenziosa sapienza
non è di conforto a nessuno.
Sfiora l’aria senza occuparla, leggero nei passi e nei gesti,
incerto e sicuro.
Cammina lentamente oppure sta seduto a testa china.
A volte in bicicletta. A volte in barca.
Chi gli passa vicino nemmeno si accorge
della sua immodificabile tristezza.
Dimesso marginale, noncurante del mondo:
così appare a pochi distratti.
Riflesso di un pensiero irraggiungibile, abissale.
Inadatto alla vita di chi vive, non parla non ride.
Vede senza vedere, assiste senza aderire, straniato straniero.
Indifferente a qualsiasi certezza gloriosa esibita.
Un angelo fallito o involontario demone.
Comunque inconoscibile.
Ombra dei nostri piedi, li segue, inclemente memoria.
Ci difende? Ci accusa? Non fa domande, non dà risposte.
Noi guardiamo, capiamo poco, amiamo poco, ce ne andiamo.
Lui resta enigma, zitto, specchio della storia di ciascuno.
