Dove sono finiti i beni comuni?
La recentissima notizia del ricorso al partenariato pubblico-privato per la “gestione e valorizzazione” del Castello Svevo di Termoli non ci riempie certo di gioia: è un ulteriore segnale di rinuncia all’assunzione di responsabilità diretta del patrimonio di tutti. Certo, il castello è attualmente in condizioni lamentevoli nella parte interna e sicuramente poco fruito dai cittadini, ma è triste vedere che il simbolo tangibile della città venga sostanzialmente ceduto per ben dieci anni a privati.
Lo strumento a questo scopo utilizzato, divenuto sempre più popolare, è in pratica una forma di collaborazione tra enti pubblici e soggetti privati, regolato dal Codice dei Contratti Pubblici del 2023, per “recuperare, gestire e valorizzare attraverso la co-progettazione il patrimonio culturale italiano sottoutilizzato o chiuso al pubblico”.
Istituto controverso, questo, che ha scatenato un acceso dibattito sull’opportunità di cedere prerogative dello Stato all’ imprenditoria privata, che, è bene ricordarlo, è disciplinata dalla nostra Costituzione, art. 41, 42, 43. Essa ne riconosce la legittimità, ma la vincola in modo netto ed inequivocabile al rispetto dell’utilità sociale, della salute, della sicurezza e dell’ambiente: nessuna iniziativa privata può essere svolta in contrasto con questi parametri fondanti.
Come si può immaginare, in un mondo dominato dal capitalismo di rapina, l’ingresso dei privati nel mondo dei beni culturali rischia di provocare un capovolgimento totale dell’approccio a questo patrimonio così delicato e così appartenente a tutti: da miracolosa bellezza che era dovere sacro proteggere, e della quale tutti potessero godere, a fonte di spregiudicato profitto e spettacolarizzazione. Abbiamo tutti ancora negli occhi lo spettacolo indegno del Ponte Vecchio di Firenze chiuso al pubblico perché affittato dall’Amministrazione per una cena privata, senza peraltro nessuna informazione ai cittadini. O peggio ancora, le immagini di Venezia per tre giorni paralizzata e privatizzata per le nozze di un miliardario americano.
Senza voler paragonare le situazioni, tornando al castello, appaiono evidenti le possibili e profonde criticità del sistema partenariato applicato ai monumenti storici, specie se si parla di quello che è a tutti gli effetti il simbolo materiale e immateriale della città. Le riassumo brevemente:
– con il partenariato l’ente pubblico cede la gestione operativa al privato, mantenendo solo un ruolo di vigilanza e monitoraggio;
– la necessità del privato di fare profitto può spingere verso usi impropri del monumento, penalizzandone l’identità storica;
– ciò che era gratuito diventa a pagamento, escludendo quindi una completa fruizione collettiva;
– manca il personale adeguato e formato per monitorare e controllare efficacemente l’operato del partner privato nel corso del tempo.
L’ultimo punto è il più dolente: in tutti i settori della nostra amministrazione comunale il momento del controllo è di fatto spesso molto carente, per mancanza di personale o per difetto di efficienza organizzativa interna. Ciò appare ovviamente più evidente e più pericoloso in tutti i settori nei quali il privato fornisce servizi o riceve in gestione beni che sono di tutti, beni comuni appunto; e questa abdicazione e spoliazione del proprio ruolo è purtroppo prassi generale, nel nome della magica formula, mai dimostrata, del “privato è meglio”. Ma dove vanno i beni comuni, dunque, se privato è meglio? Se le Res communes omnium diventano oggetto d’impresa, quell’espressione che ci è così cara, per la quale ci siamo impegnati in tante battaglie perché ciò che è di tutti non diventasse merce, si svuota di significato.
E sono proprio le istituzioni di prossimità, i Comuni, i più accaniti fautori di queste forme mascherate di ‘Project Financing’: non c’è più nulla che sia gestito direttamente dai diretti rappresentanti eletti dei cittadini. E la scusa è sempre quella: non abbiamo fondi, non possiamo assumere personale, lo Stato ci ha abbandonati. Tutto vero, per carità. Ma quello che dovrebbe essere diverso è il modo di reagire: invece del piagnisteo e della chiamata in soccorso dei privati, se si mettesse in campo unitariamente un’azione dura, collettiva e protratta nel tempo, magari attraverso l’ANCI, un pressing incessante nei confronti dello Stato per esigere rispetto e finanziamenti?
Invece di chiedere “ristori ambientali” e opere extra standard, se provassimo a rigettare tutti quegli interventi che ci tolgono i beni comuni – territorio, aria, acqua, verde pubblico, salute – e a fare ciò che è dovere di chi amministra, cioè riassumerci la responsabilità nei confronti dei cittadini riportando al pubblico ciò che pubblico (e gratuito) dovrebbe essere?☺
