economia e libertà    di Francesco De Lellis
28 Ottobre 2012 Share

economia e libertà di Francesco De Lellis

 

I recenti episodi legati al film blasfemo su Maometto e le conseguenti violenze contro le ambasciate americane in vari paesi arabi e islamici hanno riportato alla ribalta sui nostri media il dibattito, se così si può chiamare, sul binomio 'Islam e violenza', e insieme ad esso, come sempre, una enorme confusione su “chi è cosa”: musulmani, islamici, islamisti, islamisti radicali, estremisti, fondamentalisti, salafiti, terroristi islamici, sono tutte espressioni che sentiamo in continuazione ma che vengono quasi sempre usate senza spiegazioni, in modo superficiale, spesso come se fossero sinonimi o quasi.

Bisogna distinguere, e fare chiarezza, e quello che oggi ci interessa di più è secondo me capire, al di là di episodi di violenza comunque spregevoli, cosa sta succedendo dall'altra parte del Mediterraneo, liberando il campo da alcuni preconcetti. Tra i maggiori protagonisti dello scenario post-primavere arabe oggi ci sono i movimenti e i partiti islamisti. Mentre le parole “musulmano” o “islamico” fanno riferimento solo alla religione (come “cristiano”), islamista propriamente definisce quei gruppi organizzati politicamente (quindi in partiti o movimenti sociali) con lo scopo di costruire uno stato islamico, o ispirato a principi islamici (non necessariamente con la violenza!). La loro nascita è legata alle esigenze di riforma e modernizzazione largamente percepite nel mondo islamico ai primi del '900, quando la presenza coloniale europea metteva profondamente in discussione i fondamenti stessi della religione, con le sue idee di sviluppo, progresso, scientificità, razionalità. Il loro obiettivo, semplificando molto, era respingere la modernità imposta dall'Occidente, vista come forma di colonialismo culturale e strumento di dominio, e promuovere dall'interno una rinascita culturale, economica e politica a partire da valori propri, declinando la modernità in termini islamici; non quindi in contrasto con il progresso economico e tecnologico, ma contro i valori materialistici insiti nel capitalismo e la condizione di dipendenza che questo imponeva ai paesi del terzo mondo, e tra essi molti paesi musulmani.

Dopo decenni di repressione, le cosiddette primavere arabe e la destituzione dei regimi in carica, hanno aperto uno spazio di pluralismo inimmaginabile prima di allora (ma questo non è vero in tutti i casi!), e alcuni di questi movimenti, dopo anni di attività semi-clandestina, si sono ritrovati ad essere i più organizzati e attrezzati ad affrontare elezioni democratiche, e a vincerle, come nei casi di Tunisia ed Egitto. Anche se è in parte vero che le forze e gli ideali che hanno animato le rivolte dell'anno scorso avevano poco di islamico nelle loro richieste, sta di fatto che oggi questi movimenti si trovano al governo (Fratelli Musulmani in Egitto, e al-Nahda, “la Rinascita”, in Tunisia) e devono rispondere alle aspirazioni di libertà, dignità e giustizia sociale di quelle piazze, sulla cui onda sono andati al potere. E continuare a urlare lo slogan “l'Islam è la soluzione” può avere davvero poco senso per le masse di poveri e impoveriti che in buona parte li hanno votati, e che si aspettano da loro un cambiamento radicale soprattutto per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza e l'efficienza dello stato.☺

 

eoc

eoc