Gran manze II
31 Gennaio 2014
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Gran manze II

Il segretario nazionale del PD è stato eletto, ed i progressisti della nostra Regione, che nel Consiglio monotematico del Comune di Termoli avevano dichiarato la disponibilità a considerare la volontà popolare e fare un passo indietro sulla questione Gran Manze, tornano alla carica in pompa magna per “riesumare il progetto”, sponsorizzando una proposta del Presidente dell’Associazione Industriali del Molise che ha avanzato l’ipotesi di dividere il progetto in quattro moduli. “Le decisioni dei consigli comunali vanno rispettate a prescindere dal colore politico” scrive il Senatore Ruta, “è la regola aurea della democrazia…”.

Libera condivide le intenzioni del Senatore ma non intende spegnere i riflettori sulla questione e ribadisce quanto più volte affermato  ed autorevolmente  espresso nel dibattito sul tema a San Martino in Pensilis lo scorso dicembre: no agli insediamenti di allevamenti intensivi sul territorio molisano. I benefici certi, indiscutibili e senza ombra di dubbio, sono a vantaggio esclusivamente degli allevatori del Nord consorziati in cooperativa con la Granarolo. I territori dell’Emilia e della Lombardia saranno sgravati, tra l’altro, da un ulteriore inquinamento ambientale in quanto l’assenza degli animali da rimonta comporterà “una forte riduzione dell’azoto negli allevamenti d’origine”. In tal modo gli allevatori di quelle zone riceveranno indubbi vantaggi così che la Granarolo potrà sicuramente raggiungere gli obiettivi proposti: efficienza operativa, drastica riduzione degli scarti, incremento produttivo delle future vacche che vengono definite dal contratto di filiera “macchine del nostro futuro”. A costo di sembrare noiosi, vogliamo ripeterci e riaffermare categoricamente che gli animali non sono macchine ma “esseri senzienti”, che devono essere rispettati come tali. A loro deve essere garantito il benessere senza se e senza ma.

Per la specie bovina, così come per le altre specie, il benessere non viene assicurato solo dai parametri indiretti “a indice aziendale”, riguardanti principalmente le strutture che andranno ad ospitare gli animali, e dal management. Siamo certi che questi parametri saranno rigorosamente rispettati, perché affidati ad esperti del settore impiantistico. Per la valutazione del benessere (stato di salute completo, sia fisico che mentale, in cui l’animale è in armonia con il suo ambiente) sono determinanti soprattutto i parametri “diagnostici” diretti.

La problematica è di recente attualità tanto che anche l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) nel 2012 ha pubblicato due pareri scientifici sull’impiego di misurazioni direttamente compiute sull’animale per valutarne il benessere. Valori, quindi, misurabili quali parametri fisiologici, comportamentali, relativi allo stato sanitario. In altre parole, assicurare il benessere significa sottoscrivere con gli animali un patto: in cambio di latte, carne, uova,  lana, lavoro, l’allevatore s’ impegna a rispettarne le caratteristiche etologiche. È questo il cambio culturale che gli allevatori devono perseguire. Benessere animale significa produzioni migliori. È a queste produzioni che il consumatore odierno è attento.

Il valore apprezzato dal consumatore d’oggi  non è  la quantità dei prodotti, ma come essi vengono generati. I consumatori sono sempre più attenti alle caratteristiche non tangibili delle produzioni, come ad esempio la protezione dell’ambiente, l’equità sociale senza escludere il benessere animale. Con sempre maggiore frequenza si parla infatti di sostenibilità nelle produzioni alimentari. Tale concetto si basa su quattro pilastri fondamentali: la redditività, la coscienziosità ambientale, il benessere animale e la responsabilità sociale. Un valore non esclude l’altro. La vicenda “mucca pazza”, a tutti nota,  insegna: bovini erbivori, per aumentare le produzioni di latte sono stati costretti ad una alimentazione forzata con farine di carne e sono quindi stati trasformati in animali carnivori anzi “cannibali”. Madre Natura si è “ribellata” all’insipienza e alla tracotanza dell’uomo, favorendo il manifestarsi di quelle malattie che vengono definite encefalopatie sia degli animali che degli uomini che malauguratamente dovessero cibarsi di organi infetti.

Un altro esempio può meglio spiegare l’importanza dei concetti di sostenibilità ambientale e delle produzioni alimentari. La Granarolo, per bocca dei massimi vertici aziendali, sostiene che l’allevamento “non è una struttura chiusa e questo limita i problemi di contagio”. È noto, invece, come il contagio delle malattie infettive possa avvenire sia in modo diretto che in modo indiretto per il tramite, ad esempio, degli insetti vettori. I cambi climatici ed il progressivo aumento delle temperature, dovuti soprattutto alle produzioni di gas serra di cui anche i ruminanti sono responsabili, hanno fatto sì che aumentassero anche nel nostro Paese le malattie infettive trasmesse da insetti vettori ematofagi tipo culicoidi (zanzare). Tipico esempio è la malattia infettiva (causata da un virus che fortunatamente non infetta l’uomo) non contagiosa dei ruminanti  denominata “blue tongue”, attualmente presente in Italia ed anche nella nostra Regione (sierotipo 9). Tale malattia tipica delle zone calde, diffusa nel continente africano, ha superato i confini geografici di riferimento, arrivando fino alla nostra Regione e determinando notevoli disagi agli allevatori che hanno dovuto sottostare a misure di controllo particolarmente restrittive, specialmente per quanto riguarda le movimentazioni dei capi sensibili alle aree sottoposte a restrizione. Tale esempio conferma che i promotori del progetto non prendono in considerazione i più elementari principi di epidemiologia né tanto meno quello della responsabilità sociale e pertanto le “manze adatte al nostro secolo”, così le definisce la Granarolo, vengono  allevate tenendo presente un unico parametro: la redditività, cioè il massimo profitto.

Il programma di controllo della qualità, previsto per il progetto “gran manze”, ha due obiettivi: “garantire il prodotto finale – manza gravida -,  eliminare gli animali che non raggiungono i valori di redditività e ridurre così i costi produttivi”. Nessun monitoraggio sul benessere sembra essere stato programmato, così come risulta inconsistente, nel piano stralcio che gira fra la gente, il programma sanitario, pur  riconoscendo che “il rischio sanitario aumenta quando le manze escono dal rispettivo centro di produzione”. Affermazione che condividiamo assolutamente. I vitellini, che a 15 giorni di vita sono costretti ad effettuare un viaggio su autocarri di circa 500 Km per raggiungere il Molise sia d’inverno che d’estate, non subiscono uno stress notevole? Il vitello fino a 10 giorni può affrontare un viaggio di soli 100Km, l’undicesimo giorno certo può arrivare anche in Molise dall’Emilia nel pieno rispetto della norma. Ma come verrà assicurata, per esempio, la prevenzione da patologie respiratorie se non con il massiccio utilizzo di antibiotici?

È motivo di orgoglio per coloro che propongono il progetto che “le vacche del XXI secolo” avranno una capacità d’ingestione e trasformazione delle razioni di foraggio davvero difficili da immaginare. Granmanze prevede di consegnare agli allevatori future vacche in grado di aumentare del 10% la loro produzione e non certo il rispetto della loro natura. Unico obiettivo dichiarato è quindi l’aumento della produzione in considerazione del fatto che per produrre una forma di parmigiano occorrono circa 500 litri di latte.

Non è tutto. Tra gli obiettivi sanitari viene riportata la percentuale del tasso di mortalità e morbilità previsti. Si ritiene che tali percentuali siano solo una stima, in quanto non è possibile in Italia approfondire con dati scientifici il problema perché non esistono insediamenti di tali dimensioni. Quello che invece appare certo è che, per ridurre al minimo i problemi sanitari, gli animali, il cui “futuro sia compromesso”, saranno eliminati. È forse per questo motivo che la Granarolo prevede un ridotto uso di farmaci pari a circa 190.000 euro che inciderebbe per circa 1,9% sul totale dei costi di produzione a fronte di una media del 3%. Data  per buona la stima, si tratta comunque di un impatto ambientale del farmaco veterinario  notevole il cui rischio è in fase di studio e prevede la valutazione della conservazione degli ecosistemi, la qualità dell’acqua di falda e soprattutto il rischio legato allo sviluppo di farmaco-resistenza (la riduzione dell’efficacia terapeutica di un farmaco nel trattamento delle malattie degli uomini e degli animali) che la Granarolo non considera.

Per quanto attiene alle certificazioni di sostenibilità ambientale, il progetto parla vagamente di una certificazione EPD (Dichiarazione ambientale di prodotto) che attesterebbe la sostenibilità tenendo conto dell’impatto ambientale di ognuna delle fasi del suo “ciclo di vita” ma che alla fine sarebbe finalizzato solo alla valorizzazione del prodotto finale: il latte.

Forse uno studio di impatto ambientale non è stato eseguito e pertanto non allegato al progetto. Bene hanno fatto i tecnici dell’Assessorato all’Agricoltura ad osservare con nota prot. 0025299/13 del 2/10/13 che: “l’esame della proposta non permette una puntuale valutazione di coerenza in termini di impatti che potrebbero generarsi e/o essere connessi al trattamento degli effluenti, emissioni gas serra in atmosfera, bilancio energetico e in relazione al Life Cycle Assessment”.

Libera Molise ritiene che i vantaggi previsti non siano concreti e siano solo ipotizzati e non realizzabili. Si porta ad esempio la presunta “filiera del foraggio”, che potrebbe portare vantaggi economici stimati per circa sei milioni di euro l’anno. La domanda nasce spontanea: come e dove verrà prodotto tanto foraggio per soddisfare le esigenze alimentari di 12000 manze considerato che il sistema produttivo agricolo molisano non è in grado di far fronte a tale richiesta? Libera Molise si associa ai cori del “NO” e ribadisce che il Basso Molise non riceverà alcun beneficio da tale insediamento ma solo inevitabili impatti negativi.

Libera Molise

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