I morti di cutro ci interrogano
18 Aprile 2023
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I morti di cutro ci interrogano

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri. (Don Lorenzo Milani)

 

 

L’indicibile porta con sé parole, anche se non riusciamo ad articolarle. E porta insegnamento, come quasi tutto ciò che sperimentiamo, anche se spesso non vogliamo o non possiamo introiettarlo.

Le scene strazianti (non le prime, anche se sembra sempre la prima volta, e purtroppo certo non le ultime) sulla spiaggia calabrese hanno fatto nascere in me stavolta non la consueta nera tristezza, ma una rabbia feroce e rossa come fuoco, perché troppo evidente è stata stavolta l’evitabilità di quelle morti. Troppo disumane le parole risuonate senza vergogna nelle aule del potere, e troppo rivoltante il mancato omaggio ai morti; in tutte le culture, dalla notte della civiltà, ci si è fermati per inchinarsi davanti ai corpi senza vita. Chi non ricorda nell’Iliade il placarsi della ferocia di Achille davanti alle lacrime di Priamo, e la riconsegna del cadavere di Ettore per consegnarlo al pianto della sua gente?

A Cutro nemmeno questo hanno avuto i tanti morti senza nome: morti per indifferenza, morti per disumanità, morti perché migranti. E la nostra Premier ha dichiarato senza vergogna che bisogna finirla con l’idea di un mondo senza confini: tanto peggio per chi si trova al di là dei muri, non sono dei nostri, e se scappano da guerre, tortura, miseria, persecuzioni sappiano bene che lo fanno a loro rischio e pericolo.

Questa concezione escludente e aggressiva del mondo non è ovviamente limitata al problema dei cosiddetti clandestini, ed è qui che la tragedia ci parla anche del nostro piccolo locale. E sia chiaro che usando la parola tragedia non voglio affatto dire che sia stata casuale o non voluta…

Dire che in Italia hanno posto solo gli italiani, e forse qualche lavoratore straniero giusto per il tempo che serve ai nostri imprenditori, non è solo espressione di razzismo, ma spia rivelatrice di una ideologia precisa a tutto campo. Vuol dire che bisogna adeguarsi alle norme imposte da un governo forte, che rimetta il nostro Paese al posto preminente che la volontà divina (presu- mibilmente) le ha conferito; vuol dire che gli uomini sono i signori della terra, e poco importa che ora sia una donna a dirlo, padroni di sfruttarla in nome della libera impresa e del profitto, che il “globo terracqueo” dove si darà “la caccia senza tregua agli scafisti” vale solo per quello che si può monetizzare. E pensare alla sua tutela è roba da donnicciole.

Ecco quindi tornare il nucleare, il ponte sullo stretto, le energie fossili, l’assalto ai beni comuni; senza curarsi di ciò che l’emergenza climatica sta provocando soprattutto nei Paesi da cui partono i migranti. Senza capire che in realtà il mondo è tutto intersecato da fili di connessione, e parlare di Italia prima di tutto è infinitamente stupido, oltre che razzista.

Per questo i morti di Cutro ci parlano, e non parlano solo di sé stessi; sono la personificazione dell’abisso di disumanità in cui questo governo ci sta precipitando. Abisso di indifferenza, violenza, stupido orgoglio “patrio” che sta stravolgendo Costituzione e Storia, equiparando fascismo e Resistenza, trasmettendo subliminali messaggi di armi ed esercito come valori da inculcare ai giovanissimi, mettendo le basi per la frantumazione dello Stato unitario attraverso l’ autonomia differenziata, dando mano libera agli evasori fiscali, cancellando qualunque tutela dei diritti dei lavoratori e di fatto eliminando il concetto stesso di sanità pubblica.

Cutro ci insegna quindi l’ attenzione. Ci dice: badate, la nostra morte vi riguarda. Ci obbliga a guardare oltre quella spiaggia coperta di detriti e giocattoli, oltre quelle struggenti bare bianche, oltre quegli occhi vuoti e disperati. A portare nel cuore per sempre i fiori piantati nella sabbia come estremo messaggio di amore e  ricordo.

Voltare le spalle a quelle immagini, chiudere il cuore alle domande di quei morti significa dire sì a questo governo privo di qualsiasi empatia e compassione. E pensare di consegnare la nostra regione a rappresentanti dei partiti che lo sostengono (che poi partiti non sono perché pura personificazione di leader egomaniaci) vuol dire mettersi dalla parte di chi divide il mondo in sommersi e salvati, italiani e carico residuale, stare dalla parte di chi considera gli ultimi un inciampo, di chi inquina, cementifica e distrugge i beni comuni nel nome del profitto e della legge del più forte, di chi vede la sanità come fonte di profitto.

Dopo Cutro, è eticamente accettabile? Io credo di no. Possiamo permetterlo? No, sono convinta di no. “Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò” (Cesare Pavese).☺

 

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