“Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po' pronunciato…”. Basterebbe questa citazione, che sa di autoassoluzione, per fornire allo spettatore la chiave di lettura di Vallanzasca: gli angeli del male, ultimo film di Michele Placido, nelle sale in questi giorni, che tanto ha fatto discutere. Scanzonato, irriverente, geniale a suo modo tanto quanto lucidamente feroce e cinico nel pianificare i suoi progetti criminali: Renato Vallanzasca, impersonato da un Kim Rossi Stuart sicuramente in forma, si presenta sotto variegate forme agli occhi dello spettatore. Il primo ciak è del Renato trentacinquenne, detenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino. È lui stesso a raccontarci le sue prime imprese adolescenziali che gli frutteranno la prima reclusione nel carcere minorile. È l'inizio di una carriera che, con il supporto di alcuni amici d'infanzia, lo condurrà a divenire "il boss della Comasina", idolatrato a Milano e dintorni. All'inizio degli anni settanta inizia ad insidiare il dominio, fino allora incontrastato, di Francis Turatello ma la rapina ad un portavalori gli procura un arresto con conseguente evasione dopo quattro anni e mezzo. La battaglia con il clan Turatello si fa sempre più dura così come sempre più sanguinose divengono le rapine ascritte alla Banda Vallanzasca.
Tra una rapina e un tentativo di fuga, spesso riuscito, l'occhio di Placido cerca di esplorare proprio quel “lato oscuro” del bel Renato, un criminale con una sua etica, come lo stesso regista ha dichiarato, scatenando un turbinio di reazioni con queste parole: “Renato è nato criminale, lo dice lo confessa, non lo nasconde dalle prime battute del film. La sua etica era all'interno di questo meccanismo di non tradire certi aspetti poco comprensibili dalla nostra etica di persone per bene. Primo si è assunto la responsabilità di tutti i delitti, i delitti della banda Vallanzasca, nel senso che questa cosa naturalmente non è vera ma lui si è assunto tutta la responsabilità con coraggio davanti ai giudici, e questo fa capire molte cose. Non ha mai sparato su persone inermi, questa è etica, c'è un'etica all'interno”. Ci sono state le proteste delle famiglie delle varie vittime, che hanno scritto in una lettera come “non è ammissibile riscrivere la storia e una memoria collettiva dei fatti che riguardano spietati assassini attraverso le loro logiche”. La lettera riprende inoltre un pensiero del prefetto Serra su Vallanzasca che ha dichiarato “I media hanno contribuito a costruire un personaggio già esaltato di suo”.
Non è mancato un controverso dibattito sulla stampa nazionale per puntare il dito contro chi si sarebbe assunto la responsabilità di “ripulire”, rendendo più accettabile attraverso la settima arte, il profilo di uno dei criminali più pericolosi della storia della Repubblica. Eppure, in qualunque modo la si voglia pensare, è lo stesso Vallanzasca a gettare la maschera, come racconta una delle scene più riuscite del film, quando viene interrogato da un giudice durante uno dei processi che lo vedeva imputato, e si inalbera, alzando la voce: “Voi mi state accusando di un crimine che non ho commesso, ma volete sentirvi dire che sono stato io, e va bene, allora io posso anche dirvi che sono stato io, ma ci sono molti altri crimini che io ho commesso, e ve lo dico apertamente che sono stato io, ma per i quali non sono stato neanche indagato; e allora chiedetevi un po' anche se voi sapete fare il vostro mestiere, e se la giustizia funziona come deve funzionare, e non come voi volete che funzioni”.
Certamente la pellicola è piena di spunti di riflessione, ed a Michele Placido va sicuramente riconosciuta la coerenza intellettuale avendo affermato che “Renato Vallanzasca negli anni settanta è stato un mito, un mito voluto anche in parte dalla stampa, sbatti il mostro in prima pagina nel bene o nel male. E poi è passato di moda ed è stato abbandonato. Vallanzasca aveva questa simpatia, questa leggerezza comportamentale… Se uno incontra Vallanzasca viene sedotto dalla sua capacità, dalla sua parlantina, dalla sua simpatia, certo poi sotto c'è il criminale, ed è lì il mistero, ed è proprio su questo il film”.
Fornendo questi presupposti, e cercando di dare spazio alle varie opinioni, non resta che farsi una propria idea assistendo alla visione di una delle pellicole sicuramente più riuscite del cinema italiano degli ultimi anni, a prescindere dal gradimento maggiore o minore del protagonista. Una citazione meritano i due attori molisani, Giorgio Careccia e Diego Florio che, in ruoli dal diverso peso specifico, fanno capolino nella trama. Auguriamo loro di ritagliarsi spazi sempre più significativi.
Per la cronaca e la completezza dell'informazione ricordiamo che Renato Vallanzasca sta scontando una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione con l'accusa di sette omicidi di cui quattro direttamente compiuti, una settantina di rapine e quattro sequestri di persona nonché numerosi tentativi di evasione.☺
fradelis@gmail.com
“Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po' pronunciato…”. Basterebbe questa citazione, che sa di autoassoluzione, per fornire allo spettatore la chiave di lettura di Vallanzasca: gli angeli del male, ultimo film di Michele Placido, nelle sale in questi giorni, che tanto ha fatto discutere. Scanzonato, irriverente, geniale a suo modo tanto quanto lucidamente feroce e cinico nel pianificare i suoi progetti criminali: Renato Vallanzasca, impersonato da un Kim Rossi Stuart sicuramente in forma, si presenta sotto variegate forme agli occhi dello spettatore. Il primo ciak è del Renato trentacinquenne, detenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino. È lui stesso a raccontarci le sue prime imprese adolescenziali che gli frutteranno la prima reclusione nel carcere minorile. È l'inizio di una carriera che, con il supporto di alcuni amici d'infanzia, lo condurrà a divenire "il boss della Comasina", idolatrato a Milano e dintorni. All'inizio degli anni settanta inizia ad insidiare il dominio, fino allora incontrastato, di Francis Turatello ma la rapina ad un portavalori gli procura un arresto con conseguente evasione dopo quattro anni e mezzo. La battaglia con il clan Turatello si fa sempre più dura così come sempre più sanguinose divengono le rapine ascritte alla Banda Vallanzasca.
Tra una rapina e un tentativo di fuga, spesso riuscito, l'occhio di Placido cerca di esplorare proprio quel “lato oscuro” del bel Renato, un criminale con una sua etica, come lo stesso regista ha dichiarato, scatenando un turbinio di reazioni con queste parole: “Renato è nato criminale, lo dice lo confessa, non lo nasconde dalle prime battute del film. La sua etica era all'interno di questo meccanismo di non tradire certi aspetti poco comprensibili dalla nostra etica di persone per bene. Primo si è assunto la responsabilità di tutti i delitti, i delitti della banda Vallanzasca, nel senso che questa cosa naturalmente non è vera ma lui si è assunto tutta la responsabilità con coraggio davanti ai giudici, e questo fa capire molte cose. Non ha mai sparato su persone inermi, questa è etica, c'è un'etica all'interno”. Ci sono state le proteste delle famiglie delle varie vittime, che hanno scritto in una lettera come “non è ammissibile riscrivere la storia e una memoria collettiva dei fatti che riguardano spietati assassini attraverso le loro logiche”. La lettera riprende inoltre un pensiero del prefetto Serra su Vallanzasca che ha dichiarato “I media hanno contribuito a costruire un personaggio già esaltato di suo”.
Non è mancato un controverso dibattito sulla stampa nazionale per puntare il dito contro chi si sarebbe assunto la responsabilità di “ripulire”, rendendo più accettabile attraverso la settima arte, il profilo di uno dei criminali più pericolosi della storia della Repubblica. Eppure, in qualunque modo la si voglia pensare, è lo stesso Vallanzasca a gettare la maschera, come racconta una delle scene più riuscite del film, quando viene interrogato da un giudice durante uno dei processi che lo vedeva imputato, e si inalbera, alzando la voce: “Voi mi state accusando di un crimine che non ho commesso, ma volete sentirvi dire che sono stato io, e va bene, allora io posso anche dirvi che sono stato io, ma ci sono molti altri crimini che io ho commesso, e ve lo dico apertamente che sono stato io, ma per i quali non sono stato neanche indagato; e allora chiedetevi un po' anche se voi sapete fare il vostro mestiere, e se la giustizia funziona come deve funzionare, e non come voi volete che funzioni”.
Certamente la pellicola è piena di spunti di riflessione, ed a Michele Placido va sicuramente riconosciuta la coerenza intellettuale avendo affermato che “Renato Vallanzasca negli anni settanta è stato un mito, un mito voluto anche in parte dalla stampa, sbatti il mostro in prima pagina nel bene o nel male. E poi è passato di moda ed è stato abbandonato. Vallanzasca aveva questa simpatia, questa leggerezza comportamentale… Se uno incontra Vallanzasca viene sedotto dalla sua capacità, dalla sua parlantina, dalla sua simpatia, certo poi sotto c'è il criminale, ed è lì il mistero, ed è proprio su questo il film”.
Fornendo questi presupposti, e cercando di dare spazio alle varie opinioni, non resta che farsi una propria idea assistendo alla visione di una delle pellicole sicuramente più riuscite del cinema italiano degli ultimi anni, a prescindere dal gradimento maggiore o minore del protagonista. Una citazione meritano i due attori molisani, Giorgio Careccia e Diego Florio che, in ruoli dal diverso peso specifico, fanno capolino nella trama. Auguriamo loro di ritagliarsi spazi sempre più significativi.
Per la cronaca e la completezza dell'informazione ricordiamo che Renato Vallanzasca sta scontando una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione con l'accusa di sette omicidi di cui quattro direttamente compiuti, una settantina di rapine e quattro sequestri di persona nonché numerosi tentativi di evasione.☺
“Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po' pronunciato…”. Basterebbe questa citazione, che sa di autoassoluzione, per fornire allo spettatore la chiave di lettura di Vallanzasca: gli angeli del male, ultimo film di Michele Placido, nelle sale in questi giorni, che tanto ha fatto discutere. Scanzonato, irriverente, geniale a suo modo tanto quanto lucidamente feroce e cinico nel pianificare i suoi progetti criminali: Renato Vallanzasca, impersonato da un Kim Rossi Stuart sicuramente in forma, si presenta sotto variegate forme agli occhi dello spettatore. Il primo ciak è del Renato trentacinquenne, detenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino. È lui stesso a raccontarci le sue prime imprese adolescenziali che gli frutteranno la prima reclusione nel carcere minorile. È l'inizio di una carriera che, con il supporto di alcuni amici d'infanzia, lo condurrà a divenire "il boss della Comasina", idolatrato a Milano e dintorni. All'inizio degli anni settanta inizia ad insidiare il dominio, fino allora incontrastato, di Francis Turatello ma la rapina ad un portavalori gli procura un arresto con conseguente evasione dopo quattro anni e mezzo. La battaglia con il clan Turatello si fa sempre più dura così come sempre più sanguinose divengono le rapine ascritte alla Banda Vallanzasca.
Tra una rapina e un tentativo di fuga, spesso riuscito, l'occhio di Placido cerca di esplorare proprio quel “lato oscuro” del bel Renato, un criminale con una sua etica, come lo stesso regista ha dichiarato, scatenando un turbinio di reazioni con queste parole: “Renato è nato criminale, lo dice lo confessa, non lo nasconde dalle prime battute del film. La sua etica era all'interno di questo meccanismo di non tradire certi aspetti poco comprensibili dalla nostra etica di persone per bene. Primo si è assunto la responsabilità di tutti i delitti, i delitti della banda Vallanzasca, nel senso che questa cosa naturalmente non è vera ma lui si è assunto tutta la responsabilità con coraggio davanti ai giudici, e questo fa capire molte cose. Non ha mai sparato su persone inermi, questa è etica, c'è un'etica all'interno”. Ci sono state le proteste delle famiglie delle varie vittime, che hanno scritto in una lettera come “non è ammissibile riscrivere la storia e una memoria collettiva dei fatti che riguardano spietati assassini attraverso le loro logiche”. La lettera riprende inoltre un pensiero del prefetto Serra su Vallanzasca che ha dichiarato “I media hanno contribuito a costruire un personaggio già esaltato di suo”.
Non è mancato un controverso dibattito sulla stampa nazionale per puntare il dito contro chi si sarebbe assunto la responsabilità di “ripulire”, rendendo più accettabile attraverso la settima arte, il profilo di uno dei criminali più pericolosi della storia della Repubblica. Eppure, in qualunque modo la si voglia pensare, è lo stesso Vallanzasca a gettare la maschera, come racconta una delle scene più riuscite del film, quando viene interrogato da un giudice durante uno dei processi che lo vedeva imputato, e si inalbera, alzando la voce: “Voi mi state accusando di un crimine che non ho commesso, ma volete sentirvi dire che sono stato io, e va bene, allora io posso anche dirvi che sono stato io, ma ci sono molti altri crimini che io ho commesso, e ve lo dico apertamente che sono stato io, ma per i quali non sono stato neanche indagato; e allora chiedetevi un po' anche se voi sapete fare il vostro mestiere, e se la giustizia funziona come deve funzionare, e non come voi volete che funzioni”.
Certamente la pellicola è piena di spunti di riflessione, ed a Michele Placido va sicuramente riconosciuta la coerenza intellettuale avendo affermato che “Renato Vallanzasca negli anni settanta è stato un mito, un mito voluto anche in parte dalla stampa, sbatti il mostro in prima pagina nel bene o nel male. E poi è passato di moda ed è stato abbandonato. Vallanzasca aveva questa simpatia, questa leggerezza comportamentale… Se uno incontra Vallanzasca viene sedotto dalla sua capacità, dalla sua parlantina, dalla sua simpatia, certo poi sotto c'è il criminale, ed è lì il mistero, ed è proprio su questo il film”.
Fornendo questi presupposti, e cercando di dare spazio alle varie opinioni, non resta che farsi una propria idea assistendo alla visione di una delle pellicole sicuramente più riuscite del cinema italiano degli ultimi anni, a prescindere dal gradimento maggiore o minore del protagonista. Una citazione meritano i due attori molisani, Giorgio Careccia e Diego Florio che, in ruoli dal diverso peso specifico, fanno capolino nella trama. Auguriamo loro di ritagliarsi spazi sempre più significativi.
Per la cronaca e la completezza dell'informazione ricordiamo che Renato Vallanzasca sta scontando una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione con l'accusa di sette omicidi di cui quattro direttamente compiuti, una settantina di rapine e quattro sequestri di persona nonché numerosi tentativi di evasione.☺
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