il memoriale
14 Aprile 2010 Share

il memoriale

 

Quando Dio diede le istruzioni a Mosè per la celebrazione della pasqua che avrebbe preparato gli israeliti a partire dall’Egitto, disse queste parole: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne” (Es 12,14). La parola memoriale, nel linguaggio biblico, non indica semplicemente un ricordo o una ricorrenza che diventa di anno in anno meno sentita. Il memoriale consiste invece nel voler percepire un evento come se chi lo ricorda vi avesse preso parte. Ogni volta che gli ebrei celebrano la pasqua è come se anch’essi stanno preparandosi a un viaggio verso la libertà. Chiaramente non si tratta più di libertà dal faraone, ma libertà da ciò che di volta in volta costituisce un pericolo per la propria sopravvivenza (pensiamo alle molteplici persecuzioni di cui gli ebrei sono stati vittime lungo la storia, anche recente) o per la conservazione della propria identità. La pasqua cristiana, in tal senso, non è esattamente come quella ebraica in quanto rientra in un calendario annuale. Tuttavia anche noi abbiamo un memoriale di questo tipo, che celebriamo ogni settimana e molti addirittura ogni giorno: l’eucaristia; la messa, infatti, secondo la concezione che ne hanno la tradizione cattolica e ortodossa, permette una sintonizzazione esistenziale con la morte e risurrezione di Gesù, con quel significato che Gesù stesso ha dato istituendola nell’ultima cena: Gesù in quel gesto ha significato il dono totale di sé e allo stesso tempo ha coinvolto in questa dinamica di donazione i suoi discepoli, con queste parole impegnative: “Fate questo in memoria di me”. Gesù non ha chiesto ai discepoli semplicemente di ricordarsi di lui, ma ha impegnato i discepoli a rendere efficace l’esistenza di Gesù portandola nel loro stesso corpo, nelle loro scelte concrete, nella loro vita spesa non a pensare a sé ma a liberare i fratelli e le sorelle dalle diverse situazioni di morte in cui li avessero incontrati.

Ovviamente, questi due esempi di memoriale non sono gli unici, in quanto potremmo dire che il linguaggio e la comunicazione umana sono fatti di segni che hanno la capacità di produrre ciò che indicano. Abbiamo tanti segni che presentano una realtà invisibile ma vera: pensiamo all’anello matrimoniale, chiamato “fede” perché rappresenta la fedeltà, pensiamo alla bandiera di una nazione per la quale uomini sono disposti a sacrificare la vita, perché essa incarna tanti ideali. Tuttavia sappiamo bene che questi segni ormai sono diventati vuoti e non è un anello al dito che impedisce un tradimento o l’omaggio all’altare della patria che impedisce di usare le cariche pubbliche per rubare. E ancor di più non è il ricordo annuale della pasqua che impedisce ad alcuni ebrei che governano lo stato di Israele di opprimere a loro volta il popolo palestinese oppure la celebrazione di una messa che impedisce a tanti preti e laici di vivere infischiandosene dei drammi umani, della lotta per la giustizia, della denuncia dell’ipocrisia di chi si serve di Dio per uccidere anziché per far vivere.

Anche in questi giorni abbiamo avuto a che fare con un segno che richiama valori fondamentali inerenti i diritti umani: il passaggio della fiaccola olimpica per le diverse parti del mondo. Le olimpiadi nell’antichità mettevano fine alle guerre, erano momenti di riconciliazione e coinvolgevano il sentimento religioso e civile di coloro che vi partecipavano. Le olimpiadi dell’età moderna hanno a che fare soprattutto con il business e traboccano di retorica. Tuttavia proprio in queste olimpiadi di Pechino la fiaccola, che di per sé è solo un segno vuoto per una kermesse sportiva, ha acquisito una nuova valenza simbolica: essere l’occasione, nei suoi passaggi, per permettere l’accensione di un’altra fiaccola, quella dei diritti umani. Un simbolo vuoto ha riacquistato tutto il suo valore di segno di valori fondamentali.

Il memoriale, di cui parlavo all’inizio, può essere trasformato in vuoto simbolo solo se coloro che lo ripetono sono vuoti dentro. Ci sono stati momenti nella storia umana, infatti, e sicuramente possono ancora esserci, in cui uomini e donne, spinti dalla forza della memoria attualizzata, hanno fatto cose che hanno cambiato il corso della storia. Gesù ha celebrato la pasqua ebraica e non si è fermato al ricordo di una liberazione che si perdeva nei meandri della storia ma ha insegnato nuovi significati della parola “liberazione”. I simboli e i memoriali sono potenzialmente carichi di molta forza, ma sono le menti e le mani degli uomini che ne sprigionano tutta la potenza nella concreta assunzione di responsabilità di fronte a ciò che accade nel tempo in cui vivono.☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

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