Pacifisti, sinistroidi e “Spiriti Liberi” si schierano contro la guerra, in nome di una Libertà astratta che, a volerla definire, si perderebbe la ragione, snocciolando parole vuote per orecchie sorde.
Non saprei dunque descrivere l’ idea di Libertà, ma ho una visione solida di quella di Pacifismo: se non vogliamo correre il rischio di svuotare di senso la lotta per la Pace, non dobbiamo dimenticare due dei vertici dai quali quel concetto prende le mosse:
a) si tratta di una lotta, dunque di una pratica collegata ad una forma teorica e principi etici;
b) la guerra è un fenomeno storico, e deve essere compreso in quanto tale: aspetti geo-politici, culturali ed economici non sono estranei ad ogni analisi da cui prende le mosse un pensiero pacifista.
In particolare mi pare esemplare l’esclusione della critica all’Imperialismo dalla discussione pubblica e dai programmi politici, anche di forze evidentemente pacifiste (si veda il caso della nota modifica statutaria di Rifondazione Comunista). Non è forse questo un sintomo? Sottrarre alla critica della guerra la dimensione dell’analisi degli scenari politici e degli assetti economici, perdendo di vista le mire espansionistiche di soggetti privati (potenti lobby economico-finanziarie) e il ruolo egemonico ed eversivo di entità pubblico-statuali (CIA) o trans-nazionali (Nato) equivale a sclerotizzare le energie e le battaglie per il Pacifismo, votandole a fallimento certo. Una siffatta forma di Pacifismo è il risultato della ideologia liberal-democratica, che svuota di contenuto le lotte realmente democratiche, tenendo in vita l’involucro formale come sostegno alla propria presunta superiorità etica. In questo senso è significativa la separazione netta tra diritti politici e diritti umani, e l’appiattimento del programma e dell’azione politica su questi ultimi, anche da parte di forze della sinistra marxista e comunista.
Il Pacifismo oggi appare piuttosto una posa estetica che tende a conservare lo status quo, proponendo rivendicazioni difficilmente accettabili e che stentano a contagiare l’opinione pubblica; proposte, queste, eclettiche e poco chiare che rischiano di risultare conservative, quando non decisamente reazionarie.
La facilità con cui l’opinione pubblica, ormai de-politicizzata, modifica le proprie posizioni rispetto agli assetti geo-politici (vedi, ad esempio, l’oscillazione repentina nel caso Gheddafi) la dice lunga sull’azione egemonica dei grandi poteri finanziari e militari e circa i condizionamenti che riescono ad operare sulla politica estera degli stati nazionali; le varie Primavere Arabe rappresentano lotte di liberazione di popoli improvvisamente investiti dalla coscienza liberale dei diritti civili, o costruzioni egemoniche, militari e, dunque, imperialistiche, di blocchi di potere che si contendono il mondo?
Non è forse il discorso ecologico parimenti condizionato da un simile meccanismo di svuotamento delle istanze più progressive? Questo non è ridotto ad una serie di petizioni di principio, a posizioni formali e non innervate della potenza della politica (intesa come legame tra teoria e pratiche) lontane dal modificare lo stato di cose?
Un vero Pacifismo, così come una lotta sindacale, non può essere scisso dalla sua dimensione politica ed emancipativa; la critica pacifista deve prendere di mira il modello culturale liberal-democra -tico, da cui viene svuotata di ogni iniziativa progressiva. Insomma, contro il Pacifismo à la page, elegante e modaiolo, è necessario riscoprire quello militante, politico e – concedetemelo – di classe.☺
Pacifisti, sinistroidi e “Spiriti Liberi” si schierano contro la guerra, in nome di una Libertà astratta che, a volerla definire, si perderebbe la ragione, snocciolando parole vuote per orecchie sorde.
Non saprei dunque descrivere l’ idea di Libertà, ma ho una visione solida di quella di Pacifismo: se non vogliamo correre il rischio di svuotare di senso la lotta per la Pace, non dobbiamo dimenticare due dei vertici dai quali quel concetto prende le mosse:
a) si tratta di una lotta, dunque di una pratica collegata ad una forma teorica e principi etici;
b) la guerra è un fenomeno storico, e deve essere compreso in quanto tale: aspetti geo-politici, culturali ed economici non sono estranei ad ogni analisi da cui prende le mosse un pensiero pacifista.
In particolare mi pare esemplare l’esclusione della critica all’Imperialismo dalla discussione pubblica e dai programmi politici, anche di forze evidentemente pacifiste (si veda il caso della nota modifica statutaria di Rifondazione Comunista). Non è forse questo un sintomo? Sottrarre alla critica della guerra la dimensione dell’analisi degli scenari politici e degli assetti economici, perdendo di vista le mire espansionistiche di soggetti privati (potenti lobby economico-finanziarie) e il ruolo egemonico ed eversivo di entità pubblico-statuali (CIA) o trans-nazionali (Nato) equivale a sclerotizzare le energie e le battaglie per il Pacifismo, votandole a fallimento certo. Una siffatta forma di Pacifismo è il risultato della ideologia liberal-democratica, che svuota di contenuto le lotte realmente democratiche, tenendo in vita l’involucro formale come sostegno alla propria presunta superiorità etica. In questo senso è significativa la separazione netta tra diritti politici e diritti umani, e l’appiattimento del programma e dell’azione politica su questi ultimi, anche da parte di forze della sinistra marxista e comunista.
Il Pacifismo oggi appare piuttosto una posa estetica che tende a conservare lo status quo, proponendo rivendicazioni difficilmente accettabili e che stentano a contagiare l’opinione pubblica; proposte, queste, eclettiche e poco chiare che rischiano di risultare conservative, quando non decisamente reazionarie.
La facilità con cui l’opinione pubblica, ormai de-politicizzata, modifica le proprie posizioni rispetto agli assetti geo-politici (vedi, ad esempio, l’oscillazione repentina nel caso Gheddafi) la dice lunga sull’azione egemonica dei grandi poteri finanziari e militari e circa i condizionamenti che riescono ad operare sulla politica estera degli stati nazionali; le varie Primavere Arabe rappresentano lotte di liberazione di popoli improvvisamente investiti dalla coscienza liberale dei diritti civili, o costruzioni egemoniche, militari e, dunque, imperialistiche, di blocchi di potere che si contendono il mondo?
Non è forse il discorso ecologico parimenti condizionato da un simile meccanismo di svuotamento delle istanze più progressive? Questo non è ridotto ad una serie di petizioni di principio, a posizioni formali e non innervate della potenza della politica (intesa come legame tra teoria e pratiche) lontane dal modificare lo stato di cose?
Un vero Pacifismo, così come una lotta sindacale, non può essere scisso dalla sua dimensione politica ed emancipativa; la critica pacifista deve prendere di mira il modello culturale liberal-democra -tico, da cui viene svuotata di ogni iniziativa progressiva. Insomma, contro il Pacifismo à la page, elegante e modaiolo, è necessario riscoprire quello militante, politico e – concedetemelo – di classe.☺
Pacifisti, sinistroidi e "Spiriti Liberi" si schierano contro la guerra, in nome di una Libertà astratta che, a volerla definire, si perderebbe la ragione, snocciolando parole vuote per orecchie sorde.
Pacifisti, sinistroidi e “Spiriti Liberi” si schierano contro la guerra, in nome di una Libertà astratta che, a volerla definire, si perderebbe la ragione, snocciolando parole vuote per orecchie sorde.
Non saprei dunque descrivere l’ idea di Libertà, ma ho una visione solida di quella di Pacifismo: se non vogliamo correre il rischio di svuotare di senso la lotta per la Pace, non dobbiamo dimenticare due dei vertici dai quali quel concetto prende le mosse:
a) si tratta di una lotta, dunque di una pratica collegata ad una forma teorica e principi etici;
b) la guerra è un fenomeno storico, e deve essere compreso in quanto tale: aspetti geo-politici, culturali ed economici non sono estranei ad ogni analisi da cui prende le mosse un pensiero pacifista.
In particolare mi pare esemplare l’esclusione della critica all’Imperialismo dalla discussione pubblica e dai programmi politici, anche di forze evidentemente pacifiste (si veda il caso della nota modifica statutaria di Rifondazione Comunista). Non è forse questo un sintomo? Sottrarre alla critica della guerra la dimensione dell’analisi degli scenari politici e degli assetti economici, perdendo di vista le mire espansionistiche di soggetti privati (potenti lobby economico-finanziarie) e il ruolo egemonico ed eversivo di entità pubblico-statuali (CIA) o trans-nazionali (Nato) equivale a sclerotizzare le energie e le battaglie per il Pacifismo, votandole a fallimento certo. Una siffatta forma di Pacifismo è il risultato della ideologia liberal-democratica, che svuota di contenuto le lotte realmente democratiche, tenendo in vita l’involucro formale come sostegno alla propria presunta superiorità etica. In questo senso è significativa la separazione netta tra diritti politici e diritti umani, e l’appiattimento del programma e dell’azione politica su questi ultimi, anche da parte di forze della sinistra marxista e comunista.
Il Pacifismo oggi appare piuttosto una posa estetica che tende a conservare lo status quo, proponendo rivendicazioni difficilmente accettabili e che stentano a contagiare l’opinione pubblica; proposte, queste, eclettiche e poco chiare che rischiano di risultare conservative, quando non decisamente reazionarie.
La facilità con cui l’opinione pubblica, ormai de-politicizzata, modifica le proprie posizioni rispetto agli assetti geo-politici (vedi, ad esempio, l’oscillazione repentina nel caso Gheddafi) la dice lunga sull’azione egemonica dei grandi poteri finanziari e militari e circa i condizionamenti che riescono ad operare sulla politica estera degli stati nazionali; le varie Primavere Arabe rappresentano lotte di liberazione di popoli improvvisamente investiti dalla coscienza liberale dei diritti civili, o costruzioni egemoniche, militari e, dunque, imperialistiche, di blocchi di potere che si contendono il mondo?
Non è forse il discorso ecologico parimenti condizionato da un simile meccanismo di svuotamento delle istanze più progressive? Questo non è ridotto ad una serie di petizioni di principio, a posizioni formali e non innervate della potenza della politica (intesa come legame tra teoria e pratiche) lontane dal modificare lo stato di cose?
Un vero Pacifismo, così come una lotta sindacale, non può essere scisso dalla sua dimensione politica ed emancipativa; la critica pacifista deve prendere di mira il modello culturale liberal-democra -tico, da cui viene svuotata di ogni iniziativa progressiva. Insomma, contro il Pacifismo à la page, elegante e modaiolo, è necessario riscoprire quello militante, politico e – concedetemelo – di classe.☺
Ex mucius adipiscing scripserit est, pri ut nihil maiorum invenire. Usu erat mazim altera in, tacimats regione indoctum, usu cu lorem appellantur, dissentiunt accommodare no vis. Pri prompta conclud.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.