Il paesaggio di petrocelli
13 Giugno 2021
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Il paesaggio di petrocelli

Ho conosciuto Edilio Petrocelli, figura di spicco della cultura e della politica molisana (1940 – 2013), attraverso i suoi scritti, che mi sono sempre apparsi analitici, lucidi, propositivi e moderni. Non la modernità stanca, o la postmodernità del nostro tempo, ma quella un po’ illuministica di chi produce nuove visioni. Il divenire del paesaggio molisano, pubblicato quasi quarant’anni fa, nel 1984, con l’introduzione di Giorgio Nebbia, ci aiuta a capire la nascita di un patrimonio territoriale e lo sviluppo di una coscienza ambientale in una regione particolare come il Molise. L’analisi del paesaggio è qui assunta come strumento privilegiato per leggere i processi storici e per elaborare coerenti strategie di sviluppo.

Petrocelli si chiedeva che cos’è il paesaggio di questa regione. Si tratta innanzitutto di un paesaggio determinato da fattori naturali e fattori antropici che, combinandosi tra di loro hanno dato vita al lungo e incessante processo di territorializzazione. Si interrogava quindi su cosa resta dei caratteri originari di questo paesaggio e che cosa bisogna fare per orientarli verso nuove strategie, per una gestione che parta prima di tutto dalla conoscenza del territorio e dei suoi valori, seguendo la filiera conoscenza-tutela-valorizzazione. Si trattava già allora di un approccio moderno sul piano scientifico, forse troppo avanti perché il suo lavoro fosse preso a base della elaborazione politica in una fase in cui la politica cominciava ad allontanarsi dalla cultura, anche se non si poteva prevedere che tale allontanamento giungesse a produrre il degrado di oggi. Il paesaggio viene dunque visto come elemento di connessione, di rappresentazione economica e sociale, come specchio dei processi evolutivi, rimandando anche all’ambito della percezione sociale, che più tardi diventerà centrale nella normativa paesaggistica, dalla Convenzione Europea del Paesaggio al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Si intravede qui la genealogia del pensiero di Petrocelli, il quale aveva studiato a Bologna dove c’era Lucio Gambi, massimo esponente della geografia storica in Italia, e militava nel Partito Comunista, lo stesso di Emilio Sereni, il capostipite degli storici sul paesaggio agrario italiano.

Nel Molise di Petrocelli emerge il tema dell’oblio e delle potenzialità non sfruttate, della piccola dimensione e dell’alterità rispetto ai modelli dominanti, ma in modo un po’ diverso, meno sfiduciato e ineluttabile in confronto all’affrettato giudizio sull’ isolamento e l’arretratezza della regione. In primo luogo, si profila l’immagine del Molise come una regione di paesi: “Paesi che sembrano rocce e rocce che sembrano paesi”, scriveva suggestivamente. Sullo sfondo il peso della natura, la forza che stringe e che crea il Molise, che lo caratterizza con le sue persistenze: dai rilievi montuosi alle colline interne, dai fiumi al breve tratto di costa che lo proietta sull’Adriatico. Poi ci sono le “macchie di paesaggio industriale”, come diceva; a leggere Petrocelli si intuisce che questi sono come corpi estranei – “macchie”, appunto – frutto di uno sviluppo esogeno, che oggi sta mostrando tutti i suoi limiti e che se dai primi anni ‘70 ha contribuito a rallentare l’emigrazione, ha nello stesso tempo accresciuto gli squilibri interni, accelerando lo svuotamento dei centri collinari e montani.

Su questa linea, descrittiva e interpretativa, c’è la connessione con la storia delle vicende politiche, con al centro l’ istituzione della ventesima regione italiana nel 1963 e la partenza dell’ordinamento regionale nel 1970, un fatto che secondo Petrocelli “ha rinvigorito il senso di appartenenza”, anche se egli non manca di formulare il giudizio politico, spostando l’ attenzione sulle colpe degli uomini, anziché sulle difficili condizioni naturali: l’ insediamento dei nuclei industriali, la “spinta socio-speculativa della casa al mare” e la “selvaggia privatizzazione dell’arenile” fanno così il paio con la “sbandata teorico-politica dei programmatori”; tutte cose che hanno finito per creare “una calcolata confusione” e una situazione di incertezza, con una dimensione economica sempre oscillante tra conservazione e isolate fughe in avanti, tra opportunismi e visioni strategiche: “Come è facile immaginare – sintetizzava  – questa calcolata confusione può giovare temporaneamente a qualcuno, ma nel contempo dilapida le risorse, svuota ulteriormente l’alto e il medio Molise, con una secca perdita sociale ed economica, nonché il degrado dei valori urbani ed ambientali degli insediamenti preesistenti”.

Ci si è affidati troppo a modelli esterni, trascurando le vocazioni e i patrimoni territoriali, formati da natura e cultura, preferendo la semplificazione del globale alla complessità del locale. Il paesaggio consente la lettura delle trasformazioni e dell’identità del Molise, fino a lasciare emergere a tratti la vocazione nordica di una terra meridiana. Edilio Petrocelli offrì al suo Molise un’analisi severa, ma non sfiduciata. Forse il contributo più duraturo che ci ha lasciato è proprio questo: considerare il Molise una terra degna di essere vissuta, popolata, governata nell’ ambito di un processo di trasformazione nel quale inquadrare anche le sue radici antiche e la sua identità incerta, che sarebbe meglio chiamare umanità.☺

 

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