Il primo giorno di scuola
2 Ottobre 2014 Share

Il primo giorno di scuola

All’inizio, era il silenzio: niente urla di bambini, niente schiamazzi di venditori ambulanti e niente cicalecci di signore sedute davanti alle loro abitazioni a “prendere il fresco”, nessuno che si affaccia ai balconi a chiacchierare; a volte, mi sembra di vivere in un paese fantasma. Dopo una quindicina di giorni dal mio arrivo, giunge anche, sulla mia casella di posta elettronica, la tanto attesa e-mail di convocazione da parte del Provveditorato agli Studi di Vicenza. Così, il primo settembre all’alba, come una brava scolaretta raggiungo la mia nuova sede di servizio, la scuola dove lavorerò quest’anno e dove avrò l’opportunità di fare nuove ed interessantissime esperienze che mi permetteranno di ampliare il mio personalissimo bagaglio culturale. Arrivo e trovo una scuola enorme per i miei standard, abituata come sono alle piccole realtà del Molise, fatte di pluriclassi, esasperate dai tagli dei vari governi e per lo più sfornite, in alcuni casi, anche del più semplice materiale di consumo come la carta per le fotocopie. In un periodo di grande interesse nei confronti della buona scuola pubblica, di proclami – più o meno veritieri, di promesse, di grandi speranze, eccomi qui, con una grande speranza nel cuore. Varco dunque quella soglia e mi presento: mi riceve il signor A., collaboratore scolastico anche lui meridionale come me… l’unico, perché gli altri sono tutti nativi di questa regione. La scuola è grande, i colleghi sono tanti e le reazioni diverse: c’è chi, palesemente, decide di ignorarmi, chi mi rivolge un timido sorriso di benvenuto e chi mi avvicina, mi fa domande, si mostra cortese. Ma il vero banco di prova sono i dipartimenti disciplinari. Pronti, partenza, via, si aprono le danze e la musica non la conosco : “Agò ciamà el rappresentà e me gà dito de portar pasiensa” o anche “Varda, avaremo bisogn de una class de soe tosette”.

I miei colleghi indigeni utilizzano, per le loro comunicazioni, il proprio vernacolo e parlano in dialetto anche con me. Questa cosa potrebbe addirittura lusingarmi. Forse non mi considerano diversa, forse non pensano a me come la terrona che viene dal sud a rubare il posto ai loro figli, nordici di nascita e quindi più titolati della sottoscritta già solo per questo. Dicevo, potrebbe lusingarmi se non fosse per il fatto che, dopo le prime cinque parole perdo totalmente il filo del discorso e la mia faccia si contorce in un’espressione inebetita che parte dalla bocca e arriva alla fronte e solo allora, il/la collega di turno ricorda con chi sta parlando e cambia registro – linguistico, of course – e io mi sento talmente sollevata e ricontestualizzata che vorrei quasi dargli/le un bacio per la gioia che porta alle mie orecchie e alla mia testa la lingua nazionale.

A tal proposito, mi torna alla mente un articolo letto in rete, qualche tempo fa, dal titolo: “Si controllino i punteggi degli insegnanti meridionali” e ancora “Prof. terroni, in classe, non parlano nemmeno l’Italiano”. Queste le parole di un tale signor B., assessore al lavoro della Lega Nord di Udine. Caro signor B., perché non si fa un giro in uno dei dipartimenti di cui sopra??? Ma queste sono solo ciaccole, come direbbero i miei amati veneti!!☺

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