Io sono Malala. E noi?
7 Settembre 2015
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Io sono Malala. E noi?

La battaglia per il diritto all’istruzione della giovane attivista

pakistana, raccontata dalla penna leggera di Christina Lamb

Agli esami di maturità 2015, una delle tracce prendeva spunto da un brano di Malala Yousafzai e invitava i giovani candidati a riflettere sul diritto all’istruzione. Il libro che ha reso nota la giovanissima autrice, allora quindicenne, premio Nobel per la pace, è Io sono Malala, che ho acquistato diversi mesi fa e – piacevolmente indaffarata nella preparazione del mio matrimonio – ho centellinato nei ritagli di tempo, magari dedicandogli pochi minuti al termine di una giornata faticosa, ma sempre gustandolo a pieno, con stupore ed incanto verso il coraggio di Malala, la sua fierezza, la sua tenerezza, la sua dignità.

Quando avrete in mano il nostro periodico, la scuola sarà ormai alle porte, ricca di sfide, di progetti, di preoccupazioni, come ogni settembre: mi è sembrato proprio che non ci fosse modo migliore per augurare un buon anno scolastico (ai colleghi, agli alunni, ai lettori tutti) che ripartire dalla battaglia di civiltà che questa ragazza ha condotto a rischio della propria vita, e sta conducendo tutt’ora, anche se lontana ormai, per motivi di sicurezza, dalla sua terra natale. “Il mio mondo è cambiato. Io no”: si conclude così il suo libro, che dovrebbe trovare un posto in ogni zaino, su ogni cattedra, o per lo meno in ogni aula scolastica.

Malala nasce in Pakistan, in un villaggio pashtun nella valle dello Swat, in un contesto islamico fortemente tradizionalista, in cui il Corano soffriva (e soffre) di alcune interpretazioni restrittive e fuorvianti. La fortuna e la peculiarità della piccola primogenita femmina è il padre insegnante, buon musulmano, pacifista ed ecologista, il cui sogno è la diffusione dell’istruzione di ogni bambino, a prescindere dal sesso, sostenitore del reciproco rispetto tra culture e religioni diverse. Malala cresce in questo clima di apertura e tolleranza, respira cultura ed educazione ai diritti umani, nelle aule del padre si innamora dei libri, coltivando fin da piccina il seme della giustizia e dell’uguaglianza fra i sessi, contro l’ignoranza femminile e la sottomissione della donna all’uomo. Ma le precarie condizioni della donna in Pakistan peggiorano drasticamente con l’arrivo della politica del terrore dei talebani che impone il burqa, la pubblica fustigazione, il ritiro delle ragazze dalle scuole, zittisce la musica  e insidia le comunità con l’incubo dei kamikaze, delle bombe, delle lame che decapitano. Undicenne, Malala partecipa ad un blog della BBC dove racconta la quotidianità di una bambina in epoca talebana, partecipa a congressi ed interviste dove denuncia il pericoloso degrado del suo paese e implora l’attenzione della comunità internazionale per il diritto all’istruzione, così  che la sua fama cresce a dismisura anche in Occidente. Malala diventa, in parole spicciole, pericolosa, e, per i talebani, deve morire. Ma, scampata miracolosamente all’attentato – divenuto ormai famoso – del 9 ottobre 2012 (descritto con singolare maestrìa e sobrietà nel libro), continua oggi a lottare per l’istruzione e l’emancipazione femminile dall’Inghilterra, dove vive da allora con la sua famiglia.

Scritto da Christina Lamb, importante corrispondente di guerra, la penna non emerge per eccellenza ma per semplicità e porta sulla pagina ogni singolo battito del cuore di Malala, ogni piega della sua anima, compresa la semplicità colloquiale del linguaggio della ragazza, fresco, lucido, efficace. Ecco, io lo porterò con me il primo giorno di scuola. E invito anche voi a farlo, a quanti, come me, varcheranno la soglia di una classe tra qualche settimana.

Ricordiamo Malala ai nostri ragazzi, a settembre, ricordiamola quando sbuffano, sbadigliano, protestano, o si rimbambiscono tutto il pomeriggio davanti ad un videogioco. Ricordiamola quando rischiano di perdere amore per quello che fanno, e maltrattano libri, penne e insegnanti come fossero la sciagura più grande della loro giovane età: appassioniamoli al privilegio, smisurato, che hanno di poter raggiungere al mattino la propria classe senza alcun pericolo. E ricordiamoci anche noi, al mattino, di incarnare in noi stessi l’immagine di una scuola che non è selezione, sudore, noia, ma opportunità, senso critico, libertà, creativa risposta ai problemi e agli ostacoli.

Siamo tutti in cammino, come ogni settembre. E Malala Yousafzai è un passo. Uno, ma incredibilmente importante. “Io sono Malala” è la risposta che l’autrice non è riuscita a dare al terrorista che le ha puntato contro la pistola, sul bus che la riportava a casa quel giorno, e che ha chiesto “Chi è Malala?”. Malala dovremmo essere un po’ tutti noi, questa è la verità. Malala è “la buona scuola” e ci basterebbe seguirla per non smarrire il senso della nostra professione (parlo ai colleghi) così come quello del nostro percorso educativo (parlo ai ragazzi). Non copriamo l’impronta di polvere: leggetelo e diffondete, nelle vostre aule, tra i vostri ragazzi, se ne avete voglia. Buona lettura. E buon anno scolastico. ☺

 

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