La compagnia della fede
13 Maggio 2021
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La compagnia della fede

Nelle Stanze di Raffaello, in Vaticano, il pittore di Urbino ha voluto rappresentare i tre grandi universali del Vero, del Bene e del Bello.

Forse pochi sanno che Dante Alighieri è rappresentato in ben due degli splendidi affreschi di Raffaello. Innanzitutto nell’imponente Disputa del Santissimo Sacramento: tra Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio Magno, Tommaso d’Aquino e Bonaventura, c’è anche il Sommo Poeta, col suo inconfondibile profilo segaligno e austero e il capo cinto di alloro. Nella stessa stanza, l’urbinate ritrae Dante anche nell’affresco del Parnaso, il monte classico del Bello, dove sono assisi Apollo, Omero, Virgilio, e per l’appunto il nostro Dante.

Dante teologo, dunque, e Dante poeta. Questo legame tra Vero e Bello, tra parola divina e parola umana, in Dante, forse più che in ogni altro tra i grandi poeti dell’umanità, è fortemente inscindibile, tanto da poter essere considerato sostanziale, costitutivo della sua stessa poetica.

Egli stesso definisce la sua Commedia “poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra” (Pd XXV, 1-2), riconoscendogli un’ispirazione quasi divina.

Abituati dalla sensibilità moderna alla settorializzazione dei saperi, alla loro specializzazione estrema, a noi lettori di oggi forse stride questo connubio tra poesia e teologia, tra letteratura e sacro. In realtà questo legame è antico quanto la poesia e la teologia stesse. Da una parte, perché non vi è vera poesia che – per essere tale – non punti all’ eterno, dall’altra perché non esiste teologia che non si esprima in parole umana, pena la sua dicibilità. In Dante questo connubio diventa quanto mai felice, proprio perché quanto mai spontaneo, naturale direi – ma non per questo meno faticoso e certamente frutto di un ingegno e una spiritualità non comuni.

Dante riesce a tenere insieme, con maestria ed equilibrio armonico, i poli antitetici di cui si nutre ogni esperienza umana: storia e trascendenza, carnalità e spiritualità, contingenza ed eternità, epifania e mistero, peccato e grazia, tragedia e gloria, cronaca e profezia, libertà e misericordia, giustizia e salvezza. Ed è qui che risiede la suprema “simbolicità” – nel senso etimologico del tener insieme gli estremi – della sua opera: che altro non è che un immenso, straordinario affresco del transito che ogni uomo è chiamato a fare “all’etterno dal tempo” (Pd XXXI, 38), per mostrare, in ultima analisi, “come l’uomo s’etterna” (Inf XV, 85).

È la traiettoria dell’itinerario dantesco che è insieme terrestre, infernale e celeste. E che diventa metafora ultima dell’itinerario esistenziale che ciascuno di noi è chiamato a perseguire.

Ma dove si trova il fondamento e la condizione di possibilità di questo itinerario? Papa Francesco lo individua nel mistero dell’incarnazione, porta d’ingresso di tutta la riflessione teologica cristiana: un Dio che si fa uomo perché l’uomo possa farsi Dio – chiosano sinteticamente i Padri della Chiesa.

“Il mistero dell’Incarnazione, che oggi celebriamo – afferma il Papa in Candor Lucis Aeternae, la lettera apostolica del 25 marzo scorso, in occasione del VII centenario della morte di Dante – è il vero centro ispiratore e il nucleo essenziale di tutto il poema. In esso si realizza quello che i Padri della Chiesa chiamavano “divinizzazione”, l’ admirabile commercium, il prodigioso scambio per cui, mentre Dio entra nella nostra storia facendosi carne, l’essere umano, con la sua carne, può entrare nella realtà divina, simboleggiata dalla rosa dei beati. L’umanità, nella sua concretezza, con i gesti e le parole quotidiane, con la sua intelligenza e i suoi affetti, con il corpo e le emozioni, è assunta in Dio, nel quale trova la felicità vera e la realizzazione piena e ultima, meta di tutto il suo cammino”.

E non è certo un caso che proprio il 25 marzo, inizio dell’anno secondo il computo del calendario ab Incarnatione Domini in vigore nella Firenze dell’epoca, solennità dell’incarnazione del Signore con l’ annunciazione a Maria, la tradizione concorda nel far simbolicamente iniziare anche il viaggio del Poeta che dalla “selva oscura” lo porterà alla “visio Dei” e alla contemplazione del volto umano del Cristo nel seno della Trinità: finalmente l’uomo è in Dio, come all’origine del mondo. Protologia ed escatologia, creazione e compimento, terra e cielo così sono finalmente ricongiunte.

Papa Francesco sintetizza così l’attualità del messaggio di Dante: nessuno si salva da solo! L’itinerario dantesco è sempre un itinerario fatto in compagnia: di Virgilio, di Beatrice, di san Bernardo, con l’ intercessione di Maria. Il cammino dalle tenebre alla luce, continua a ripeterci Dante “pellegrino e testimone di speranza”, si fa insieme.

È, in ultima analisi, il cammino del desiderio di ogni uomo e di ogni donna: di quel desiderio (da sidera = stelle), che anche etimologicamente guarda alle stelle, punta alla luce. E non a caso è proprio la parola “stelle” a concludere ciascuna delle tre cantiche, a ricordarci che – anche nella selva oscura che attualmente stiamo attraversando – siamo chiamati a uscire alla luce, “a riveder le stelle”. ☺

 

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