liturgia e poesia
1 Ottobre 2011
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liturgia e poesia

 

Trovo originale la definizione che il filosofo Umberto Galimberti dà della liturgia: la liturgia è quella parola, quel canto che non assomiglia a quelle parole, al canto che gli uomini si scambiano tra loro. La liturgia è mistero, è bellezza, è gesto, è simbolo, è mistica, è sacralità, è poesia. È importante l’irruzione della poesia nella fede perché la poesia è capace di dire l’ineffabile, il taciuto. La dimensione sacrale non può parlare il linguaggio abituale degli uomini. Il linguaggio poetico non è abituale perciò le si addice.

Sarebbe suggestiva una liturgia che stimoli al silenzio, alla contemplazione, all’ascolto creativo, all’immaginazione, perché solo in uno spazio immaginativo si può avere fede e speranza in quanto fede e speranza riguardano qualcosa che non si vede e non accade sul momento.

Certamente non è indispensabile nella liturgia usare un linguaggio poetico, non tutti hanno le capacità espressive di Turoldo, di don Tonino Bello, di Ravasi… ma sono convinta che la parola stessa della poesia sia un riverbero della parola metafisica (il Verbo “era Dio ed era presso Dio”) e spesso esse s’intrecciano perché tutte e due tendono all’Altro e all’Oltre.

Si dice che le donne e i preti non sono poeti perché loro la poesia la portano dentro, sono essi stessi poesia. Allora non dovrebbe essere difficile per i chierici, ancora gestori del sacro, provare ad usare un linguaggio particolare che scandisca e radichi meglio il dolore, la gioia, l’amore, il segreto dell’esistenza, il senso della vita vera; che renda bellezza alla Bellezza, profondità alla Profondità, grazia alla Grazia.

Carolina Mastrangelo

 

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