Quando parliamo di “memoria” nell’accezione del ricordo storico di avvenimenti e di personaggi che fanno parte della vita di una nazione, non vogliamo apparire legati al passato, ma intendiamo semplicemente dire che per noi il passato, remoto o prossimo che sia, è un punto di riferimento per capire meglio il nostro tempo, quello del presente.
Sappiamo, poi, che per i giovani è alquanto arduo considerare essenziali le esperienze del passato, perché essi sono affascinati da altre prospettive della vita. Infatti, noi siamo consapevoli che oggi gli elementi fondamentali della cultura dominante sono il successo, l’apparire e non l’essere, le vuote formalità, la leggerezza dei rapporti che sconfina nell’indifferenza, nell’egoismo di classe, nella ostile diffidenza verso gli altri. Per quanti vivono secondo i parametri della cultura neoliberista – e sono secondo la nostra opinione la maggioranza – la “memoria” storica e civile non ha quasi valore, perché costoro vivono nell’hic et nunc individualistico come dentro una fortezza. Per molti altri, ai quali la crisi economica sta – pure a loro – destinando un presente amaro di inquietudini, il legame con il passato potrebbe suscitare solo rabbia, indignazione per come si è caduti così in basso – civilmente ed eticamente parlando.
Ma è proprio da questo profondo disagio che dovremmo ripartire, e, riprendendo l’impervio e disagevole cammino dell’utopia, ribadire la necessità di un cambiamento radicale, per esempio, nell’ amministrare la res publica, nel combattere la corruzione, nel contrastare e porre un freno allo scivolamento verso l’oblio della democrazia parlamentare e, poi, in quello del disinteresse dei “beni comuni”, quali il lavoro, la salute, la cultura, la giustizia sociale e la perequazione economica fra i cittadini, in modo da rendere effettivamente duratura la parità di fronte alle leggi e alle norme dettate dalla Carta Costituzionale.
Alla luce di queste riflessioni e di queste incalzanti necessità, appare per noi chiaro il significato di “memoria”, che è lo strumento per non dimenticare avvenimenti dolorosi e cruenti della Storia del XX secolo, nei quali le vicende collettive dei popoli si sono confuse con quelle individuali (le guerre, i campi di concentramento e di sterminio, i genocidi e le morti di personaggi dignitosi). Ecco, dunque, il collegamento anche con la esemplarità propositiva del ricordo di uomini e donne che sono morti per la legalità, la democrazia, la giustizia. Per queste ragioni proponiamo alcune figure significative, le cui vicende e la cui morte prematura sono pressoché sconosciute soprattutto alle giovani generazioni. Ricordare tali personaggi ha senso perché ci permette di conoscere anche le dinamiche culturali, politiche, sociali della loro età, del loro tempo. Di qui, possono nascere le tensioni verso il presente, verso le grandi contraddizioni (le ingiustizie sociali, le illegalità diffuse, il rischio dell’azzeramento della Costituzione) che ancora non riusciamo a contrastare con civile e costante impegno.
Una figura sicuramente sconosciuta è quella del giornalista de Il Giornale di Sicilia, Mario Francese, ucciso dalla mafia palermitana la sera del 26 gennaio 1979, sotto casa sua. Mario Francese, dalle pagine del giornale siciliano, comincia a dare fastidio alla mafia palermitana, perché le sue inchieste sugli appalti pubblici individuano precise responsabilità, gli accordi fra le cosche malavitose e alcuni settori della pubblica amministrazione. In particolare, egli svolge indagini sulla strage di Ciaculli, quartiere palermitano, dove l’ esplosione di un’Alfa Romeo imbottita di tritolo il 30 giugno 1963 ha procurato la morte di sette carabinieri e uomini dell’esercito (l’attentato mafioso si inserisce in quella che viene definita la prima guerra delle mafie tra la cosca di La Barbera e quella del boss di Ciaculli, Salvatore Greco). Inoltre, il giornalista de Il Giornale di Sicilia è (stato) l’unico ad intervistare Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina. La decisione della mafia di uccidere il giornalista scomodo è scaturita anche dall’indagine intorno al progetto della regione siciliana sulla diga di Garcia, che prevedeva a Contessa Entellina, vicino Palermo, un lago artificiale per l’irrigazione dei campi.
Piersanti Mattarella, di Castellamare del Golfo, uomo ritenuto da tutti, avversari e colleghi di partito (quello democristiano), onesto e probo, viene ammazzato la mattina del 6 gennaio 1980, dopo aver contrastato per anni la mafia della sua città. Viene assassinato con un colpo solo davanti alla moglie e ai figli, morendo all’istante. È un anno particolarmente importante dal punto di vista della storia dell’Italia repubblicana degli ultimi decenni, perché è l’anno in cui Patrizio Peci, brigatista rosso, si pente, facendo i nomi dei suoi colleghi e indicando la sede genovese dove si riuniva la direzione strategica delle Brigate rosse, in Via Fracchia nr. 12. Il comandante dei carabinieri che dirige il blitz è il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e questa missione costituisce uno degli episodi fondanti che vedono la fine del gruppo terroristico che aveva rapito e ucciso Aldo Moro. Sorpresi nel sonno, i 4 terroristi rossi che dormivano nell’ appartamento di Via Fracchia moriranno tutti. I brigatisti, in seguito, si vendicheranno di Patrizio Peci, uccidendo in un agguato a Pescara il fratello Roberto.☺
Quando parliamo di “memoria” nell’accezione del ricordo storico di avvenimenti e di personaggi che fanno parte della vita di una nazione, non vogliamo apparire legati al passato, ma intendiamo semplicemente dire che per noi il passato, remoto o prossimo che sia, è un punto di riferimento per capire meglio il nostro tempo, quello del presente.
Sappiamo, poi, che per i giovani è alquanto arduo considerare essenziali le esperienze del passato, perché essi sono affascinati da altre prospettive della vita. Infatti, noi siamo consapevoli che oggi gli elementi fondamentali della cultura dominante sono il successo, l’apparire e non l’essere, le vuote formalità, la leggerezza dei rapporti che sconfina nell’indifferenza, nell’egoismo di classe, nella ostile diffidenza verso gli altri. Per quanti vivono secondo i parametri della cultura neoliberista – e sono secondo la nostra opinione la maggioranza – la “memoria” storica e civile non ha quasi valore, perché costoro vivono nell’hic et nunc individualistico come dentro una fortezza. Per molti altri, ai quali la crisi economica sta – pure a loro – destinando un presente amaro di inquietudini, il legame con il passato potrebbe suscitare solo rabbia, indignazione per come si è caduti così in basso – civilmente ed eticamente parlando.
Ma è proprio da questo profondo disagio che dovremmo ripartire, e, riprendendo l’impervio e disagevole cammino dell’utopia, ribadire la necessità di un cambiamento radicale, per esempio, nell’ amministrare la res publica, nel combattere la corruzione, nel contrastare e porre un freno allo scivolamento verso l’oblio della democrazia parlamentare e, poi, in quello del disinteresse dei “beni comuni”, quali il lavoro, la salute, la cultura, la giustizia sociale e la perequazione economica fra i cittadini, in modo da rendere effettivamente duratura la parità di fronte alle leggi e alle norme dettate dalla Carta Costituzionale.
Alla luce di queste riflessioni e di queste incalzanti necessità, appare per noi chiaro il significato di “memoria”, che è lo strumento per non dimenticare avvenimenti dolorosi e cruenti della Storia del XX secolo, nei quali le vicende collettive dei popoli si sono confuse con quelle individuali (le guerre, i campi di concentramento e di sterminio, i genocidi e le morti di personaggi dignitosi). Ecco, dunque, il collegamento anche con la esemplarità propositiva del ricordo di uomini e donne che sono morti per la legalità, la democrazia, la giustizia. Per queste ragioni proponiamo alcune figure significative, le cui vicende e la cui morte prematura sono pressoché sconosciute soprattutto alle giovani generazioni. Ricordare tali personaggi ha senso perché ci permette di conoscere anche le dinamiche culturali, politiche, sociali della loro età, del loro tempo. Di qui, possono nascere le tensioni verso il presente, verso le grandi contraddizioni (le ingiustizie sociali, le illegalità diffuse, il rischio dell’azzeramento della Costituzione) che ancora non riusciamo a contrastare con civile e costante impegno.
Una figura sicuramente sconosciuta è quella del giornalista de Il Giornale di Sicilia, Mario Francese, ucciso dalla mafia palermitana la sera del 26 gennaio 1979, sotto casa sua. Mario Francese, dalle pagine del giornale siciliano, comincia a dare fastidio alla mafia palermitana, perché le sue inchieste sugli appalti pubblici individuano precise responsabilità, gli accordi fra le cosche malavitose e alcuni settori della pubblica amministrazione. In particolare, egli svolge indagini sulla strage di Ciaculli, quartiere palermitano, dove l’ esplosione di un’Alfa Romeo imbottita di tritolo il 30 giugno 1963 ha procurato la morte di sette carabinieri e uomini dell’esercito (l’attentato mafioso si inserisce in quella che viene definita la prima guerra delle mafie tra la cosca di La Barbera e quella del boss di Ciaculli, Salvatore Greco). Inoltre, il giornalista de Il Giornale di Sicilia è (stato) l’unico ad intervistare Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina. La decisione della mafia di uccidere il giornalista scomodo è scaturita anche dall’indagine intorno al progetto della regione siciliana sulla diga di Garcia, che prevedeva a Contessa Entellina, vicino Palermo, un lago artificiale per l’irrigazione dei campi.
Piersanti Mattarella, di Castellamare del Golfo, uomo ritenuto da tutti, avversari e colleghi di partito (quello democristiano), onesto e probo, viene ammazzato la mattina del 6 gennaio 1980, dopo aver contrastato per anni la mafia della sua città. Viene assassinato con un colpo solo davanti alla moglie e ai figli, morendo all’istante. È un anno particolarmente importante dal punto di vista della storia dell’Italia repubblicana degli ultimi decenni, perché è l’anno in cui Patrizio Peci, brigatista rosso, si pente, facendo i nomi dei suoi colleghi e indicando la sede genovese dove si riuniva la direzione strategica delle Brigate rosse, in Via Fracchia nr. 12. Il comandante dei carabinieri che dirige il blitz è il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e questa missione costituisce uno degli episodi fondanti che vedono la fine del gruppo terroristico che aveva rapito e ucciso Aldo Moro. Sorpresi nel sonno, i 4 terroristi rossi che dormivano nell’ appartamento di Via Fracchia moriranno tutti. I brigatisti, in seguito, si vendicheranno di Patrizio Peci, uccidendo in un agguato a Pescara il fratello Roberto.☺
Quando parliamo di “memoria” nell’accezione del ricordo storico di avvenimenti e di personaggi che fanno parte della vita di una nazione, non vogliamo apparire legati al passato, ma intendiamo semplicemente dire che per noi il passato, remoto o prossimo che sia, è un punto di riferimento per capire meglio il nostro tempo, quello del presente.
Quando parliamo di “memoria” nell’accezione del ricordo storico di avvenimenti e di personaggi che fanno parte della vita di una nazione, non vogliamo apparire legati al passato, ma intendiamo semplicemente dire che per noi il passato, remoto o prossimo che sia, è un punto di riferimento per capire meglio il nostro tempo, quello del presente.
Sappiamo, poi, che per i giovani è alquanto arduo considerare essenziali le esperienze del passato, perché essi sono affascinati da altre prospettive della vita. Infatti, noi siamo consapevoli che oggi gli elementi fondamentali della cultura dominante sono il successo, l’apparire e non l’essere, le vuote formalità, la leggerezza dei rapporti che sconfina nell’indifferenza, nell’egoismo di classe, nella ostile diffidenza verso gli altri. Per quanti vivono secondo i parametri della cultura neoliberista – e sono secondo la nostra opinione la maggioranza – la “memoria” storica e civile non ha quasi valore, perché costoro vivono nell’hic et nunc individualistico come dentro una fortezza. Per molti altri, ai quali la crisi economica sta – pure a loro – destinando un presente amaro di inquietudini, il legame con il passato potrebbe suscitare solo rabbia, indignazione per come si è caduti così in basso – civilmente ed eticamente parlando.
Ma è proprio da questo profondo disagio che dovremmo ripartire, e, riprendendo l’impervio e disagevole cammino dell’utopia, ribadire la necessità di un cambiamento radicale, per esempio, nell’ amministrare la res publica, nel combattere la corruzione, nel contrastare e porre un freno allo scivolamento verso l’oblio della democrazia parlamentare e, poi, in quello del disinteresse dei “beni comuni”, quali il lavoro, la salute, la cultura, la giustizia sociale e la perequazione economica fra i cittadini, in modo da rendere effettivamente duratura la parità di fronte alle leggi e alle norme dettate dalla Carta Costituzionale.
Alla luce di queste riflessioni e di queste incalzanti necessità, appare per noi chiaro il significato di “memoria”, che è lo strumento per non dimenticare avvenimenti dolorosi e cruenti della Storia del XX secolo, nei quali le vicende collettive dei popoli si sono confuse con quelle individuali (le guerre, i campi di concentramento e di sterminio, i genocidi e le morti di personaggi dignitosi). Ecco, dunque, il collegamento anche con la esemplarità propositiva del ricordo di uomini e donne che sono morti per la legalità, la democrazia, la giustizia. Per queste ragioni proponiamo alcune figure significative, le cui vicende e la cui morte prematura sono pressoché sconosciute soprattutto alle giovani generazioni. Ricordare tali personaggi ha senso perché ci permette di conoscere anche le dinamiche culturali, politiche, sociali della loro età, del loro tempo. Di qui, possono nascere le tensioni verso il presente, verso le grandi contraddizioni (le ingiustizie sociali, le illegalità diffuse, il rischio dell’azzeramento della Costituzione) che ancora non riusciamo a contrastare con civile e costante impegno.
Una figura sicuramente sconosciuta è quella del giornalista de Il Giornale di Sicilia, Mario Francese, ucciso dalla mafia palermitana la sera del 26 gennaio 1979, sotto casa sua. Mario Francese, dalle pagine del giornale siciliano, comincia a dare fastidio alla mafia palermitana, perché le sue inchieste sugli appalti pubblici individuano precise responsabilità, gli accordi fra le cosche malavitose e alcuni settori della pubblica amministrazione. In particolare, egli svolge indagini sulla strage di Ciaculli, quartiere palermitano, dove l’ esplosione di un’Alfa Romeo imbottita di tritolo il 30 giugno 1963 ha procurato la morte di sette carabinieri e uomini dell’esercito (l’attentato mafioso si inserisce in quella che viene definita la prima guerra delle mafie tra la cosca di La Barbera e quella del boss di Ciaculli, Salvatore Greco). Inoltre, il giornalista de Il Giornale di Sicilia è (stato) l’unico ad intervistare Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina. La decisione della mafia di uccidere il giornalista scomodo è scaturita anche dall’indagine intorno al progetto della regione siciliana sulla diga di Garcia, che prevedeva a Contessa Entellina, vicino Palermo, un lago artificiale per l’irrigazione dei campi.
Piersanti Mattarella, di Castellamare del Golfo, uomo ritenuto da tutti, avversari e colleghi di partito (quello democristiano), onesto e probo, viene ammazzato la mattina del 6 gennaio 1980, dopo aver contrastato per anni la mafia della sua città. Viene assassinato con un colpo solo davanti alla moglie e ai figli, morendo all’istante. È un anno particolarmente importante dal punto di vista della storia dell’Italia repubblicana degli ultimi decenni, perché è l’anno in cui Patrizio Peci, brigatista rosso, si pente, facendo i nomi dei suoi colleghi e indicando la sede genovese dove si riuniva la direzione strategica delle Brigate rosse, in Via Fracchia nr. 12. Il comandante dei carabinieri che dirige il blitz è il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e questa missione costituisce uno degli episodi fondanti che vedono la fine del gruppo terroristico che aveva rapito e ucciso Aldo Moro. Sorpresi nel sonno, i 4 terroristi rossi che dormivano nell’ appartamento di Via Fracchia moriranno tutti. I brigatisti, in seguito, si vendicheranno di Patrizio Peci, uccidendo in un agguato a Pescara il fratello Roberto.☺
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