la stagione delle stragi  di Franco Novelli
30 Maggio 2012 Share

la stagione delle stragi di Franco Novelli

 

Nei primi anni Novanta del XX secolo lo Stato barcolla di fronte a Cosa Nostra, perché l’ala dura di questa organizzazione malavitosa – di fronte ai probabili esiti negativi del maxiprocesso, che si sta svolgendo nella seconda metà degli anni Ottanta nell’aula bunker di Palermo, decide di fare la guerra allo Stato. A cavallo tra il 1992 e il 1993 la cosiddetta Prima Repubblica sta annaspando fra le acque limacciose della corruzione dilagante, fra le macro e micro tangenti che foraggiavano spudoratamente i partiti, particolarmente quelli del governo di centro sinistra, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista craxiano. Nel mese di dicembre del 1992 arriva il primo avviso di garanzia a Bettino Craxi, cui seguono altri avvisi di garanzia ad imprenditori, a politici, a funzionari pubblici e dirigenti di aziende private. Queste sono (state) storie di autentico malaffare, i cui protagonisti (implicati nelle indagini della magistratura milanese) vengono conosciuti da tutti e spesso queste vicende legali sono accompagnate da gesti di disperazione, da suicidi di manager e di politici anche. Salvo Lima, uomo che rappresenta(va) Giulio Andreotti in seno alla DC siciliana, è personaggio accusato di essere vicino a Cosa nostra, di averla sostenuta, ma, nonostante ciò, viene assassinato il 12 marzo del 1992. Qual è la vera ragione dell’assassinio mafioso di Salvo Lima? Questi viene punito, in quanto – come ex colluso con la mafia – non riesce più a garantirle un esito favorevole nel maxiprocesso palermitano, procedimento giudiziario originato dalle pazienti indagini di Falcone e Borsellino. Altro elemento di destabilizzazione del panorama complessivo è costituito dall’arresto, all’inizio di gennaio del 1993, del capo della mafia, Totò Riina.

In questo quadro socio-politico di grande smarrimento civile (perché fra l’altro è in corso l’indagine di Tangentopoli che sta facendo constatare all’opinione pubblica quanto profonda e cancerosa sia la corruzione in Italia), dicevamo, in questo periodo molte altre bombe sono fatte esplodere, terribili, fra l’incredulità e la paura di molti. La strage di Capaci e quella altrettanto dolorosa di Via D’Amelio vengono dopo le uccisioni violente di molti personaggi (giudici e membri delle forze dell’ordine) e nello stesso momento precedono quelle egualmente devastanti che si susseguono senza sosta e con grande paura nelle istituzioni nei due anni successivi alla morte dei due magistrati del pool antimafia creato da Nino Caponnetto, a Palermo. Alle stragi, però, comincia ad accompagnarsi anche una campagna di delegittimazione della magistratura, la cui stabilità istituzionale e il cui ruolo autonomo, come prevede la Costituzione, sono messi in discussione.

In un anno – 1993/1994 – ci sono sette attentati di cui uno fallito; i morti sono dieci, i feriti quasi cento e incalcolabili sono i danni al patrimonio artistico e a quello urbanistico.

Il primo attentato avviene a Roma – 14 maggio 1993 – con un’autobomba in Via Fauro; ad essere colpiti sono Maurizio Costanzo e la compagna Maria De Filippi, che però per una semplice fortuità escono illesi dall’agguato. Cosa nostra accusa Costanzo di esser implacabile nelle sue trasmissioni televisive nei confronti della mafia, che per vendetta prepara l’assassinio del popolare giornalista televisivo. Appena  due settimane dopo e precisamente il 27 maggio, a Firenze in Via dei Georgofili, un’autobomba scoppia, sconvolgendo tutto il centro storico della città medicea, causando la morte di cinque persone e il ferimento di molte altre. Ricordo che, quando la notizia venne data dalla TV, le immagini ritraevano uno squarcio di città come se fosse stata bombardata: la torre delle Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, completamente distrutta; la famiglia del custode falcidiata dall’esplosione; la chiesa di Santo Stefano al Ponte danneggiata con gravi danni inferti anche alla Galleria degli Uffizi; infatti, le strutture murarie della galleria, le scale, i lucernai, i soffitti, i tetti furono seriamente danneggiati.

 Appena due mesi dopo a Milano il 27 luglio in via Palestro una Fiat uno esplode facendo cinque vittime e decine di feriti: anche qui l’esplosione danneggia la strada, un distributore di benzina; dappertutto vetture frantumate, vetri rotti di decine di abitazioni per un raggio di 200-300 metri. L’esplosione, inoltre, lesiona i muri del Padiglione; nel frattempo, prende fuoco la condotta del gas che esplode all’altezza del Padiglione stesso mandandolo letteralmente in frantumi. A distanza appena di quaranta  minuti a Roma c’è una violenta esplosione a San Giovanni in Laterano, che fa subire seri danni agli edifici della famosa piazza romana, polverizzando alcuni affreschi che decorano la Basilica e mettendo in ginocchio per i danni che subiscono il Policlinico militare del Celio e l’ospedale di san Giovanni. I feriti sono sette.

Qualche minuto dopo, e precisamente alle 00,10 del 28 luglio, sempre a Roma in via del Velabro c’è una nuova deflagrazione che arreca molti danni alla chiesa che è una delle più importanti chiese della Cristianità occidentale e che è stata costruita, secondo un’antica leggenda, nel luogo dove sarebbero stati ritrovati Romolo e Remo. Anche qui ci sono cinque feriti gravemente. Infine, ci sarebbe dovuta essere una vera e propria strage a Roma, appena dopo la conclusione della partita di pallone Lazio-Udinese, allo stadio Olimpico i primi di gennaio 1994: un’autobomba viene messa al fianco di un pullman dei carabinieri e ci sarebbe stata una strage, se non ci fosse stato un contrordine dai vertici di Cosa nostra. Perché una tale retromarcia? Il contrordine è sopraggiunto nel momento in cui la cupola di Cosa nostra ha avvertito che un nuovo accordo con una nuova forza politica nazionale potesse essere fatto, come in effetti è successo con alcuni esponenti del partito di FI. La condanna prima a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti di Marcello Dell’Utri e poi il suo ricorso vinto alcuni mesi fa dimostrano quanto sia importante leggere e interpretare tali avvenimenti per capire la nuova strategia della mafia che penetra nella società e nel mondo della finanza e della produzione, confondendosi nel magma sociale che oggi contraddistingue la società contemporanea. La mafia, le mafie cambiano la loro morfé esterna, universalmente nota – la mafia che spara e che fa le stragi – con un’altra che oggi la dipinge in maniera perfetta: la mafia è negli affari, nelle speculazioni finanziarie, è nei grandi traffici internazionali di droga, di armi, di sostanze tossiche e nocive; le mafie sono nei parlamenti e condizionano la libertà dei cittadini, sconvolgendone la vita e le abitudini. Mafia e classe politica sono talmente contigue da confondersi l’una con l’altra, determinando sconcerto e smarrimento presso i cittadini (pensiamo, per esempio, alla cooperazione internazionale italiana dei primi anni Novanta del secolo scorso e alla dolorosa morte della giornalista Ilaria Alpi e del suo cameraman, Miran Hrovatin in Somalia nel 1994). Qui si illumina una nuova scena certamente molto più complessa ed ambigua di quella che è stata oggetto delle presenti riflessioni; ci riserviamo di definirne i contorni appena possibile.☺

bar.novelli@micso.net

 

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