8 Giugno 2019
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La partita è aperta

Quello delle europee è un voto a due facce: pessimo in Italia, sostenibile in Europa. Negli anni ‘60 e negli anni ‘70 si discuteva nelle sedi politiche internazionali “dell’anomalia italiana”, dell’esempio italiano. L’Italia era il paese dove si era formato il più forte partito Comunista d’Occidente, forte, democratico, colto e insieme profondamente popolare. Un partito che già con Gramsci aveva testimoniato la sua forte identità nazionale, la sua alterità al conformismo e alla burocrazia sovietica. Non è questo il momento per ricostruire la storia dei comunisti, del sindacato e più in generale della sinistra italiana, ma è bene non dimenticare che l’Italia per un lungo periodo è stato uno straordinario laboratorio sociale, culturale, politico e sindacale, dove si sono realizzate riforme sociali, affermati diritti nel mondo del lavoro e sperimentate nuove forme di democrazia.

Qualcosa di molto grave deve essere accaduto negli ultimi trenta anni nella coscienza e nel senso comune della nostra società, se le cose oggi vanno così male a sinistra e così bene all’estrema destra. In Italia ha stravinto le elezioni un politicante che occhieggia alle forze fasciste di Casa Pound, bacia il rosario e incita all’odio razziale. L’Italia è nelle mani di Salvini e non sarà facile fermare l’onda nera del ministro degli interni. Il segretario della Lega ha già tracciato la rotta dei prossimi mesi: alimentare l’isteria xenofoba nel popolo e la lotta dei penultimi contro gli ultimi, accarezzare il pelo dei ceti alti e dei territori economicamente forti del paese con la flat tax e con l’autonomia regionale, e infine radicalizzare lo scontro con le istituzioni europee. In diversi sostengono che questa strategia è di corto respiro, che il debito pubblico italiano e i parametri di Maastricht scaveranno ben presto la fossa politica al ministro Salvini. È una tesi che non mi convince. Salvini è un avventurista, non ha esitato a chiudere i porti, a infrangere il diritto internazionale, a violare elementari regole di civiltà, a chiudere canali di comunicazione fra l’Italia e molti paesi europei. Salvini, è facilmente prevedibile, utilizzerà la prossima lettera di censura dall’Europa come l’occasione per buttare altra benzina sul fuoco del nazionalismo e del sovranismo. Chi pensa di liquidare il segretario della Lega utilizzando la minaccia e i moniti europei a mio parere coltiva un’illusione che potrebbe anche rivelarsi pericolosa.

La tigre di carta

Il ministro degli interni potrebbe rivelarsi una tigre di carta, ma per ragioni e percorsi ben diversi da quelli ipotizzati dalla maggioranza dei commentatori politici. La chiave di questa mia speranza sta proprio nella natura del voto europeo. La geografia politica europea che queste elezioni ci consegnano non è quella che sperava Salvini, e non è neppure la fotocopia dell’Europa di ieri. L’onda d’urto delle forze antieuropee non vi è stata, ed è accaduto qualcosa che potrebbe, se il buon senso guidasse la Politica, rivelarsi interessante. Nel nuovo Parlamento europeo entrano con forza i Verdi, secondo partito in Germania e terzo in Francia, due paesi che sono decisivi per il futuro europeo. I socialisti che pure escono male da questo voto europeo in due paesi importanti, come la Spagna e l’Olanda, ottengono dei buoni risultati. Infine la storia di questi anni dovrebbe essere un insegnamento, magister vitae per tutte quelle forze che si considerano autenticamente europeiste. Non è quindi fuori dal mondo immaginare che possa affermarsi nei nuovi equilibri della Commissione e del Parlamento europeo una idea più forte di Europa e insieme un programma economico-finanziario libero dalla trappola dell’austerità. Se così fosse, se nelle istituzioni europee dovesse prevalere una strategia che privilegiasse i vincoli dei bisogni sociali e dello sviluppo economico piuttosto che i vincoli di bilancio, allora si potrebbe aprire una nuova fase in Europa. Queste scelte cambierebbero anche la qualità del confronto – scontro fra Salvini e le istituzioni europee – e si aprirebbe una nuova e importante possibilità per le forze democratiche, ambientaliste e di sinistra in Italia. In questo nuovo contesto sarebbe ipotizzabile anche una evoluzione positiva della stessa galassia dei Cinque stelle. Non ricordo precedenti di una tragedia elettorale pari a quella avuta dai Cinque stelle: perdere in un anno la metà dei voti, sei milioni di voti è quasi impossibile da immaginare. A questo punto Di Maio e compagni sono di fronte a tre possibilità: o diventano lo sgabello di Salvini, o recuperano una improbabile verginità protestataria o cercano una terza via, della quale qualche cenno nella campagna elettorale si è avuto. Di Maio ha evocato il salario minimo garantito, una giustizia giusta, un fisco equo e non la flat tax di Salvini, un’autonomia regionale che non sia discriminazione fra regioni ricche e regioni povere e la polemica contro i sovranismi e nazionalismi. Insomma qualcosa di buono potrebbe venire anche dalla rotta elettorale dei Cinque stelle.

Necessità di resistenza democratica

Perché una qualche speranza per il futuro in questa nostra Italia possa darsi è decisivo che sul versante del centro-sinistra vi sia un reale mutamento e che cessi il cupio dissolvi a sinistra. Intorno al Partito Democratico si è riunita un’area di resistenza democratica, in alcune grandi città il Pd e il centro-sinistra hanno dimostrato un’importante vitalità, ma non dovrebbe sfuggire la fragilità, la precarietà e la debolezza di questo risultato. Il Pd è anch’esso di fronte a scelte non più rinviabili: se vuole essere l’alternativa al centro-destra e riaprire una prospettiva democratica, e di sinistra, ha dinnanzi a sé un percorso obbligato: ritrovare una connessione sentimentale con il popolo e portare nella concretezza della politica, dell’economia e della finanza quelle ragioni e quei princìpi fondamentali che sono decisivi per dare un futuro alla comunità umana e al pianeta. Un grande progetto di radicale cambiamento, nel quale potrà essere parte fondamentale il ruolo del sindacato e della CGIL di Landini.

Il secondo e impegnativo imperativo per il Partito Democratico è quello di una vera rivoluzione della “forma partito”. Oggi il Pd è una sommatoria di comitati elettorali, di correnti e di gruppi di interessi, la sua classe dirigente esaurisce se stessa nelle lotte intestine e negli equilibri di palazzo. Un partito siffatto non potrà mai essere il cuore di un’alternativa democratica e di sinistra.

Infine, se l’alternativa non vuole essere uno slogan illusorio, è importante aprire un confronto e una interlocuzione con gli sconfitti dei Cinque stelle, far maturare qualcosa di buono in quel mondo sarebbe molto importante per costruire in tempi ragionevoli l’alternativa alla destra. Il fondamentalismo antigrillino di Renzi e per alcuni versi dello stesso Calenda non è innocente, il primo, Renzi, continua ad essere ossessionato dal suo stesso futuro, il secondo, Calenda, ha in testa una politica tecnocratica e un partito di centro.

Da ultimo, che dire della sinistra radicale? Una sconfitta, una disfatta che dovrebbe indurre ad una seria riflessione e che dovrebbe evitare la usuale coazione a ripetere. Vi è in questa area non solo la malinconia di un passato glorioso, vi sono anche tante energie e intelligenze che sarebbero preziose per le sfide del futuro. Ma perché ciò accada è necessario un grande gesto di umiltà: abbandonare il gioco della politica e della vacua ideologia, e riprendere con pazienza il filo della costruzione dell’alternativa nella sperimentazione sociale e nel cielo della teoria. In conclusione, il voto italiano è brutto, ma non privo di contraddizioni e il voto nel resto d’Europa è molto più che un semplice argine ai populisti. Non retoricamente, ma realmente la partita è ancora aperta. ☺

 

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