la scuola del deserto  di Michele Tartaglia
30 Ottobre 2011
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la scuola del deserto di Michele Tartaglia

 

La bibbia non dà una lettura univoca dell’esilio, perché esso è visto sia come punizione divina, che come tempo di nuove opportunità, in quanto il ritorno all’essenzialità permette di fare ordine nella propria vita per tenere solo ciò che è buono, come direbbe l’apostolo Paolo. L’esilio nella bibbia è diventato, come l’esodo, una categoria interpretativa per le svolte importanti, crudeli e al contempo gravide di speranza per chi riusciva a rimanere in vita. Pensiamo, ad esempio, alla lettura che fu fatta dell’oppressione greca nel libro di Daniele, oppure della tragica fine di Gerusalemme ad  opera dei Romani, descritta nell’Apocalisse e in alcuni testi apocrifi ebraici come il IV Libro di Esdra o il II Libro di Baruc. In tutte queste situazioni il nemico è definito semplicemente Babilonia, perché ormai quell’esperienza era diventata emblematica e proverbiale per ogni cambio radicale. Quando si parla di Babilonia si parla sempre di esilio, che diventa luogo di revisione di vita per imparare dagli errori commessi e per sognare un mondo non più basato sulla miopia degli interessi di bottega ma sull’utopia del bene condiviso. Per questi sogni è necessaria la poesia, di cui la bibbia abbonda, soprattutto in quei grandi poeti e sognatori che sono stati i profeti che, grazie alle loro parole conservate e attualizzate nelle diverse epoche, hanno saputo far compiere una lettura non disperata anche delle situazioni più nere.

Certo è il ricordo di queste parole che spesso manca e che produce, ad ogni peggioramento, solo sconforto e cinismo, se pensiamo a luoghi come il nostro Molise, colpito da terremoti e alluvioni, fossilizzato in un sistema di potere che tende solo a conservare se stesso, travolto da una crisi economica epocale che uccide, come insegna la dura legge della natura, sempre prima il più debole. Se ci affidiamo alla natura non possiamo far altro che attendere la fine, solo augurandoci che l’agonia sia breve. Ma l’uomo non è solo natura, non è solo lotta per la sopravvivenza, ma è cultura, è presa in carico del debole, ammaestrato da quelle voci profetiche che hanno il vertice in Gesù e che sono l’eco di quel mistero d’amore che chiamiamo Dio, che ha dato forza ai deboli di resistere e di lottare per un mondo più umano, capace di riflettere, cioè, l’immagine di Dio.

Ascoltiamo uno dei più antichi profeti scrittori, che è stato riletto e attualizzato proprio alla luce dell’esilio di Babilonia, da altri sognatori anonimi, come potremmo essere noi oggi, che hanno fatto proprie le idee di questo profeta e le hanno fatte camminare sulle loro gambe. Il profeta di cui parlo è Osea, che ha lottato contro le ingiustizie di un regno opulento e decadente, come era Israele nell’VIII secolo a. C., ma la cui eco è giunta fino agli esiliati di Babilonia, che hanno appreso anche da lui a coltivare la speranza: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati… Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,16-22). Il deserto dell’esilio è paragonato da Osea al deserto dell’esodo, non tempo semplicemente di sconfitta e di perdita, ma tempo di ammaestramento, di educazione e riflessione su ciò che è essenziale per una giusta convivenza: la giustizia e il diritto, ma anche la benevolenza e l’amore reciproco, con l’impegno alla fedeltà alla parola data.

Se pensiamo a quanti giuramenti vengono fatti sulla costituzione o sul vangelo, a quanti impegni presi di fronte ai cittadini o a quante prediche e discorsi e prolusioni riversano fiumi di parole sulla necessità di cambiare rotta, sull’impegno a migliorare la situazione dei più disagiati, sul Mediterraneo come mare nostro e quindi accogliente, tutte cose dette e non fatte, capiamo che non basta solo annunciare la giustizia o l’amore, bisogna coltivare la fedeltà ed è per questo che c’è bisogno della scuola del deserto, del luogo in cui tutto manca perché tutto deve essere ancora conquistato; è la scuola del sogno ma anche di quel realismo che porta ad accogliere con gratitudine solo ciò che serve per vivere, dove l’accumulo di risorse aumenta solo l’esposizione al pericolo di non farcela e dove non si vivono ruoli sociali, ma solo la comune appartenenza alla vita umana. Il deserto delle dittature e delle guerre del XX secolo è stato il momento in cui si sono creati i migliori documenti sulla dignità umana e se troppo presto si è tornati all’egoismo dei propri affari, la provvidenziale ciclicità delle crisi permette a certe parole antiche, ma sempre attuali, di risuonare ancora per coltivare la speranza.☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

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