La signora Adriana
6 Gennaio 2015
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La signora Adriana

C’è una tale signora Adriana, attempata sì ma non sgradevole, giusto un po’ robusta. Quale lavoro abbia svolto in passato non si sa, una cosa certo onesta, magari un tantino trista. Fatto sta che ora è in pensione e vive sola in un palazzone della periferia romana. Nel cortile del suo condominio giocano dei ragazzini monelli e sgarbati; quando la signora  Adriana, tutti i pomeriggi alle sei o su o per giù, passa attraverso il cortile grassa e goffa e, impacciata dalle buste della spesa, cammina inciampando qua e là con un fiatone da poterci suonare una tromba, beh allora quei birbanti si scatenano e via a sbeffeggiarla: “Signora Adriana, grassa cicciona, sei una zitellona, sei una zitellona!”. Così, ogni dì. La signora Adriana fa finta di nulla, però dentro si irrigidisce, il cuore le si stringe in petto, e, appena chiusa dietro di sé la porta di casa, piange e si dispera. Fino a che un giorno uno di quei ragazzacci -il suo nome è Luigino-, mentre la signora Adriana attraversa il cortile e lui è al solito impegnato coi compagni a deriderla, le scruta bene bene il profilo del viso e  scorge lungo la guancia della signora uno strano luccichio, come di una perla liquida: un lacrima, non c’è dubbio. Turbato, la segue quatto quatto e, quando lei è dentro casa, da monello patentato qual è, si mette ad origliare. E che sente! La signora Adriana si lamenta e tra gemiti e singhiozzi a Luigino sembra di sentire: “Oh povera me! Perché quei bimbi ce l’hanno con me?”.

Senza por tempo, Luigino corre dagli amici ed immediatamente riferisce del pianto, dei sospiri e di tutto il rimanente. Quei monelli! Chi lo avrebbe detto? Sono commossi e pentiti, subito si riuniscono, si dividono in partiti, discutono, mettono ai voti: d’ora in poi si cambi strategia e alla signora Adriana si riservino solo sorrisi, aiuti e compagnia. Detto fatto e da un giorno al seguente la invitano a giocare, le fanno i complimenti, le insegnano a ballare una di quelle loro strane danze di salti scomposti e zompi nei fossi. Non vi dico la signora Adriana davanti a questa felicità inaspettata! Pare rinata, sorride ai birichini, con loro si diverte e poiché – lo dimostra la linea imperfetta – è davvero una cuoca provetta, imbandisce ai suoi giovani amici una volta alla settimana  una cena luculliana.

Una delle tante fantasticherie narrative imbastite di fretta e di furia per mia nipote, che da piccolissima mi incalza col suo “Zia, mi racconti una storia?”, sicché, esaurito il bagaglio favolistico canonico, ho cominciato a fare da me; quella della signora Adriana -niente di speciale e lo so bene-, è stata sempre una delle sue storielle preferite; costretta a raccontargliela decine di volte, non le ho mai chiesto il perché di tale favore. Lo capisco da me: è certo perché i bambini vivono nelle immagini come nella realtà viva, ma è anche perché non hanno filtri nei sentimenti, odiano e amano dal profondo, sono appassionati partigiani, e tuttavia sanno sperare, cercano l’armonia degli opposti. I bambini dispettosi e la povera signora Adriana e il lieto fine.

Per una di quelle strane associazioni di idee che dapprima sfuggono ad ogni vaglio causale e poi però reclamano decise la loro pienezza logica, questa storiella me la sono andata ripetendo qualche giorno fa, quando valutavo se aderire allo sciopero generale indetto da una parte dei sindacati confederati contro le misure prese dall’attuale governo in materia di lavoro.

C’è che sono scettica sulla validità dello sciopero quale strumento di protesta, lo trovo troppo prevedibile negli effetti, nei metodi omologo alla politica che si intende contestare, spesso studiatamente tardivo; d’altro canto sento l’urgenza di dire la mia, di “spendere” la mia presenza per esprimere il disagio e il dissenso di una cittadina tra i tanti rispetto alla politica del lavoro del governo e in fondo, al di là dello sciopero, non ho molti altri modi, esclusi i piagnistei alla qualunque, per segnalare che anche io ci sono e anche io mi oppongo.

Mi oppongo ad un lavoro che non nobilita ma mortifica, perché non debitamente garantito sotto vari profili o,  peggio, perché assente del tutto.

Ho pensato alle lacrime silenziose della signora Adriana ingiustamente derisa, alla insistenza e alla frequenza con cui mia nipote mi ha chiesto di raccontarle questa storia; mi è venuta in mente l’intervista ascoltata dalla radio ad un direttore d’orchestra russo, che diceva di essersi dovuto destare dopo lungo periodo di chiusura nel giro delle sue proprie comode certezze -il lavoro ben remunerato, il pranzo, la cena, la doccia, i quattro amici fidati- perché lontano dal dolore degli altri sentiva deperire la sua propria intelligenza ed il suo proprio cuore.

Poi mi sono lasciata scuotere da tre parole, per me magiche, da sempre.

La prima è partecipazione, che è quanto dire libertà, perché chi partecipa abbatte il muro di omertosa indifferenza verso gli altri e verso sé stesso e provoca la pochezza del proprio corpo e la fragilità della propria anima con un deciso “Opponiti al dolore!”: non un atto di generosità, ma un’orgogliosa rivoluzione.

La seconda parola è passione, che è come dire vita, perché, qualunque passione ci abiti e ci attraversi da capo a piedi, sentiamo il sangue pulsare e pronta ad esplodere ogni infinitesimale particella del nostro essere; vero è che per passione e di passione rischiamo di bruciare, di ritrovarci stremati davanti alla meta o stecchiti nudi davanti ad uno specchio, ma è pur vero che senza passioni viviamo senza vivere.

L’ultima è speranza, una parola che fin nel suono crepita come fiamma, che illumina il buio, apre prospettive multiple, abbatte il muro del realisticamente esistente e in tre robuste sillabe sorregge questa nostra vita di incertezze.

Ieri ho aderito allo sciopero: non so se sia servito, io ho sentito invadermi di aria pura e di luce.

Oggi è Santa Lucia, il tempo è stato freddo pungente, ora la notte è tersa e ammantata di stelle chiare. Santa Lucia è la “mia”santa: la porto nel nome e nella vista offuscata, ma che non distoglie mai lo sguardo, che non smette di indagare; la ricordo nell’amore di mia nonna e di mia zia, che stasera vedo tra il bagliore delle stelle; la canto con le belle parole di De Gregori “Santa Lucia, per tutti quelli che hanno gli occhi e un cuore che non basta agli occhi…”.

A presto.☺

 

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