La storia di un cigno: anna pavlova
Le preziose: con questo titolo apro articoli che parlano di donne di ieri, l’altro ieri, oggi che, come le preziose del settecento hanno agito o vissuto per lasciare il testimone alle altre.
È una fredda sera d’inverno del 1931 quando il treno fra Cannes e Parigi si ferma per un incidente, un piccolo incidente: ma è inverno, fa molto freddo, i passeggeri vengono fatti scendere per verificare il guasto e rimangono per ore all’addiaccio. Si vede camminare una passeggera lungo le rotaie, vestita solo di un leggero pigiama di seta e uno scialle sulle spalle.
Questa è una delle ultime immagini che ci viene rimandata della più grande ballerina russa del secolo, che rivoluzionò la danza: Anna Pavlova. Quando il treno finalmente arriva a destinazione Anna è già ammalata, sembra un banale raffreddore ma si tramuta in polmonite fulminante e la danzatrice muore il 23 gennaio del 1931 in una stanza di hotel dell’Aia. Un aneddoto forse troppo struggente per poter rimandare alla realtà ma certo è che tutta la vita della Pavlova oscilla tra fiaba e realtà.
Nata da una lavandaia e molto probabilmente da un banchiere che però non è il suo effettivo padre, la piccola Anna vede, per la prima volta a San Pietroburgo, nel 1889 insieme con la madre La bella addormentata con la musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Per una famiglia che appena sbarca il lunario è una serata straordinaria e mamma e figlia sono emozionatissime ma tanto più emozionata è la bambina che da quando era piccola sogna di ballare.
È quasi febbricitante quando torna a casa e decide del suo futuro: niente e nessuno le toglierà dalla testa di diventare ballerina. Dovrà aspettare due anni ancora per presentarsi alle severe selezioni dei balletti imperiali, nel frattempo farà molta fatica a convincere la madre che non si tratta solo di un capriccio ma di un’inclinazione vera e propria anche perché, secondo i dettami dell’epoca, non ha il fisico adatto a fare la ballerina. Agnes de Mille scrive “Le ossa trasparenti di un uccellino, le giunture di un fragile uccellino! Era tutta fuoco e volontà d’acciaio. Non c’era un grammo in più sulle sue ossa, e l’energia vitale usò il suo corpo fino a logorarlo”.
Con questa “energia vitale” Anna è determinata: riesce a creare uno stile personale aereo, poetico; rivoluzionerà la danza imponendosi come la fondatrice di una nuova tendenza romantica che farà scuola su tutti i palcoscenici. Ma la strada è ancora lunga e come lei scriverà più tardi “Nessuno riesce ad avere successo nonostante il proprio talento. Dio dà il talento e il duro lavoro lo trasforma in genio”.
Studia con un maestro italiano che le insegna assoluta abnegazione e così lei, magra, con le giunture e le caviglie da uccellino, lei che veniva chiamata dai compagni “la scopa” riesce a vincere.
Cambia la scarpetta da ballo rendendola più solida, con una punta di cuoio e più piatta la suola, studia fino allo sfinimento e, grazie a questa determinazione, diventa a soli 25 anni prima ballerina del teatro Mariinskij. Tutta la Russia accorre per applaudire la sua grazia, il rigore e l’abnegazione per eccellere, ma il vero colpo di teatro avviene quando Anna chiede al musicista Michel Fokine di creare un a solo per lei di rara potenza sul Carnevale degli animali con la musica di Camille Saint-Saens. Il pezzo è sulla morte del cigno, in realtà Fokine non aveva parlato di morte, ma la drammaticità che Anna porta nella danza, senza rispondere solo ai movimenti tecnici, ma combinando la danza ad altre forme dell’arte come il teatro, la pantomima, ecc. rende la morte del cigno qualcosa di soprannaturale. Ha inizio una strabiliante carriera.
Nei primi del ‘900 non si parlerà di altro che di questi spettacoli innovativi in cui tutte le arti, dalla scenografia alla musica da ballo, ai costumi vengono fuse insieme creando dei piccoli capolavori d’avanguardia. Nel pieno di questo successo, Anna decide di abbandonare l’avventura russa; si sente oramai una vera solista; si trasferisce a Londra dove compra una casa elegante con un laghetto dove – vedi caso – ha due meravigliosi cigni bianchi oramai animali magici per lei. E comincia a ballare da sola e fa tappa in tutto quanto il mondo: nel 1913 in Nord America poi nel Sud Giappone, Africa, perfino Nuova Zelanda, Australia ed è proprio qui che un pasticcere le dedica un dolce, il dolce “pavlova” diventato anch’esso famoso in tutto il mondo.
Anna non è più solo una grande ballerina ma una missionaria della danza, una divulgatrice appassionata che riesce a diffondere la conoscenza di quest’arte anche in luoghi dove il balletto è sconosciuto. Le foto dell’epoca la ritraggono in stazioni affollate, transatlantici in partenza. Misteriosa ed elegante come un’eroina del film muto, d’altra parte fa anche un film però capisce che quest’arte non le appartiene; il suo posto rimane il palcoscenico, gli applausi perché questi lei vuole come aveva scritto.
“Sin dai primi anni della mia vita, ho sempre voluto danzare. Non potevo pensare ad altro futuro, non potevo vedermi in un altro ruolo se non quello di una ballerina in un grande palcoscenico di fronte ad un’affollata audience di pubblico. Volevo mostrare loro la perfetta bellezza del movimento e aspettare col fiato sospeso e il cuore in tumulto i loro applausi. Così cominciai a costruirmi castelli in aria al di là delle mie speranze e dei miei sogni, finché tutto questo si esaudì quando fui condotta per la prima volta al Teatro Mariinskij per assistere ad una rappresentazione della Bella addormentata. Io ero così concentrata sullo spettacolo che rimasi come immobilizzata. Ero sbalordita, terribilmente attenta che quasi non sentii mia madre sfiorarmi. La mia infinita attenzione l’aveva colpita. ‘Nura’ mi disse ‘ti piacerebbe ballare con loro?’. Risposi: ‘No, mi piacerebbe piuttosto ballare lassù da sola, come quella dolce Prin- cipessa’”. (Anna Pawlowa, Tanzende Fuesse. Der Weg meines Lebens, Dresden 1928).
E così fa fino all’ultimo giorno quando il sipario si apre, la luce bianca illumina il palcoscenico vuoto in suo onore. Lei è nel letto che sta morendo e si dice cha abbia sussurrato “datemi il mio costume da cigno” e stringendolo al petto, muore.☺
