la veste e il velo di Gaetano Jacobucci | La Fonte TV
Il Barocco ci pone in grado di rapportarci con l’epidermide della figura che racchiude il corpo, che lascia trasparire l’incarnato e si apre sull’interiorità fisica. La pittura è un sentimento della carne, che può essere avvolta come una seconda pelle, dai gesti e dalle pose delle membra (soprattutto dalle mani), dalla chioma, dall’ornamento, dal velo e dalle vesti o dalle armature (Diderot). La forma nuda è vista e intravista, le sue proposizioni di verità espresse o modulate, attraversate da idee filosofiche e stilistiche. La teoria della veste è quella stessa del nudo. Essa può essere supplemento oppure manifestazione dell’identità, intima o sociale; il nudo per un verso può essere l’esatta espressione di sé o semplice forma disadorna della mente o dell’anima. Per Gregorio Magno “il corpo era l’abominevole veste dell’ anima”; per gli gnostici la verità è vestita; per R. Barthes “la veste è l’involucro liscio di quella materia coalescente di cui è fatto il mio immaginario”.
Nuda Veritas
Il ruolo singolare per la rappresentazione filosofica della Nuda Veritas lo ha rivestito il Nudo velato: quello maschile del Cristo morto, e velato, nella cappella San Severo di Napoli ma soprattutto quello femminile, onnipresente, poiché nella concezione della nudità di Clark, l’erotismo sta nel velo.
Il velo ha forza di metafora filosofica ed estetica. È un dispositivo retorico, comparabile a quello che separa il senso letterale dai tropi, che servono ad abbellire o a tradirlo. Il velo è figura che nasconde o lascia trasparire la verità. Simulazione sofistica di togliere e strappare per guardare in faccia il vero-nudo; al contrario, unico accesso ad una verità altrimenti inaccessibile: l’accesso al corpo si fa attraverso il velo. Nella tradizione del Nudo questa verità non era nell’ordine della natura, ma dell’ideale culturale; nella formulazione di Hegel il significato spirituale abita nel velo o nell’abito che nasconde la bella nudità naturale. Per Kant ed altri, il velo è un “indumento di cui non ci si può mai spogliare completamente, ma soltanto scambiare con un altro più diafano”.
La pelle
Una storia della rappresentazione del corpo nudo come operatore di verità e di bellezza dovrebbe raccontare i movimenti che partano dalla veste al corpo (spogliazione o messa a nudo) e dalla pelle alla carne (effrazione o scorticamento) come fanno la Riforma e il Manierismo.
Nel caso della Controriforma e del Barocco si parte dalla carne intima per mostrare come si incorpora e poi si adorna, si vela e si riveste. Si tende a ricostruire i moti rappresentati o impliciti che conducono dall’esibizione al pudore fino al completo occultamento, come pure partire dal processo della mostrazione, fino alla sfrontata esibizione. “La pelle non si definisce come nudità ma come zona erogena, membrana somatica pronta a trasformarsi in velo o veste… Questa pelle porosa non chiude il corpo, senza grana né asperità, è dolce e vellutata, è tiepida e fresca, senza un proprio spessore, la trasparenza della tinta: qualità di chiusura. Sulla pelle si disegna una tensione del tenero, gonfiori e svuotamenti che segnalano i moti della carne. Il trascolorare dell’incarnato, dalla vitalità alla malattia e alla morte delinea la superiorità della pittura sulla scultura. La nudità è la negazione dell’essere chiuso in sé, la nudità è uno stato di comunicazione. Lo svelamento è rivelazione: può andare ben oltre la pelle verso la verità incorruttibile di cui la carne è il velo. È il complesso di Marsia o di S. Bartolomeo, motivo attivo nello splendore dei nudi suppliziati dei martiri cristiani sul cui corpo ideale s’iscrive invano la crudele legge terrena della violenza: fenditura” (AA.VV. Il nudo tra ideale e realtà, a cura di P. Weiermaier, Artificio Skira, Milano, 2004). ☺
gaetano.jacobucci@virgilio.it
Il Barocco ci pone in grado di rapportarci con l’epidermide della figura che racchiude il corpo, che lascia trasparire l’incarnato e si apre sull’interiorità fisica. La pittura è un sentimento della carne, che può essere avvolta come una seconda pelle, dai gesti e dalle pose delle membra (soprattutto dalle mani), dalla chioma, dall’ornamento, dal velo e dalle vesti o dalle armature (Diderot). La forma nuda è vista e intravista, le sue proposizioni di verità espresse o modulate, attraversate da idee filosofiche e stilistiche. La teoria della veste è quella stessa del nudo. Essa può essere supplemento oppure manifestazione dell’identità, intima o sociale; il nudo per un verso può essere l’esatta espressione di sé o semplice forma disadorna della mente o dell’anima. Per Gregorio Magno “il corpo era l’abominevole veste dell’ anima”; per gli gnostici la verità è vestita; per R. Barthes “la veste è l’involucro liscio di quella materia coalescente di cui è fatto il mio immaginario”.
Nuda Veritas
Il ruolo singolare per la rappresentazione filosofica della Nuda Veritas lo ha rivestito il Nudo velato: quello maschile del Cristo morto, e velato, nella cappella San Severo di Napoli ma soprattutto quello femminile, onnipresente, poiché nella concezione della nudità di Clark, l’erotismo sta nel velo.
Il velo ha forza di metafora filosofica ed estetica. È un dispositivo retorico, comparabile a quello che separa il senso letterale dai tropi, che servono ad abbellire o a tradirlo. Il velo è figura che nasconde o lascia trasparire la verità. Simulazione sofistica di togliere e strappare per guardare in faccia il vero-nudo; al contrario, unico accesso ad una verità altrimenti inaccessibile: l’accesso al corpo si fa attraverso il velo. Nella tradizione del Nudo questa verità non era nell’ordine della natura, ma dell’ideale culturale; nella formulazione di Hegel il significato spirituale abita nel velo o nell’abito che nasconde la bella nudità naturale. Per Kant ed altri, il velo è un “indumento di cui non ci si può mai spogliare completamente, ma soltanto scambiare con un altro più diafano”.
La pelle
Una storia della rappresentazione del corpo nudo come operatore di verità e di bellezza dovrebbe raccontare i movimenti che partano dalla veste al corpo (spogliazione o messa a nudo) e dalla pelle alla carne (effrazione o scorticamento) come fanno la Riforma e il Manierismo.
Nel caso della Controriforma e del Barocco si parte dalla carne intima per mostrare come si incorpora e poi si adorna, si vela e si riveste. Si tende a ricostruire i moti rappresentati o impliciti che conducono dall’esibizione al pudore fino al completo occultamento, come pure partire dal processo della mostrazione, fino alla sfrontata esibizione. “La pelle non si definisce come nudità ma come zona erogena, membrana somatica pronta a trasformarsi in velo o veste… Questa pelle porosa non chiude il corpo, senza grana né asperità, è dolce e vellutata, è tiepida e fresca, senza un proprio spessore, la trasparenza della tinta: qualità di chiusura. Sulla pelle si disegna una tensione del tenero, gonfiori e svuotamenti che segnalano i moti della carne. Il trascolorare dell’incarnato, dalla vitalità alla malattia e alla morte delinea la superiorità della pittura sulla scultura. La nudità è la negazione dell’essere chiuso in sé, la nudità è uno stato di comunicazione. Lo svelamento è rivelazione: può andare ben oltre la pelle verso la verità incorruttibile di cui la carne è il velo. È il complesso di Marsia o di S. Bartolomeo, motivo attivo nello splendore dei nudi suppliziati dei martiri cristiani sul cui corpo ideale s’iscrive invano la crudele legge terrena della violenza: fenditura” (AA.VV. Il nudo tra ideale e realtà, a cura di P. Weiermaier, Artificio Skira, Milano, 2004). ☺
Il Barocco ci pone in grado di rapportarci con l’epidermide della figura che racchiude il corpo, che lascia trasparire l’incarnato e si apre sull’interiorità fisica. La pittura è un sentimento della carne, che può essere avvolta come una seconda pelle, dai gesti e dalle pose delle membra (soprattutto dalle mani), dalla chioma, dall’ornamento, dal velo e dalle vesti o dalle armature (Diderot). La forma nuda è vista e intravista, le sue proposizioni di verità espresse o modulate, attraversate da idee filosofiche e stilistiche. La teoria della veste è quella stessa del nudo. Essa può essere supplemento oppure manifestazione dell’identità, intima o sociale; il nudo per un verso può essere l’esatta espressione di sé o semplice forma disadorna della mente o dell’anima. Per Gregorio Magno “il corpo era l’abominevole veste dell’ anima”; per gli gnostici la verità è vestita; per R. Barthes “la veste è l’involucro liscio di quella materia coalescente di cui è fatto il mio immaginario”.
Nuda Veritas
Il ruolo singolare per la rappresentazione filosofica della Nuda Veritas lo ha rivestito il Nudo velato: quello maschile del Cristo morto, e velato, nella cappella San Severo di Napoli ma soprattutto quello femminile, onnipresente, poiché nella concezione della nudità di Clark, l’erotismo sta nel velo.
Il velo ha forza di metafora filosofica ed estetica. È un dispositivo retorico, comparabile a quello che separa il senso letterale dai tropi, che servono ad abbellire o a tradirlo. Il velo è figura che nasconde o lascia trasparire la verità. Simulazione sofistica di togliere e strappare per guardare in faccia il vero-nudo; al contrario, unico accesso ad una verità altrimenti inaccessibile: l’accesso al corpo si fa attraverso il velo. Nella tradizione del Nudo questa verità non era nell’ordine della natura, ma dell’ideale culturale; nella formulazione di Hegel il significato spirituale abita nel velo o nell’abito che nasconde la bella nudità naturale. Per Kant ed altri, il velo è un “indumento di cui non ci si può mai spogliare completamente, ma soltanto scambiare con un altro più diafano”.
La pelle
Una storia della rappresentazione del corpo nudo come operatore di verità e di bellezza dovrebbe raccontare i movimenti che partano dalla veste al corpo (spogliazione o messa a nudo) e dalla pelle alla carne (effrazione o scorticamento) come fanno la Riforma e il Manierismo.
Nel caso della Controriforma e del Barocco si parte dalla carne intima per mostrare come si incorpora e poi si adorna, si vela e si riveste. Si tende a ricostruire i moti rappresentati o impliciti che conducono dall’esibizione al pudore fino al completo occultamento, come pure partire dal processo della mostrazione, fino alla sfrontata esibizione. “La pelle non si definisce come nudità ma come zona erogena, membrana somatica pronta a trasformarsi in velo o veste… Questa pelle porosa non chiude il corpo, senza grana né asperità, è dolce e vellutata, è tiepida e fresca, senza un proprio spessore, la trasparenza della tinta: qualità di chiusura. Sulla pelle si disegna una tensione del tenero, gonfiori e svuotamenti che segnalano i moti della carne. Il trascolorare dell’incarnato, dalla vitalità alla malattia e alla morte delinea la superiorità della pittura sulla scultura. La nudità è la negazione dell’essere chiuso in sé, la nudità è uno stato di comunicazione. Lo svelamento è rivelazione: può andare ben oltre la pelle verso la verità incorruttibile di cui la carne è il velo. È il complesso di Marsia o di S. Bartolomeo, motivo attivo nello splendore dei nudi suppliziati dei martiri cristiani sul cui corpo ideale s’iscrive invano la crudele legge terrena della violenza: fenditura” (AA.VV. Il nudo tra ideale e realtà, a cura di P. Weiermaier, Artificio Skira, Milano, 2004). ☺
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