Lee miller: flapper della vita
15 Gennaio 2021
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Lee miller: flapper della vita

Le preziose: con questo titolo apro articoli che parlano di donne di ieri, l’altro ieri, oggi che, come le preziose del settecento hanno agito o vissuto per lasciare il testimone alle altre.

Nel 2019 a Bologna, vidi la mostra Surrealist Lee Miller; volevo capire, scrivere uno spettacolo con le foto dell’orrore e quelle della modella più amata nel primo ‘900 ed un suo lungo monologo, ma i libri erano quasi tutti in inglese, poi sono stata travolta dagli eventi.  Ignara compro un libro di Serena Dandini, La vasca del Furher, ed. Einaudi e scopro che è la vita di questa donna che mi ha incuriosito e inseguito dall’anno scorso!

Sembravo un angelo fuori. Mi vedevano così. Ero un demonio, invece, dentro. Ho conosciuto tutto il dolore del mondo fin da bambina”.  Così dice di se stessa Elisabeth Miller, nata a Poughkeepsie,  nel 1907, fin da bambina entra in contatto con il mondo della fotografia. Suo padre, l’adorava e fu infatti la sua modella preferita – la ritraeva spesso nuda, da bambina fino all’età adulta. Quando ha solo sette anni, un evento drammatico segna la sua vita: viene violentata da un amico di famiglia. Non fu solo un evento traumatico dal punta di vista psicologico per la piccola Lee, ma anche dal punto di vista fisico, dato che contrasse la gonorrea e dovette sottoporsi a dolorosissime cure. Da lì forse Lee o Lì-Lì affettuosamente chiamata in famiglia, impara l’arte della fuga, della rimozione dal danno, separa il danno fisico dal trauma psicologico.

Non può più pulire il suo corpo che sente sporco e contaminato ma può continuare ad esporlo, ad esibirlo. Prima va a Parigi poi a New York. Un giorno, mentre cammina per le strade di Manhattan, rischia di essere investita, ma viene salvata da un passante, che è il più famoso editore della celebre rivista Vogue e la sua prima fotografia da modella incanta tutti. Inizia così, per puro caso, la sua carriera di modella, che la porta a essere una delle più ricercate, affascinanti, desiderate dai fotografi più in voga del momento. I capelli corti, il cappellino calzato sui capelli e un rossetto vivace fanno di lei la perfetta donna moderna, quelle che Zelda Fitzegerald descrive come le flappers (dal battito d’ali della farfalla).

Lee non deve fare altro che fuggire da una situazione all’altra. Lei che ha sperimentato il danno da bambina ci riesce perfettamente: diventa l’idolo di tutti gli artisti del periodo. Ha sperimentato da sempre la leggerezza dell’essere in situazioni difficili, non l’ha sperimentato da quando urlava per il dolore a sette anni? Basta che il suo corpo sia una macchina perfetta e che lei sorrida con eterea assenza, è un’arma di vita e di sopravvivenza, è un velo di separazione dagli altri che la protegge da un dolore che non nomina e focalizza per ora, mai.

L’anno successivo decide di ritornare a Parigi, qui incontra Man Ray, fotografo e artista del surrealismo di cui diventa allieva, musa e amante.­ Ma Lee non vuole semplicemente imparare: è dotata di ingegno, di creatività. Recenti studi hanno svelato infatti che molte fotografie attribuite a Man Ray erano in realtà opera di Miller. Scrive “preferisco fare una fotografia piuttosto che essere una fotografia, e nel fare cerca la luce, l’oro dello spirito, quello leggero e incalcolabile”. Ma fugge sempre Lee, perché non ha pace con il suo corpo e la sua anima.

Man Ray è diventato gelosissimo, lei lo lascia, tenta la strada del matrimonio che la possa rassicurare. Sposa un ricco egiziano, Aziz Eloui Bey, abbandona tutto e si stabilisce in Egitto. Qui conduce una vita borghese che ben presto l’annoia, ma un giorno scopre il deserto: riprende la sua fedele macchina fotografica e maniacalmente fotografa il deserto che per lei è un luogo dell’anima non un paesaggio.

E fugge ancora Lee, lascia il Cairo e ritorna a Parigi dove con Roland Penrose, che diverrà suo marito, incontra tutto il surrealismo dell’epoca, da Picasso in poi. È un periodo apparentemente felice. Ma Lee non sa stare ferma, qualcosa la chiama sempre altrove per cercare pace dai demoni che la notte la tormentano.

Alle prime bombe della Seconda Guerra Mondiale, Lee ritorna a New York, dove decide di diventare fotoreporter di guerra, incarico all’epoca non frequentemente assegnato a una donna.

Ha un compagno di viaggio fedele e discreto ed è con lui che entra, prima donna, nei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald. “Credete è tutto vero” scrive al giornale patinato mentre con mani tremanti e la sua Rolleiflex ingaggia una lotta con l’orrore che arriva prima a fetide ventate che tutti credono siano gas letali, ma si rendono conto che sono cumuli, ammassi di morti e di vivi. Qui fotografa senza sosta. Con l’aiuto del defredina, senza mai dormire, fotografa, finalmente trova la fonte dove prendere ispirazione e riscatto.

La sua battaglia con l’orrore ha inizio e le sue foto non sono “solo la testimonianza di un’inviata di guerra, ma aggiungono alla pura documentazione dell’evento storico un punto di vista artistico ancora più doloroso. In dead prisoners ogni foto è un dettaglio: sono gambe di un prigioniero sopravvissuto allo sterminio accanto a cumuli di ossa di altri esseri umani saponificati. Lee racconta i sopravvissuti che camminano sperduti in mezzo a morti, cumuli di ossa: svuotati da sentimenti, completamente devitalizzati. L’intento primario e finale dei nazisti era quello di annullare la caratteristica umana”.

Questo stravolgimento distrugge Lee. Finalmente in quei luoghi dà pace al suo danno ma continua a scappare, a fotografare luoghi di distruzione e d’orrore finché esausta e malata non ritorna da Roland. Ha 40 anni, è distrutta ma qui l’ attende un’altra sorpresa della natura, aspetta un figlio. Lee porta in soffitta tutta la sua vita di modella e di fotografa, mette al mondo il figlio Antonhy che non saprà nulla della vita della madre, si rifugia nella cucina preparando per tutti i suoi amici surrealisti che la vanno a trovare pranzi succulenti cui lei non partecipa. A chi le chiede cosa ha fatto nella vita dice “ho scattato qualche foto molti anni fa”. Muore nel ‘77 per un cancro e solo dopo il figlio Anthony, per puro caso, in soffitta trova chi era sua madre e riscatta la sua figura.

La fuga di Lee è finita, forse la pace ha avuto inizio proprio con la foto sberleffo dopo l’orrore, nella borghese e triste casa­ ­­­di Monaco di Hitler, dove per caso lei ed il suo amico fotografo vengono portati a riposare. Una casa intrisa di triste quotidianità e nessuna bellezza; Lee si spoglia della sua divisa nel candido bagno, piena di fango e lorda con il fango degli stivali il candido tappetino del furher, si immerge nuda e offre il volto, finalmente placato ma consapevole all’occhio dell’amico David che la immortala nella vasca del Furher. Uno sberleffo che placa la ferita primaria di Lee e che riporta a noi l’immagine della flapper che finalmente ha fatto pace con il suo corpo e la sua anima.

Non ne sono sicura ma questa donna d’avanguardia problematica, forte, danneggiata, vigorosa, pura arte e creatività come puro senso, può esserci d’esempio in questo periodo di claustrofobia per capire che alle tragedie infinite possiamo sempre levare le scorie e far venire fuori una pura farfalla.☺

 

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