L’etica perduta
28 Aprile 2016
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L’etica perduta

L’umanità vive una svolta storica dalla duplice faccia. Una la riconosciamo nei progressi che si producono in molti campi nei quali è giusto lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’ educazione, della comunicazione. L’altra – da non dimenticare perché riguarda la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo – è quella che questi vivono in una quotidiana precarietà dalle conseguenze funeste. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di moltissime persone persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’iniquità diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità.

Questo cambiamento epocale è stato generato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Lo scandalo che colpisce a prima vista è che ci sia ancora fame e malnutrizione in un pianeta che, per la prima volta e da decenni, ha raggiunto la capacità di sfamare l’umanità intera. Fame e denutrizione non possono mai essere considerate un fatto normale al quale abituarsi, quasi si trattasse di parte del sistema. In un’epoca globalizzata che permette di conoscere le situazioni di bisogno nel mondo e di moltiplicare gli scambi e i rapporti umani, paradossalmente, cresce la tendenza all’individualismo e alla chiusura in se stessi che genera quell’indifferenza verso chi muore di fame o soffre per denutrizione, quasi fosse un fatto ineluttabile e naturale.

Certamente è necessario dare il pane a chi ha fame: è un atto di giustizia. Ma c’è una fame più profonda, fame di felicità, che solo Dio può saziare, e fame di dignità. Non c’è vera promozione del bene comune, né vero sviluppo dell’uomo, quando si ignorano i pilastri fondamentali che reggono l’umanità, i suoi beni immateriali: la vita, dono di Dio, da tutelare e promuovere sempre; la famiglia, fondamento della convivenza e rimedio contro lo sfaldamento sociale; l’educazione integrale, che non si riduce a semplice trasmissione di informazioni con lo scopo di produrre profitto; la salute che deve cercare il benessere della persona, anche della dimensione spirituale, essenziale per l’equilibrio umano e per una sana convivenza; la sicurezza, nella convinzione che la violenza può essere vinta solo a partire dal cambiamento del cuore umano.

Cosa possiamo fare? Il primo passo importante è abbattere con decisione le barriere dell’individualismo, della chiusura in se stessi, della schiavitù del profitto a tutti i costi non solo nelle dinamiche delle relazioni umane, ma anche nelle dinamiche economico-finanziarie globali. Oggi più che mai è necessario educarci alla solidarietà, riscoprire il significato e il valore di questa parola scomoda e messa molto spesso in disparte e fare che diventi atteggiamento di fondo nelle scelte a livello politico, economico e finanziario, nei rapporti tra le persone, tra i popoli e le nazioni. Solidarietà che non si riduce alle diverse forme di assistenza, bensì opera per assicurare che un sempre maggior numero di persone possano essere economicamente indipendenti. Siamo ancora lontani da un mondo in cui ognuno possa vivere in modo dignitoso. Educarci alla solidarietà significa educarci all’umanità: edificare una società che sia veramente umana comporta mettere al centro, sempre, la persona e la sua dignità e mai svenderla alla logica del profitto.

Purtroppo chi comanda oggi non è l’uomo, ma il denaro. E Dio, nostro padre, ha dato il compito di custodire la terra non ai soldi ma a noi: agli uomini e alle donne. Noi abbiamo questo compito. Il denaro deve servire e non governare. Invece uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera e disabile, se non serve ancora (come il nascituro) o non serve più (come l’anziano). Peggio ancora, l’essere umano è considerato egli stesso come un bene di consumo che si può usare e poi gettare. Questa cultura ci ha reso insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancor più deprecabili quando in ogni parte del mondo, purtroppo, si soffre fame e denutrizione. I dati FAO in merito indicano che circa un terzo della produzione alimentare mondiale è indisponibile a causa di perdite e di sprechi sempre più ampi. In tale contesto, la solidarietà, che è il tesoro dei poveri, è spesso considerata controproducente, contraria alla razionalità finanziaria ed economica.☺

 

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