Liberare la palestina
3 Dicembre 2014
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Liberare la palestina

È proprio l’istruzione promossa dagli inglesi a dare vita alle lotte nazionaliste palestinesi. La lotta di liberazione di genere si pone in secondo piano rispetto alla necessità di liberare il territorio palestinese.

Nel 1929 superando le restrizioni di tipo tradizionale l’Associazione delle Donne Arabe organizza una dimostrazione contro la dichiarazione Balfour e l’immigrazione ebraica, il maltrattamento dei prigionieri arabi e la donazione di 10.000 sterline ai rifugiati ebrei. Per scongiurare l’uso della forza, minacciato dall’Alto Commissario britannico, le donne sfilano nelle automobili nelle vie cruciali di Gerusalemme.

Nel 1933 le donne manifestano contro la visita del Generale inglese Allenby e contro l’immigrazione ebraica, cristiane e musulmane, cittadine e contadine, unite.

Nel 1935 viene ucciso Izz al-Din al Qassam, uomo acculturato e religioso che si scaglia contro l’imperialismo britannico e l’immigrazione ebraica. L’episodio provoca una crescita di indignazione e porta alla rivolta del 1936-1939 che vede un picco nella partecipazione delle donne che giocano un ruolo importante nella lotta armata: nascondono e trasportano armi. La caratteristica più importante della rivolta è il coinvolgimento delle donne delle aree rurali.

I primi anni ’40 sono di relativa calma per la società palestinese a causa di vari fattori: nel 1939 viene pubblicato il White Paper (tacitamente accettato dalla società) che prevede la creazione di uno stato palestinese in 10 anni; aumenta la richiesta di forza lavoro a causa della guerra mondiale e migliorano le condizioni economiche; il panarabismo femminista supporta la lotta nazionalista palestinese con iniziative non violente.

Nella seconda metà degli anni ’40 il movimento delle donne acquista nuova energia. Le distruzioni della II guerra mondiale e il conseguente arrivo degli ebrei in Palestina preoccupano sempre più la società palestinese. Inoltre la soluzione offerta nel 1946 dalla Commissione Anglo-Americana per la questione palestinese non soddisfa né gli ebrei né i palestinesi. Essa prevede la continuazione del mandato sotto l’egida delle Nazioni Unite e non prevede la formazione di uno stato, garantisce l’entrata di 100.000 ebrei e la vendita di terra a questi ultimi. Nel 1947 le Nazioni Unite decidono per la partizione della Palestina. Questo provvedimento porta a una guerra durante la quale le donne sono care givers: si prendono cura dei mariti e dei figli lavorando negli ospedali, preparando cibo e vestiti, raccogliendo fondi.

Una delle conseguenze più tristi della guerra del 1948 (guerra di fondazione dello stato di Israele) è l’alto numero di profughi (520.000-1.000.000). I palestinesi sono costretti a lasciare le proprie terre e coloro che restano nel territorio israeliano (metà della popolazione originaria) vengono trattati come cittadini di seconda classe. La risposta delle donne palestinesi è l’alto numero delle nascite spiegato come resistenza alla politica israeliana di controllo delle nascite (all’interno del neonato stato di Israele). Il tasso di fertilità cresce anche a Gaza, nella West Bank e tra i rifugiati, in parte per sopperire alle perdite create dalla guerra, in parte come arma contro l’occupazione israeliana. Le donne si ritirano in famiglia, una delle poche istituzioni palestinesi uscite intatte dal conflitto: essa rievoca i valori ideali della società palestinese e si pone come garante dell’onore delle donne minacciato dalla violenza degli israeliani.

Se alla fine degli anni ’40 sono per la maggior parte le giovani ragazze a chiedere un ruolo attivo nella rivoluzione contro il nemico israeliano, sfidando l’idea maschile che il ruolo più appropriato per una donna nella resistenza è quello di care giver, a partire dal 1953 con l’ascesa di Nasser e il crescente panarabismo, il ruolo delle donne si rafforza e molte di loro dimostrano di avere “il vento nei capelli”  (risultano slegate dalle norme sociali tradizionali).

La politica di non allineamento di Nasser, l’unità araba e la necessità della liberazione della Palestina arrivano agli studenti soprattutto attraverso le radio. Studenti e studentesse prendono in mano la situazione e si costituiscono parte attiva nella guerra del 1956. Le studentesse entrano con molto entusiasmo nei partiti comunista, bahatista, nazionalista arabo. Nasser e i partiti rappresentano la speranza di tornare in Palestina. La Carta dell’Olp parla chiaramente di “elevazione” del ruolo delle donne nella rivoluzione. Al Fatah recluta donne da inserire nelle basi militari e addestrare per il combattimento. Nel 1965 nasce la General Union of Palestinian Women, in seguito all’appello di Arafat rivolto alle donne a prendere parte alla rivoluzione. L’adesione garantisce una preparazione militare da usare per la propria difesa ma le donne che lo desiderano possono ricevere addestramento per la guerriglia.

Sarà dopo la naksa del 1967 che aumenterà considerevolmente la violenza delle donne come dimostra Leila Khaled di cui si parlerà nel prossimo numero.☺

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