“Vorresti dirmi di grazia quale strada prendere per uscire di qui?”
“Dipende soprattutto da dove vuoi andare”, disse il Gatto.
È stato il dato poco consolante relativo al rapporto tra gli Italiani e la lettura a suggerirmi il ricordo de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. E non senza causa, perché il mondo di Alice è intessuto di un vocabolario infinito, frutto del tempo dedicato alla lettura e dello sforzo di esplorazione di sé e del mondo che la lettura richiede.
Lì, nel mondo di Alice, la parola è tanto feconda ed essenzialmente ambigua da significare ciò che il parlante vuole dire e insieme ciò che di volta in volta il lettore vuole intendere, un regno anarchico e libertario, senza confini, che comprende pensiero, emozioni, intuito.
E però o pertanto, il mondo di Alice è il più difficile da raggiungere, il più difficile da imparare a leggere. Perché imparare a leggere vuol dire molte cose: significa innanzitutto apprendere l’alfabeto della scrittura in cui è codificata la memoria e l’identità di una società; significa bensì imparare la sintassi di tale codice, in modo da pervenire ad una lettura direi etero-diretta di un testo, il cui senso è unico e sovrimposto; significa ad un più alto livello imparare come le iscrizioni in tale codice servano a conoscere in senso profondo, immaginativo e pratico, noi stessi e il mondo.
È quest’ultima modalità di apprendimento della lettura, quella presupposta dal mondo di Alice, una vera “appropriazione” del testo, nella misura in cui al significato attribuito al testo dai limiti del “buon senso comune” si sovrappone il senso che ognuno di noi sa creare da sé, memore delle sue pregresse vicende di vita e di lettura, della abilità che via via ha acquisito di smontare un testo, scovandone le latenti e remote relazioni intra-testuali ed extratestuali. Una capacità di lettura rischiosa addirittura, perché ci impone di aprire questioni, discutere, divergere, ribaltare.
Si spiega facilmente che da sempre chi è al potere guardi con scarso entusiasmo la lettura, in virtù del suo potenziale eversivo, e non per nulla nel Settecento e nell’ Ottocento furono pubblicate leggi per impedire agli schiavi delle colonie nei paesi extra-europei di imparare a leggere, mentre si moltiplicavano gli sforzi fatti dagli schiavi stessi per apprendere la lettura: prova evidente del nesso tra libertà civile e potere del lettore da una parte e della paura che quella libertà e quel potere fanno ai governanti di ogni sorta dall’altra.
È pur vero che il nostro Pinocchio, paradigma pedagogico del neonato stato liberale italiano, riconosce nella lettura l’inizio della responsabilità e dello status di cittadino.
“Oggi,” dice “alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani, poi, imparerò a scrivere e domani l’altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia abilità, guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca comprerò al mio babbo una bella casacca di panno…”. Dapprima restio, poi traviato da troppe “malevole” distrazioni, Pinocchio impara certo a leggere, ma si ferma ad una lettura superficiale del testo e i libri sono per lui luoghi “neutri”, in cui esercita il codice appreso per trarne una morale convenzionale: come dire che ripete “a pappagallo”, capisce senz’altro, ma non fa propria, non personalizza l’esperienza della lettura.
In realtà è che nel sistema scolastico finanche dei paesi cosiddetti democratici si annida un terribile paradosso: lo stato impone l’obbligo scolastico, perché deve far conoscere i propri codici ai cittadini affinché essi diventino membri attivi e attivamente coesi della società stessa, ma la conoscenza di quel tal codice, oltre alla possibilità di decifrare un manuale di istruzioni, permette ai cittadini di mettere in discussione la società stessa, ed è, dunque, pericolosa. La scuola, che fa funzionare la società, nasconde in sé la facoltà di sovvertirla ed è necessario, quindi, corrodere dall’interno questo potenziale, ottunderlo: il maestro deve sì insegnare, ma più che insegnare agli studenti a pensare con la loro testa, deve insegnare loro a soggiacere ai dettami sociali convenzionali che pongono un freno al pensiero.
Per tanto, mi duole dirlo, la scuola attuale non è il luogo del pensiero libero e della lettura profonda, non serve a formare i migliori, ma ad iniziarli alla società adulta, migliore o peggiore che sia.
Per lasciar segni davvero, il maestro, il professore dovrebbero insegnare a leggere in profondità, a mettere in discussione regole, a cercare spiegazioni al dogma, a confrontarsi con le imposizioni senza soggiacere al pregiudizio, a chiedere autorità a chi sta al potere, a cercare un luogo in cui esprimere la propria identità, anche se questo significa contrapporsi e infine liberarsi dei propri insegnanti.
Altra la realtà: tutti celebrano la cultura e i libri, poi però ogni risorsa nella scuola viene distolta dal libro stampato, fatta esclusione per quello di precetto strettamente scolastico, e stornata verso progetti inconcludenti o tecnologia elettronica veloce e immediata, come veloce e immediato non è il pensiero né la lettura profonda: essi richiedono tempo, difficoltà, fatica.
Per aspera ad astra è un motto ormai divenuto incomprensibile.
Penso all’ultima riforma della scuola, apparentemente diversa e sostanzialmente identica alle decine di altre che l’hanno preceduta; penso che allontanarsi dal ristretto vocabolario di ciò che la società considera “giudizioso e buono” e avventurarsi in un vocabolario più vasto, ricco, ambiguo, sia impresa spaventosa, eppure unica in grado di riformare, innovando, la scuola: in un paese di non lettori ancor più bisognerebbe appellarsi alla virtù della lettura, di quella lettura profonda, che coadiuva il pensiero, che scansa i luoghi comuni, il linguaggio dogmatico, le spaccature bianco nero, noi loro, bene male, e insegna la difficoltà di riflettere sui paradossi, sui quesiti irrisolti, sulle situazioni caotiche, dissolvendo barriere, ignorando confini, sovvertendo una visione del mondo consolidata quanto stantia.
Al tempo dei Greci “scuola” significava libero e gradevole uso delle proprie forze, specie spirituali, indipendentemente da ogni scopo pratico. Da allora il concetto di scuola ha fatto strani e lunghi passi in avanti, ma è impugnando lo specchio di Alice, rovesciando la prospettiva attesa, che ci garantiremmo un ritorno al futuro. Humpty Dumpty docet.☺
“Vorresti dirmi di grazia quale strada prendere per uscire di qui?”
“Dipende soprattutto da dove vuoi andare”, disse il Gatto.
È stato il dato poco consolante relativo al rapporto tra gli Italiani e la lettura a suggerirmi il ricordo de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. E non senza causa, perché il mondo di Alice è intessuto di un vocabolario infinito, frutto del tempo dedicato alla lettura e dello sforzo di esplorazione di sé e del mondo che la lettura richiede.
Lì, nel mondo di Alice, la parola è tanto feconda ed essenzialmente ambigua da significare ciò che il parlante vuole dire e insieme ciò che di volta in volta il lettore vuole intendere, un regno anarchico e libertario, senza confini, che comprende pensiero, emozioni, intuito.
E però o pertanto, il mondo di Alice è il più difficile da raggiungere, il più difficile da imparare a leggere. Perché imparare a leggere vuol dire molte cose: significa innanzitutto apprendere l’alfabeto della scrittura in cui è codificata la memoria e l’identità di una società; significa bensì imparare la sintassi di tale codice, in modo da pervenire ad una lettura direi etero-diretta di un testo, il cui senso è unico e sovrimposto; significa ad un più alto livello imparare come le iscrizioni in tale codice servano a conoscere in senso profondo, immaginativo e pratico, noi stessi e il mondo.
È quest’ultima modalità di apprendimento della lettura, quella presupposta dal mondo di Alice, una vera “appropriazione” del testo, nella misura in cui al significato attribuito al testo dai limiti del “buon senso comune” si sovrappone il senso che ognuno di noi sa creare da sé, memore delle sue pregresse vicende di vita e di lettura, della abilità che via via ha acquisito di smontare un testo, scovandone le latenti e remote relazioni intra-testuali ed extratestuali. Una capacità di lettura rischiosa addirittura, perché ci impone di aprire questioni, discutere, divergere, ribaltare.
Si spiega facilmente che da sempre chi è al potere guardi con scarso entusiasmo la lettura, in virtù del suo potenziale eversivo, e non per nulla nel Settecento e nell’ Ottocento furono pubblicate leggi per impedire agli schiavi delle colonie nei paesi extra-europei di imparare a leggere, mentre si moltiplicavano gli sforzi fatti dagli schiavi stessi per apprendere la lettura: prova evidente del nesso tra libertà civile e potere del lettore da una parte e della paura che quella libertà e quel potere fanno ai governanti di ogni sorta dall’altra.
È pur vero che il nostro Pinocchio, paradigma pedagogico del neonato stato liberale italiano, riconosce nella lettura l’inizio della responsabilità e dello status di cittadino.
“Oggi,” dice “alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani, poi, imparerò a scrivere e domani l’altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia abilità, guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca comprerò al mio babbo una bella casacca di panno…”. Dapprima restio, poi traviato da troppe “malevole” distrazioni, Pinocchio impara certo a leggere, ma si ferma ad una lettura superficiale del testo e i libri sono per lui luoghi “neutri”, in cui esercita il codice appreso per trarne una morale convenzionale: come dire che ripete “a pappagallo”, capisce senz’altro, ma non fa propria, non personalizza l’esperienza della lettura.
In realtà è che nel sistema scolastico finanche dei paesi cosiddetti democratici si annida un terribile paradosso: lo stato impone l’obbligo scolastico, perché deve far conoscere i propri codici ai cittadini affinché essi diventino membri attivi e attivamente coesi della società stessa, ma la conoscenza di quel tal codice, oltre alla possibilità di decifrare un manuale di istruzioni, permette ai cittadini di mettere in discussione la società stessa, ed è, dunque, pericolosa. La scuola, che fa funzionare la società, nasconde in sé la facoltà di sovvertirla ed è necessario, quindi, corrodere dall’interno questo potenziale, ottunderlo: il maestro deve sì insegnare, ma più che insegnare agli studenti a pensare con la loro testa, deve insegnare loro a soggiacere ai dettami sociali convenzionali che pongono un freno al pensiero.
Per tanto, mi duole dirlo, la scuola attuale non è il luogo del pensiero libero e della lettura profonda, non serve a formare i migliori, ma ad iniziarli alla società adulta, migliore o peggiore che sia.
Per lasciar segni davvero, il maestro, il professore dovrebbero insegnare a leggere in profondità, a mettere in discussione regole, a cercare spiegazioni al dogma, a confrontarsi con le imposizioni senza soggiacere al pregiudizio, a chiedere autorità a chi sta al potere, a cercare un luogo in cui esprimere la propria identità, anche se questo significa contrapporsi e infine liberarsi dei propri insegnanti.
Altra la realtà: tutti celebrano la cultura e i libri, poi però ogni risorsa nella scuola viene distolta dal libro stampato, fatta esclusione per quello di precetto strettamente scolastico, e stornata verso progetti inconcludenti o tecnologia elettronica veloce e immediata, come veloce e immediato non è il pensiero né la lettura profonda: essi richiedono tempo, difficoltà, fatica.
Per aspera ad astra è un motto ormai divenuto incomprensibile.
Penso all’ultima riforma della scuola, apparentemente diversa e sostanzialmente identica alle decine di altre che l’hanno preceduta; penso che allontanarsi dal ristretto vocabolario di ciò che la società considera “giudizioso e buono” e avventurarsi in un vocabolario più vasto, ricco, ambiguo, sia impresa spaventosa, eppure unica in grado di riformare, innovando, la scuola: in un paese di non lettori ancor più bisognerebbe appellarsi alla virtù della lettura, di quella lettura profonda, che coadiuva il pensiero, che scansa i luoghi comuni, il linguaggio dogmatico, le spaccature bianco nero, noi loro, bene male, e insegna la difficoltà di riflettere sui paradossi, sui quesiti irrisolti, sulle situazioni caotiche, dissolvendo barriere, ignorando confini, sovvertendo una visione del mondo consolidata quanto stantia.
Al tempo dei Greci “scuola” significava libero e gradevole uso delle proprie forze, specie spirituali, indipendentemente da ogni scopo pratico. Da allora il concetto di scuola ha fatto strani e lunghi passi in avanti, ma è impugnando lo specchio di Alice, rovesciando la prospettiva attesa, che ci garantiremmo un ritorno al futuro. Humpty Dumpty docet.☺
“Vorresti dirmi di grazia quale strada prendere per uscire di qui?” “Dipende soprattutto da dove vuoi andare”, disse il Gatto.
“Vorresti dirmi di grazia quale strada prendere per uscire di qui?”
“Dipende soprattutto da dove vuoi andare”, disse il Gatto.
È stato il dato poco consolante relativo al rapporto tra gli Italiani e la lettura a suggerirmi il ricordo de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. E non senza causa, perché il mondo di Alice è intessuto di un vocabolario infinito, frutto del tempo dedicato alla lettura e dello sforzo di esplorazione di sé e del mondo che la lettura richiede.
Lì, nel mondo di Alice, la parola è tanto feconda ed essenzialmente ambigua da significare ciò che il parlante vuole dire e insieme ciò che di volta in volta il lettore vuole intendere, un regno anarchico e libertario, senza confini, che comprende pensiero, emozioni, intuito.
E però o pertanto, il mondo di Alice è il più difficile da raggiungere, il più difficile da imparare a leggere. Perché imparare a leggere vuol dire molte cose: significa innanzitutto apprendere l’alfabeto della scrittura in cui è codificata la memoria e l’identità di una società; significa bensì imparare la sintassi di tale codice, in modo da pervenire ad una lettura direi etero-diretta di un testo, il cui senso è unico e sovrimposto; significa ad un più alto livello imparare come le iscrizioni in tale codice servano a conoscere in senso profondo, immaginativo e pratico, noi stessi e il mondo.
È quest’ultima modalità di apprendimento della lettura, quella presupposta dal mondo di Alice, una vera “appropriazione” del testo, nella misura in cui al significato attribuito al testo dai limiti del “buon senso comune” si sovrappone il senso che ognuno di noi sa creare da sé, memore delle sue pregresse vicende di vita e di lettura, della abilità che via via ha acquisito di smontare un testo, scovandone le latenti e remote relazioni intra-testuali ed extratestuali. Una capacità di lettura rischiosa addirittura, perché ci impone di aprire questioni, discutere, divergere, ribaltare.
Si spiega facilmente che da sempre chi è al potere guardi con scarso entusiasmo la lettura, in virtù del suo potenziale eversivo, e non per nulla nel Settecento e nell’ Ottocento furono pubblicate leggi per impedire agli schiavi delle colonie nei paesi extra-europei di imparare a leggere, mentre si moltiplicavano gli sforzi fatti dagli schiavi stessi per apprendere la lettura: prova evidente del nesso tra libertà civile e potere del lettore da una parte e della paura che quella libertà e quel potere fanno ai governanti di ogni sorta dall’altra.
È pur vero che il nostro Pinocchio, paradigma pedagogico del neonato stato liberale italiano, riconosce nella lettura l’inizio della responsabilità e dello status di cittadino.
“Oggi,” dice “alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani, poi, imparerò a scrivere e domani l’altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia abilità, guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca comprerò al mio babbo una bella casacca di panno…”. Dapprima restio, poi traviato da troppe “malevole” distrazioni, Pinocchio impara certo a leggere, ma si ferma ad una lettura superficiale del testo e i libri sono per lui luoghi “neutri”, in cui esercita il codice appreso per trarne una morale convenzionale: come dire che ripete “a pappagallo”, capisce senz’altro, ma non fa propria, non personalizza l’esperienza della lettura.
In realtà è che nel sistema scolastico finanche dei paesi cosiddetti democratici si annida un terribile paradosso: lo stato impone l’obbligo scolastico, perché deve far conoscere i propri codici ai cittadini affinché essi diventino membri attivi e attivamente coesi della società stessa, ma la conoscenza di quel tal codice, oltre alla possibilità di decifrare un manuale di istruzioni, permette ai cittadini di mettere in discussione la società stessa, ed è, dunque, pericolosa. La scuola, che fa funzionare la società, nasconde in sé la facoltà di sovvertirla ed è necessario, quindi, corrodere dall’interno questo potenziale, ottunderlo: il maestro deve sì insegnare, ma più che insegnare agli studenti a pensare con la loro testa, deve insegnare loro a soggiacere ai dettami sociali convenzionali che pongono un freno al pensiero.
Per tanto, mi duole dirlo, la scuola attuale non è il luogo del pensiero libero e della lettura profonda, non serve a formare i migliori, ma ad iniziarli alla società adulta, migliore o peggiore che sia.
Per lasciar segni davvero, il maestro, il professore dovrebbero insegnare a leggere in profondità, a mettere in discussione regole, a cercare spiegazioni al dogma, a confrontarsi con le imposizioni senza soggiacere al pregiudizio, a chiedere autorità a chi sta al potere, a cercare un luogo in cui esprimere la propria identità, anche se questo significa contrapporsi e infine liberarsi dei propri insegnanti.
Altra la realtà: tutti celebrano la cultura e i libri, poi però ogni risorsa nella scuola viene distolta dal libro stampato, fatta esclusione per quello di precetto strettamente scolastico, e stornata verso progetti inconcludenti o tecnologia elettronica veloce e immediata, come veloce e immediato non è il pensiero né la lettura profonda: essi richiedono tempo, difficoltà, fatica.
Per aspera ad astra è un motto ormai divenuto incomprensibile.
Penso all’ultima riforma della scuola, apparentemente diversa e sostanzialmente identica alle decine di altre che l’hanno preceduta; penso che allontanarsi dal ristretto vocabolario di ciò che la società considera “giudizioso e buono” e avventurarsi in un vocabolario più vasto, ricco, ambiguo, sia impresa spaventosa, eppure unica in grado di riformare, innovando, la scuola: in un paese di non lettori ancor più bisognerebbe appellarsi alla virtù della lettura, di quella lettura profonda, che coadiuva il pensiero, che scansa i luoghi comuni, il linguaggio dogmatico, le spaccature bianco nero, noi loro, bene male, e insegna la difficoltà di riflettere sui paradossi, sui quesiti irrisolti, sulle situazioni caotiche, dissolvendo barriere, ignorando confini, sovvertendo una visione del mondo consolidata quanto stantia.
Al tempo dei Greci “scuola” significava libero e gradevole uso delle proprie forze, specie spirituali, indipendentemente da ogni scopo pratico. Da allora il concetto di scuola ha fatto strani e lunghi passi in avanti, ma è impugnando lo specchio di Alice, rovesciando la prospettiva attesa, che ci garantiremmo un ritorno al futuro. Humpty Dumpty docet.☺
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