Mare nostro che non hai pietà
30 Aprile 2017
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Mare nostro che non hai pietà

Come pulsa il Mediterraneo in questi anni
batte d’uomini e donne mai nati o nati lontano
bambini al germoglio, fiori sfibrati.
Come grembo di Madre li accoglie
(mater dolorosa) e li rende al Padre
nelle doglie di schiuma alla riva
a volte non protegge l’amniotico d’onda
anzi straripa nel pianto alla deriva
li scaraventa sulla rena nel parto contro natura
coprendo d’un velo le membra irrisolte.
La terra li accoglie, balsamo unguento per sepoltura
issando la croce di fuoco in alto, più in alto
sull’altura dei senza nome, monte di carità.
Come s’inebria il Mediterraneo in questo scorcio di tempo
si nutre del sangue, rosso come gli altri, i tutti, i tanti
i sempre uguale, lo stesso sangue del mondo
eppure diverso, profondo: il nostro. Perché?
Mare nostro che non hai pietà!
Com’è triste questo mare nel tempo ingordo
ara sacrificale dove l’agnello adagia la testa
già scalfita dal forcipe infame dello scafista “redentore”.
Com’è gravido questo mare
di ricordi, barche e migrazioni d’altro legname
triremi e mercanti e placche d’avorio come scambio tra le rive
Fenici e spezie e broccati di conquiste per la storia.
Poi, altro sangue, è vero, d’Annibale e Romani, Saraceni…
Come vibra questo mare calmo, sparviero
in questi giorni di maree umane e piovre
cosa resta agli “allunati”: un pezzo di carta
con numero annesso del magnaccia balordo
senza gloria, senza faccia, nei segreti, nelle stive
pronto all’assalto, la minaccia al primo spasmo di ribellione.
Come esplode d’amore questo mare
negli approdi di “plastiche” isotermiche
eroi in divisa d’ordinanza e acrobati d’umanità
“foraggio” nella confusione, nei porti nelle case
negli ambulatori, nei camici bianchi solitari.
Formiche laboriose di comprensione
basteranno in questo sciabordio di guasti flutti?
Come pulsa questo mare… di relitti.

La Fonte

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