merce digitale  di Luca Sauro
30 Ottobre 2011 Share

merce digitale di Luca Sauro

 

Sono in un negozio di CD musicali, giro tra gli scaffali pieni di copertine colorate, ad un certo punto vedo qualcosa che mi interessa: è un cd dei Massive Attack, ma non ricordo la sua posizione nella discografia del gruppo. Nessun problema, l’amico che mi ha accompagnato ha con sé un I-Phone, basta digitare il nome dell’album e la cronologia dei Massive Attack compare sullo schermo. In altri tempi sarei dovuto andare a casa a controllare, utilizzando la connessione ad internet sul mio computer fisso (per non parlare dei tempi in cui avrei dovuto ricercare un appassionato di quella band più informato di me).

Ora invece sono a Montreal, in un ristorante che si definisce italiano… sto mangiando una pizza terribile con mio zio e si sta discutendo di capitalismo, cosa che rende la digestione ancora più difficile. Ad un certo punto voglio citargli quel romanzo, La fattoria degli animali, di cui però mi sfugge chi sia l’autore. Mio zio è pronto a sfoderare l’I-Phone per la ricerca, non c’è nessuna difficoltà.

Per non parlare di tutte le volte che girando per il groviglio di strade di Roma con gli amici, l’aiuto dell’I-Phone spesso è stato decisivo.

È incredibile quanto può essere utile un simile dispositivo. Tra l’altro il design è affascinante, è elegante, è comodo, risolve un sacco di problemi. Sembra quasi possibile far coincidere etica ed estetica: è bello e buono. Un’identificazione che sicuramente non esita a compiere l’utilizzatore abbagliato dalle funzionalità dell’oggetto; come colui che brama l’ultimo modello è abbagliato dalle luminosissime insegne degli stores davanti ai quali trascorre notti intere per poter poi entrare immediatamente, non appena l’orario d’apertura scatta. In un articolo molto interessante disponibile online, Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon ed Apple, Wu Ming 1 chiama appunto questa dinamica “feticismo della merce digitale”.

Sfortunatamente io sono afflitto da un feticismo diverso: quello delle pagine, nuove ed antiche. Queste ultime mi attirano in modo particolare, in quanto mi sorprende ogni volta la capacità profetica che gli scrittori hanno dimostrato… in questo caso specifico mi è venuto in mente lo scritto di un autore che non ho mai amato particolarmente, perché il linguaggio che utilizzava non è mai riuscito ad andare d’accordo con i miei gusti. Ciò non significa che non ne condivida i contenuti, infatti è proprio Giovanni Verga il “profeta” che ha fatto irruzione nella mia mente dicendomi: “Te l’avevo detto!”.

Ce lo diceva Verga, alla fine del XIX secolo, il perché dell’impossibilità d’identificazione tra ideale etico ed estetico nei prodotti del progresso. Nella prefazione a I Malavoglia, Verga scrive così: Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. La “fiumana del progresso” produce nel 2011 l’ultima versione dell’I-Phone: chi lo possiede non si perderà più per strada, avrà a disposizione ogni informazione che il web contiene. È bene però che questa persona tenga conto del fatto che la “fiumana” che ha prodotto l’oggetto che utilizza ha una “sorgente”. Ecco perché l’I-Phone può essere sì bello, ma la sua origine, la sua “sorgente” non è un locus amoenus. Anzi è un luogo spesso e volentieri triste. Lì, dove questi meravigliosi oggetti vengono prodotti, i dipendenti delle aziende subiscono pressioni psicologiche disumane, e non è raro il suicidio (vedi l’articolo di Wu Ming). La metafora della fiumana non si limita però ad indicare che il progresso ha un’origine. Ci dice, anzi, che il progresso è cieco. La “fiumana del progresso” travolge ciò che capita lungo il suo percorso, prosegue velocemente ma irrazionalmente lungo la sua strada non preoccupandosi di ciò che produce o distrugge. Non importano danni all’ambiente, non importa la produzione di sostanze altamente inquinanti, la fiumana continua a scorrere sempre più veloce.

Con tutto questo non voglio assolutamente dire che chi ha un I-Phone (parlo di I-Phone, ma il discorso è valido per qualsiasi prodotto della “fiumana”) è un servo del capitalismo utilitarista, dal momento che lo siamo un po’ tutti, viviamo in una società fondata su questo sistema economico. E poi l’I-Phone è comodo… Il punto è questo: quando si usufruisce della sua comodità sarebbe bene mettere da parte atteggiamenti feticisti e non far finta di non conoscere la sua genesi e ciò che ad essa è legato.

Da pessimista penso che oggi risulterebbe sclerotizzata dal consumismo ogni autocomprensione; guadagnare quindi consapevolezza è un passo importante, assolutamente non secondario. Anzi potrebbe essere il primo passo verso la riconquista di una coscienza. ☺

luca903@gmail.com

 

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