Morire nella bellezza
11 Dicembre 2019
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Morire nella bellezza

L’Università del Molise come trait d’union tra Campobasso e Belgrado: l’aula magna che per due interi pomeriggi si è trasformata in crocevia della cultura dell’Est.

Un parallelismo, questo, che appare il più adatto a sintetizzare il contenuto dei due incontri condensati nel titolo “Morire nella bellezza” che si sono tenuti all’Università del Molise nelle scorse settimane, e che sono stati resi possibili grazie all’impegno di Ivo Germano, docente di Teorie Tecniche dei Nuovi Media e grazie alla minuziosa ricerca di Francesco De Lisio, Dottore Magistrale in Scienze della Comunicazione.

Il doppio seminario, rivolto alla ricerca delle radici dell’impulso sportivo slavo, ha rappresentato un focus voluto soprattutto per gli studenti, affinché attraverso lo studio del materiale raccolto, possano fare proprio quel momento di formazione per giungere alla conoscenza di concetti, personaggi e vicende sportive mescolate con storia e politica, per lo più sconosciute alle nostre latitudini.

Nel corso del primo incontro “Chiedi cos’erano i Plavi”, partendo da una panoramica generale è stato declinato il valore di cultura sportiva a livello accademico, necessario preambolo per poi applicare il concetto stesso in ambito slavo e spiegare ai presenti il significato dell’espressione “Morire nella bellezza”, emblema del vivere lo sport nei paesi dell’Est. Specificando: sono tante le squadre all’interno della cintura dell’ex Jugoslavia che hanno accarezzato e sfiorato successi sportivi assoluti, ma sono pochissime quelle che hanno effettivamente realizzato l’obiettivo della vittoria finale. Questo perché nel Dna dei plavi è quasi più importante mostrare il talento, la forza, la tecnica, la genialità dei propri atleti rispetto all’avversario, a scapito delle altre componenti fondamentali che occorrono per raggiungere la vittoria, ovvero il controllo del gioco, la razionalità, la determinazione che in quei frangenti risultano imprescindibili per alzare un trofeo.

La commistione di questi aspetti – come ben circostanziato dai relatori – ha rappresentato la cifra distintiva di atleti ed allenatori che hanno segnato irrimediabilmente lo sport mondiale: impossibile non pensare all’indimenticato Vujadin Boskov, al santone della pallanuoto Ratko Rudic, passando per il giramondo Boscia Tanjevic, proseguendo con l’ultimo allenatore della Jugoslavia calcistica unita, l’orso Ivica Osim; non può mancare di essere menzionato coach Obradovic, un vero totem nel mondo della palla a spicchi. Questi personaggi, che hanno rappresentato in diversi momenti ed in sport diversi una vera e propria temperie in ambito sportivo in quanto autentici mostri sacri, sono stati i protagonisti del primo seminario, i cui caratteri, il cui carisma hanno segnato irrimediabilmente nel bene e nel male la cultura sportiva slava, poiché non si limitavano ad essere allenatori, ma diventavano quasi dei padri sportivi per atleti e tifosi, andando oltre gli aspetti meramente tattici.

Cultura sportiva slava, dicevamo. Gli ideatori del seminario, tuttavia, sono andati oltre. Ripartendo dalla proiezione del documentario “L’ultima Jugoslavia”, trasmesso in Tv dall’emittente Espn, hanno collegato, attraverso un ideale parallelismo, la cultura dell’Est a quella sudamericana, non soltanto perché notoriamente la nazionale di calcio della Jugoslavia veniva considerata il Brasile d’Europa, ma per il fatto che in maniera identica ai latini del Sud America, i plavi non rielaborano mai la sconfitta, non riescono negli anni a lasciarsela alle spalle (emblematici i drammi sportivi verdeoro del Maracanazo del ‘50 ed il più recente Mineirazo) e pertanto sviluppano un senso di rivincita, di dover sopraffare l’avversario, che si ricollega al concetto iniziale di “morire nella bellezza”.

Tutto ciò che è stato sviluppato minuziosamente nel corso del primo incontro, trova l’epilogo nel successivo, incentrato stavolta su “La partita che fece scoppiare la guerra”, attraverso un salto indietro nel tempo che fa tornare agli eventi dello stadio Maksimir di Zagabria del maggio 1990, quando, un derby di campionato molto sentito come quello tra i croati della Dinamo Zagabria e i serbi della Stella Rossa, diede vita ad incidenti che furono anticipatori di ciò che sarebbe avvenuto in seguito a livello politico e su più larga scala, ovvero guerre e divisioni tra serbi e croati e nelle forze di polizia, tra le tifoserie opposte in quel caso tra i Bad Blue Boys croati e le Tigri di Arkan serbe.

Detonatore di tutto questo, oltre alla crescente volontà di autodeterminazione da Belgrado da parte delle regioni satellite, era stata la morte del Maresciallo Tito, vero aggregatore della multiculturale Jugoslavia.

Ulteriore tema di trattazione è stata la figura di Arkan, ideatore del corpo armato dei nazionalisti conosciuti come le Tigri, calcisticamente trasformatesi nei Delje, nucleo centrale del tifo della Stella Rossa.

Željko Ražnatović (Arkan) in questo caso è stato messo in relazione sia a Sinisa Mihajlovic, suo amico dai tempi della Stella Rossa, sia a Giovanni Di Stefano, che oltre all’amicizia era anche definito ‘l’avvocato del diavolo’ (ovvero del dittatore Milosevic) nonché presidente del Campobasso degli anni ‘90, autore di una parentesi tragicomica del calcio locale assurto alla scena nazionale, nostro malgrado, tema anch’esso oggetto di trattazione del seminario.

Il regalo che Germano e De Lisio consegnano agli studenti e a tutti coloro che hanno preso parte in gran numero sia al primo che al secondo seminario, è rappresentato da una serie di libri che fanno una panoramica sui numerosissimi temi trattati e che rappresenteranno la base di conoscenza e di partenza per i seminari che, dato il successo riscontrato, verranno riproposti anche per l’anno a venire su tematiche attinenti, ma certamente differenti ed a carattere più ampio.

La cultura si fa strada, è alla portata di tutti e dobbiamo riconoscenza a chi, come in questo caso, la mette a disposizione in maniera totalmente gratuita. ☺

 

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