Non basta fare il bene
26 Dicembre 2020
laFonteTV (1945 articles)
0 comments
Share

Non basta fare il bene

L’ultimo libro, pubblicato da don Luigi Ciotti, Giunti, Fi, 2020, è L’amore non basta. Ho pensato subito di scrivere alcune riflessioni al riguardo; confesso, però, di aver avvertito un senso di esitazione e di tentennamento, che, come si arguisce, ho superato. Don Luigi Ciotti è persona che da un cinquantennio e più rivolge la sua attenzione ed i suoi impegni civili a far emergere, dai bassifondi di una non sempre corretta e precisa informazione, e a denunciare la vita, le vicissitudini dolorose e traumatiche degli ultimi, dei diseredati, degli esclusi dalla società civile, in prevalenza carcerati, ex carcerati, tossicodipendenti o ex in via di recupero e di riabilitazione sociale, prostitute, migranti, straccioni/barboni, oltre ad essere al fianco del dolore e della triste e spiacevole solitudine istituzionale dei familiari delle vittime innocenti delle mafie. Di libri don Luigi ne ha scritti diversi; ma questo L’amore non basta si distingue dagli altri, perché non solo è la sintesi di tutta la sua vita fino ad oggi, ma raffigura anche il riquadro che indica lo spessore del suo carattere, il recinto che racchiude e custodisce la sua visione della vita sacerdotale e civile insieme. Inoltre, il libro suggerisce, illustrandola, la definizione delle idee – ed il loro sviluppo – che lui a mano a mano è venuto svolgendo concretamente fino ad oggi. L’amore non basta: ci vuole anche qualcos’altro ad esso vicino che lo riempia e lo preservi e questo lo vedremo nel corso del nostro breve viaggio intorno all’universo di questo personaggio semplice, direi di altri tempi, in considerazione del suo carattere rigido ma duttile nello stesso tempo, della sua filosofia di vita, che lo colloca, lui sacerdote, fra le persone che maggiormente hanno messo a rischio la propria vita, denunciando le crudeli prepotenze, la forza brutale ed omicida delle mafie e di questo nostro sistema sociale, corrotto fino al midollo, disattento dinanzi alle sofferenze, alle diseguaglianze amare, alle emarginazioni sociali di ampi settori della società civile, di questo nostro universo sociale pressoché sempre incapace di reattività al disagio e al decadimento civile ed etico, nonché ad un rovinoso declino della spiritualità, sopraffatta dalla filosofia del piacere e dall’egotismo individuale.

I primi passi della narrazione, quelli dell’infanzia di don Luigi, appaiono molto coinvolgenti, perché in parte assomigliano all’infanzia vissuta da tanti di noi, anche da me, in un certo senso: a contatto con la natura, fresca e ciarliera nel verde dei Monti, a ridosso della nostra città di Campobasso, abbellita da questo manto sempreverde e lussureggiante, forse proprio a causa della negligente trascuratezza in cui sono stati per decenni! -. Luigi descrive con una forte dose di amara malinconia i momenti favolistici della sua fanciullezza a Pieve di Cadore (Belluno, Veneto), affascinato, com’era, dalle alture e dai profumi terrigni delle montagne di quella parte stupenda d’Italia, che lui molto presto, purtroppo, è stato costretto a lasciare, considerato il lavoro che il padre, Angelo, svolgeva come muratore e poi capomastro nei cantieri. Di qui, la famiglia lo seguiva sempre, senza poter mettere radici stabili in nessuna città. Alla fine degli anni Quaranta, lì a Pieve di Cadore e dintorni, il progetto del Lago del Centro Cadore richiedeva da parte delle comunità montane l’abbandono delle terre e delle proprietà, là dove dovevano sorgere semplici invasi d’acqua, che avrebbero dovuto portare vantaggi e agevolazioni a quei territori e alla loro economia. Invece, questi progetti non sono andati a buon fine, se solo vogliamo ricordarci del disastro del Vajont o di altri minori, meno drammatici e devastanti ma egualmente predatori come quello del Lago del Centro Cadore, per il quale la famiglia Tabacchi, quindi quella di Luigi, perse il mulino… “(…) Nel 1949 io avevo quattro anni, troppo pochi per ricordare la vita dentro al mulino; la ruota accarezzata dalla schiuma nel canale, il viavai di carri e persone, la farina di segale, frumento e granturco a impolverare ogni cosa intorno alle macine (…)”. Quando don Ciotti con le sue due sorelle – Irene e Giovanna – ed i genitori – Olga e Angelo – lasciò Pieve di Cadore, aveva solo quattro anni. Proprio alla luce di questi continui e mesti spostamenti, i genitori gli infondono il senso prezioso e dinamico di appartenenza ad un mondo eccezionale, come quello della montagna, della terra alla quale ci si accorge di essere legati non certo per la naturale origine contadina, ma per la profonda sintonia con quella economia agricola, artigianale, che nasce a diretto contatto con la natura e con le sue stagioni.

E don Luigi, debbo dirlo con chiarezza perentoria, non appare affatto legato ad un ricordo prettamente nostalgico, ed irrazionale di conseguenza, del mondo così come lui lo ricorda da bambino e da adolescente. Alla campagna si è contrapposto il processo di distruzione del territorio con la cementificazione e con le costruzioni abnormi di cattedrali nel deserto; alla sobrietà della vita fa da contrasto il disagio che si vive nelle città con i suoi rumori, i suoi inquinamenti, con le sue povertà, con le sue diseguaglianze dolorose ed ingiuste, con le sue corruzioni dilaganti. Da questi iniziali passaggi si comincia a percepire che cosa voglia dire don Luigi Ciotti, quando già dal titolo del suo libro ci comunica che l’amore non è sufficiente da solo. Ecco allora che subentrano altre motivazioni, altri percorsi di vita, altre scelte coraggiose e necessarie non certo per sopravvivere, ma per sottolineare più decisamente quello che si vuole fare e con quali strumenti realizzare quello che riempirà la nostra vita. Tutto questo sarà oggetto nel prossimo numero de la fonte…☺

 

laFonteTV

laFonteTV