ode alla diversità
26 Marzo 2010
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ode alla diversità

 

“Al mattino comincia col dire a te stesso: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un prepotente, un impostore, un invidioso, un individualista. Il loro comportamento deriva ogni volta dall'ignoranza di ciò che è bene e di ciò che è male. Quanto a me, poiché riflettendo sulla natura del bene e del male ho concluso che si tratta rispettivamente di ciò che è bello o brutto in senso morale, e, riflettendo sulla natura di chi sbaglia, ho concluso che si tratta di un mio parente, non perché derivi dallo stesso sangue o dallo stesso seme, ma in quanto compartecipe dell'intelletto e di una particella divina, ebbene, io non posso ricevere danno da nessuno di loro, perché nessuno potrà coinvolgermi in turpitudini, e nemmeno posso adirarmi con un parente né odiarlo. Infatti siamo nati per la collaborazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti superiori e inferiori. Pertanto agire l'uno contro l'altro è contro natura: e adirarsi e respingere sdegnosamente qualcuno è agire contro di lui”.

Nell’era del villaggio globale appare di straordinaria attualità questo pensiero dell’imperatore Marco Aurelio (II secolo d. C.) che ripropone l’immagine della comunità come organismo di cooperazione. L’esatto contrario di quanto quotidianamente oggi accade. Perché c’è  chi vorrebbe evitare l’incontro tra le culture, per imporre stili di vita uniformi dal punto di vista politico, economico, etico, all’insegna del principio qualunquista “Fanno tutti così”.

Un pensiero univoco, unidirezionale, annulla il modo di essere dei singoli, per privilegiare l’agire inconsapevole della massa, condizionandola fino all’inverosi- mile. E ci prende il torpore, una specie di sonnolenza e di passiva adesione a principi conformisti propagandati come i migliori. Obbediamo, senza saperlo, a poteri tutt’altro che occulti; facciamo fatica a strapparci di dosso una maschera che ha sostituito la nostra vera identità.

Fanno tutti così. E tutto si accetta per non apparire diversi. O meglio, la diversità la si pratica e sceglie più nell’eccentrici- tà che nel proporre la propria coerenza con il dettame interiore. Il perché può essere comprensibile anche senza scomodare la psicologia del profondo e la facile acquiescenza delle coscienze. L’insicurezza del domani ci spinge ad ottenere tutto oggi; il sicuro immediato sconfigge valori e credenze: fa dimenticare, per esempio, quanta soddisfazione si ricavi dal rifiutare di accettare acriticamente le imposizioni altrui; quanto sia affascinante lo studio degli esseri umani in tutta la loro complessità e quanto sia gratificante opporsi ad ogni pregiudizio; quanta importanza abbia fondare la propria vita sulla ragione piuttosto che sulla sottomissione all’autorità.

Il buon senso dovrebbe suggerirci che l’identità di ciascuno è il risultato di variabili molteplici per cui la stessa persona può essere allo stesso tempo un italiano, un uomo, un cittadino di Isernia, un elettore di centrodestra, un professore di disegno e un appassionato di musica classica e di giardinaggio. Ognuno di questi elementi contribuisce alla sua identità, né è possibile privilegiarne uno solo per definire un essere umano; valgono piuttosto la situazione e l’ambito entro i quali ciascuno si trova ad agire.

Così l’economista Premio Nobel Amartya Sen “La violenza è nell’essere costretti a scegliere un solo dato…. Conta invece il contesto: se sono vegetariano e vado a cena con amici, essere vegetariano è significativo. Ma se vado a votare, nel seggio il mio vegetarianesimo non c’entra”.

 “Il diritto di ogni essere umano è conoscere la propria comunità, ma anche le altre. E scegliere in quale vivere”.

Fanno tutti così non è una scelta, ma una condanna; non è esercizio di libertà, ma assuefazione acritica che mortifica e rende sterile l’intelligenza. ☺

annama.mastropietro@tiscali.it

 

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