Palestra di vita
8 Febbraio 2021
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Palestra di vita

Nell’anno scolastico in cui l’ educazione civica torna, di diritto e in piena regola, ad occupare un posto di primo piano nel curricolo scolastico e anzi, per la prima volta, potrà giovarsi di una valutazione autonoma accanto a quella di tutte le altre discipline, la pandemia (e, con essa, la completa rivoluzione di vita e di prospettiva che impone questa costosa esperienza) offre la più significativa e silenziosa lezione di educazione civica sul campo che mai i ragazzi e i docenti potessero immaginare. E la offre, anche, attraverso la Dad.

Mi permetto, senza tanti giri di parole, di dire la mia, dal basso di una modesta operatrice della scuola che vive da vent’anni tra i banchi e la cattedra, dalla prospettiva di una persona che la Dad la vive, la subisce (quando ne soffre gli aspetti più frustranti) ma la accetta come una necessaria, provvidenziale strategia per il contenimento di un contagio fuori controllo che, quotidianamente, da circa un anno, ci sta mettendo di fronte all’angoscia della morte. E la apprezza, come dicevo, in quanto palestra di vita preziosa.

Molto si parla, molto si scrive, troppo si ciancia, sulla Dad, specie da parte di chi nella scuola non opera, non si sporca le mani e non si spezza la schiena ogni giorno. E, di fronte alla nuda evidenza dei dati, dei decessi, dell’agonìa del sistema sanitario, dello sfascio di una classe politica inadeguata, a sproposito si condanna con leggerezza questa forma del fare scuola che potrebbe, invece, sicuramente contribuire a limitare i danni.

E invece no. La Dad è una condanna, per molti, la Dad traumatizza e turba i nostri figlioli, la Dad ruba loro la giovinezza, la socializzazione, la vita. Ma finiamola, davvero. E diciamo le cose come stanno, almeno per la maggior parte di chi si permette di storcere il naso di fronte all’insegnamento a distanza.

I ragazzi, molti dicono, crescono e maturano solo nell’interazione tra pari, se togli loro la presenza dei coetanei la scuola diventa poca cosa, si azzoppa, e tutto il processo educativo, tutto l’apprendimento ne soffre e ne esce compromesso. Nessuno ha il coraggio di dire che crescere e maturare, oggi, per i nostri fragili e sbandati studenti, significa essenzialmente e prima di tutto rendersi conto di essere in piena pandemia e di doversi comportare di conseguenza, accettando che tutti gli aspetti della vita e della quotidianità (scuola in primis) si adeguino per garantire il bene comune, e sappiano cambiare forma e colore per valori più alti ancora dell’istruzione: la vita, la sicurezza, la salute.

Piuttosto che vittimizzare i nostri figli sulla pesantezza e sui danni della Dad, nessuno osa dire che le famiglie dovrebbero farne una splendida occasione per responsabilizzarli, per spogliarli di un certo vittimismo pericoloso, per spingerli a guardarsi intorno e a prendere consapevolezza che, restare a casa, è uno dei modi con cui i giovanissimi possono contribuire al bene della propria comunità, e del proprio paese, e dell’umanità. Il sacrificio, specie quello per il bene dell’altro (che si intreccia col proprio, in questo caso, indissolubilmente), fa parte della vita, senza piagnistei, senza lamentele.

Rispondere con flessibilità al cambiamento, all’imprevisto che piomba addosso, all’emergenza, è una delle competenze chiave che possono portare al progresso della propria vita interiore, e a quello dell’ intera umanità. Resilienza? Va di moda dire così? E diciamolo pure. La pandemia ci impone resilienza, e la Dad offre l’ opportunità di sperimentarla.

Chi dice che è cosa semplice? Nessuno, ma non è questo il punto. I nostri ragazzi sicuramente soffrono un disagio, rimanendo a casa. Ma sono chiamati a sopportarlo, responsabilmente. Una cosa è il rischio di dispersione che una fetta di studenti corre, e che la Dad deve assolutamente cercare di arginare e combattere. Una cosa è la lamentela capricciosa che parte dall’incapacità di imboccare una via di sacrificio, abbracciata e condivisa per un fine comune.

La socializzazione, intesa come possibilità di stare fisicamente insieme, è compromessa alla radice durante una pandemia, durante questa pandemia. Non solo a causa della didattica a distanza, ma in ragione di tutte le limitazioni che dobbiamo porre in essere per contenere il contagio. È un fatto, punto.

Ma la socializzazione come valore più alto, come opportunità di coltivare relazioni autentiche, rispettose, feconde, in qualsiasi tempo, prendendosi realmente cura dell’altro, è addirittura esaltata da questa pandemia, è messa alla prova in modo mirabile, e rappresenta una magnifica palestra di vita.

Ragazzi, mi vien da dire, uscite. Uscite da voi stessi, dalle vostre comodità, dalle vostre rigidità, dai vostri schemi. Siate cittadini, siate responsabili, prendetevi a cuore le sorti dell’umanità. Se avrete imparato a far questo, in un anno o due di pandemia, averne perso altrettanti a scuola non farà danno. Anzi, costituirà un salto educativo grande, a cui nulla sarà stato tolto da qualche mese di lezione dietro ad un pc.☺

 

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