pena di morte
26 Ottobre 2010
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pena di morte

 

Ci vorrebbe la pena di morte! È la reazione più istintiva che molte persone, di fronte ai casi di cronaca nera più efferati e raccapriccianti, hanno nei confronti degli assassini o degli indiziati principali. La reazione a caldo, seppur comprensibile, non legittima però l'adesione convinta e totale ad una forma di “giustizia” che con questo termine ha ben poco da spartire.

Proprio sulla pena di morte è stata incentrata la mostra intitolata La Camera Scura organizzata da Amnesty International, ospitata presso i locali della nuova sede regionale Rai, alle spalle del Cinema Maestoso a Campobasso. Il direttore della sede, Andrea Vegliò, durante la conferenza stampa di presentazione ha spiegato il perché una mostra fotografica è stata allestita all'interno di una sede Rai. “E' stata una scelta non casuale, abbiamo scelto di ospitare questa iniziativa presso la nostra sede in considerazione della specifica valenza, dell'importanza del tema. Lo scorso 19 maggio l'inaugurazione della sede Rai è stata la festa dell'azienda vissuta come passaggio operativo da un insediamento all'altro. Questa prima iniziativa rappresenta l'apertura della nostra sede al territorio. Una sede Rai regionale è per missione un luogo dove si lavora per raccontare al meglio i fatti d'interesse della nostra regione ma ci piace l'idea che possa diventare anche un luogo dove accadono le cose che meritano di essere raccontate”.

Composta da dieci pannelli che raffigurano personaggi dello spettacolo nelle varie situazioni che si vengono a creare durante la vita carceraria, e soprattutto in quelle che precedono l'esecuzione finale, la mostra ha avuto un enorme successo di pubblico, come hanno ammesso i ragazzi del “gruppo 241”, che intervistati da La Fonte ci hanno raccontato chi sono: “Amnesty International è un’organizzazione internazionale che opera in 176 paesi del mondo e che in Italia è presente con oltre 70.000 attivisti. In ogni regione operano gruppi di persone che hanno l’obiettivo di sensibilizzare la realtà locale sulle tematiche relative ai diritti umani: nel Molise operano due gruppi, il gruppo241 di Campobasso e il gruppo 278 di Vasto-Termoli. Il nostro gruppo è attualmente formato da una decina di volontari, e sta riuscendo pian piano a sensibilizzare il territorio sul rispetto dei diritti umani e un esempio lo è stato la raccolta di oltre 300 firme nell’ambito dell’esposizione di questa mostra”.

Nell'episodio di cronaca tristemente famoso di questi giorni, ovvero la morte della giovane Sarah Scazzi, molte persone hanno invocato la pena di morte per lo zio assassino: come vi ponete di fronte alle persone che sostengono questa tesi?

“Anzitutto, Amnesty ritiene che un’esecu- zione non può essere usata per condannare un’uccisione. Un tale atto da parte dello Stato corrisponde alla volontà del criminale di usare violenza fisica contro la vittima. La pena di morte costituisce un trattamento crudele, inumano e degradante che viola il diritto alla vita: i diritti umani sono inalienabili e appartengono ugualmente a tutti gli individui a prescindere dal loro stato sociale, dalla loro etnia, religione e origine. Non possono essere tolti a nessuno, a prescindere dai crimini commessi. Essi appartengono al peggiore di tutti noi così come al migliore, che è poi la ragione per la quale ci proteggono tutti. Ci salvano da noi stessi. Riguardo al fatto che l’opinione pubblica si pronunci molto spesso, in casi come questo, a favore della pena di morte occorre rilevare come troppi cittadini in troppe nazioni ancora non si rendono conto che la pena di morte non offre alla società alcuna protezione nei confronti della violenza. Studi scientifici non sono mai riusciti a dimostrare che la pena di morte rappresenti un deterrente più efficace di altre punizioni”.

La mostra ha avuto uno straordinario successo di pubblico, ma quando non ci sono iniziative come questa, quali altre forme di sensibilizzazione adoperate?

“Oltre il banchetto e la raccolta firme, uno degli strumenti più utili a misurare risultati a livello locale è l’EDU ossia l’Educazione ai diritti umani nelle scuole, che nasce in Amnesty con l’obiettivo di sviluppare il pensiero critico degli individui (e in particolare nei ragazzi) in relazione ai diritti umani. Ogni incontro che il gruppo svolge nelle classi può essere considerato una fotografia della percezione dei temi legati ai diritti umani nella realtà locale. Spesso ci troviamo di fronte a ragazzi molto preparati, che riescono addirittura ad anticipare alcune tematiche da trattare e spesso, invece, succede di parlare con ragazzi favorevoli alla tortura e alla pena di morte. Abbiamo potuto rilevare che quest’ultimo aspetto negativo dipende dal fatto che i ragazzi sono condizionati dalle idee che circolano in famiglia e dalle notizie di cronaca passate dalla tv. Il nostro obiettivo non è quello, semplicemente, di fornire ai ragazzi delle informazioni ma vogliamo cercare di indirizzarli verso lo sviluppo di una coscienza critica”.

I ragazzi del gruppo 241 hanno centrato il punto: sviluppare la coscienza critica nei ragazzi di oggi. Impresa ardua, se si ci si limita ad osservare dall'alto la massa di giovani della generazione degli Anni Zero. Eppure, come cantava De Andrè dal letame nascono i fior, e sono questi, che vi abbiamo raccontato in queste righe, i germogli più belli, purtroppo ancora troppo nascosti, che consentono alla società civile molisana di sperare in una classe dirigente del domani migliore di quella che abbiamo avuto, e soprattutto migliore di quella che abbiamo oggi, riprendendo la sacrosanta verità declamata da Elio Germano a Cannes; con buona pace del ministro Bondi e dei suoi sedicenti elettori.☺

fradelis@gmail.com

 

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