Street food è il nome di una iniziativa svoltasi di recente a Campobasso. La manifestazione consisteva nell’offerta di assaggi di alimenti e piatti tipici di diverse regioni italiane e di qualche paese straniero. Prendendo in prestito la denominazione dal mondo anglosassone si è voluto rendere visivamente il fenomeno, diffuso in molte grandi città del mondo, della cucina in strada, e conseguentemente del consumo di tali prodotti sempre all’aperto, senza tavoli o camerieri!
L’espressione inglese è formata da due sostantivi, street che traduce “strada” e food, “cibo”, di cui il primo ha funzione di complemento.
La vendita di alimenti, già cotti o preparati al momento, fa parte ormai della cultura di tutti i paesi del mondo. Ne facciamo esperienza in Italia nelle feste o nelle fiere locali, in qualsiasi città o piccolo borgo; è presente quotidianamente nelle realtà urbane in cui il frenetico ritmo di lavoro impedisce a molte persone una pausa per il pasto a casa; la ritroviamo nella cultura di molti paesi esotici, trasferita anche all’Occidente che non disdegna, anzi apprezza, le cucine etniche.
Le stime che organizzazioni come la F.A.O. fanno di questo fenomeno riferiscono di alte percentuali di persone che, a livello mondiale, abitualmente consumano street food, anche perché attirate dal costo non eccessivo di questi prodotti, oltre che dal loro gusto senza dubbio gradevole.
Ma l’espressione street foood mi invita ad ampliare la mia riflessione. Se parliamo di strada possiamo riferirci ad una via, ad un itinerario, ad un percorso, ad un cammino. La strada è infatti un elemento carico di significato: è un luogo fisico in cui le persone passano una parte considerevole del loro tempo, ma è anche il luogo dove tante forme di disagio si manifestano, si formano o comunque si possono incontrare. E nel linguaggio comune l’accezione negativa dell’ espressione “di strada” balza alla mente di ognuno di noi!
Contaminato da rappresentazioni e miti culturali, prodotti in particolare nel corso del XX secolo, il concetto di strada ormai indica la possibilità ambivalente di sviluppo e crescita, e nello stesso tempo del rischio e della pericolosità sociale. Nell’immaginario collettivo la strada appare in prevalenza come il luogo in cui va in scena l’emarginazione, la trasgressione, la follia, la violenza. Quanti di noi preferiscono restarne lontani, appagati, soprattutto nelle ore serali, dal rientro a casa che, pur non esaltante, tranquillizza e spesso anestetizza la mente ed i pensieri. Per non parlare delle realtà delle grandi metropoli!
Eppure la strada è luogo simbolico e sociale, cioè uno spazio in cui si può ricevere una risposta positiva alla sterilità di tante relazioni umane del mondo di oggi in cui le persone si sentono sempre più sole.
Qualche hanno fa ha visto la luce in una strada di Bologna l’iniziativa social street: l’obiettivo era quello di stabilire relazioni tra gli abitanti di una via della città, e significativo l’appellativo scelto (social), in esplicito riferimento alla rete. Spiegano gli ideatori che il progetto partiva dalla considerazione che esiste sempre più la necessità di ritornare al contatto umano, di mettere da parte lo smartphone – che offre l’ennesima app per risolvere un problema – e tornare a relazionarsi con le persone, rivolgersi a qualcuno, magari un vicino verso il quale si nutre fiducia, per chiedere aiuto o per risolvere un problema.
E l’esperimento, sulla scorta di esempi di altre città europee, sembra aver funzionato: il luogo “strada” recupera una sua dimensione più umana, vivibile, accoglie persone che mostrano il desiderio di stare insieme, dal vivo, senza schermi virtuali, e che vogliono condividere esperienze. “Oggi esiste un’applicazione per fare qualsiasi cosa eppure si diffondono sempre di più iniziative che ci dicono chiaramente che le persone hanno bisogno di altro” (Federico Bastiani).
La consapevolezza di cittadini ci deriva dalla capacità di leggere il mondo che ci circonda, soprattutto quello più vicino a noi, e di operare scelte che siano il risultato di analisi attente e personali. Come ci suggeriscono gli ideatori della social street “la nostra società ha bisogno di fare un passo indietro”.
Perché il giudizio universale non passa per le case le case dove noi ci nascondiamo bisogna ritornare nella strada nella strada per conoscere chi siamo.
(C’è solo la strada – Giorgio Gaber) ☺
Street food è il nome di una iniziativa svoltasi di recente a Campobasso. La manifestazione consisteva nell’offerta di assaggi di alimenti e piatti tipici di diverse regioni italiane e di qualche paese straniero. Prendendo in prestito la denominazione dal mondo anglosassone si è voluto rendere visivamente il fenomeno, diffuso in molte grandi città del mondo, della cucina in strada, e conseguentemente del consumo di tali prodotti sempre all’aperto, senza tavoli o camerieri!
L’espressione inglese è formata da due sostantivi, street che traduce “strada” e food, “cibo”, di cui il primo ha funzione di complemento.
La vendita di alimenti, già cotti o preparati al momento, fa parte ormai della cultura di tutti i paesi del mondo. Ne facciamo esperienza in Italia nelle feste o nelle fiere locali, in qualsiasi città o piccolo borgo; è presente quotidianamente nelle realtà urbane in cui il frenetico ritmo di lavoro impedisce a molte persone una pausa per il pasto a casa; la ritroviamo nella cultura di molti paesi esotici, trasferita anche all’Occidente che non disdegna, anzi apprezza, le cucine etniche.
Le stime che organizzazioni come la F.A.O. fanno di questo fenomeno riferiscono di alte percentuali di persone che, a livello mondiale, abitualmente consumano street food, anche perché attirate dal costo non eccessivo di questi prodotti, oltre che dal loro gusto senza dubbio gradevole.
Ma l’espressione street foood mi invita ad ampliare la mia riflessione. Se parliamo di strada possiamo riferirci ad una via, ad un itinerario, ad un percorso, ad un cammino. La strada è infatti un elemento carico di significato: è un luogo fisico in cui le persone passano una parte considerevole del loro tempo, ma è anche il luogo dove tante forme di disagio si manifestano, si formano o comunque si possono incontrare. E nel linguaggio comune l’accezione negativa dell’ espressione “di strada” balza alla mente di ognuno di noi!
Contaminato da rappresentazioni e miti culturali, prodotti in particolare nel corso del XX secolo, il concetto di strada ormai indica la possibilità ambivalente di sviluppo e crescita, e nello stesso tempo del rischio e della pericolosità sociale. Nell’immaginario collettivo la strada appare in prevalenza come il luogo in cui va in scena l’emarginazione, la trasgressione, la follia, la violenza. Quanti di noi preferiscono restarne lontani, appagati, soprattutto nelle ore serali, dal rientro a casa che, pur non esaltante, tranquillizza e spesso anestetizza la mente ed i pensieri. Per non parlare delle realtà delle grandi metropoli!
Eppure la strada è luogo simbolico e sociale, cioè uno spazio in cui si può ricevere una risposta positiva alla sterilità di tante relazioni umane del mondo di oggi in cui le persone si sentono sempre più sole.
Qualche hanno fa ha visto la luce in una strada di Bologna l’iniziativa social street: l’obiettivo era quello di stabilire relazioni tra gli abitanti di una via della città, e significativo l’appellativo scelto (social), in esplicito riferimento alla rete. Spiegano gli ideatori che il progetto partiva dalla considerazione che esiste sempre più la necessità di ritornare al contatto umano, di mettere da parte lo smartphone – che offre l’ennesima app per risolvere un problema – e tornare a relazionarsi con le persone, rivolgersi a qualcuno, magari un vicino verso il quale si nutre fiducia, per chiedere aiuto o per risolvere un problema.
E l’esperimento, sulla scorta di esempi di altre città europee, sembra aver funzionato: il luogo “strada” recupera una sua dimensione più umana, vivibile, accoglie persone che mostrano il desiderio di stare insieme, dal vivo, senza schermi virtuali, e che vogliono condividere esperienze. “Oggi esiste un’applicazione per fare qualsiasi cosa eppure si diffondono sempre di più iniziative che ci dicono chiaramente che le persone hanno bisogno di altro” (Federico Bastiani).
La consapevolezza di cittadini ci deriva dalla capacità di leggere il mondo che ci circonda, soprattutto quello più vicino a noi, e di operare scelte che siano il risultato di analisi attente e personali. Come ci suggeriscono gli ideatori della social street “la nostra società ha bisogno di fare un passo indietro”.
Perché il giudizio universale non passa per le case le case dove noi ci nascondiamo bisogna ritornare nella strada nella strada per conoscere chi siamo.
Il luogo “strada”, a cui si fa spesso riferimento con connotazioni negative, recupera una sua dimensione più umana, vivibile, accoglie persone che mostrano il desiderio di stare insieme, dal vivo, senza schermi virtuali, e che vogliono condividere esperienze. Anche quelle legate al cibo e alla contaminazione etnica della street food.
Street food è il nome di una iniziativa svoltasi di recente a Campobasso. La manifestazione consisteva nell’offerta di assaggi di alimenti e piatti tipici di diverse regioni italiane e di qualche paese straniero. Prendendo in prestito la denominazione dal mondo anglosassone si è voluto rendere visivamente il fenomeno, diffuso in molte grandi città del mondo, della cucina in strada, e conseguentemente del consumo di tali prodotti sempre all’aperto, senza tavoli o camerieri!
L’espressione inglese è formata da due sostantivi, street che traduce “strada” e food, “cibo”, di cui il primo ha funzione di complemento.
La vendita di alimenti, già cotti o preparati al momento, fa parte ormai della cultura di tutti i paesi del mondo. Ne facciamo esperienza in Italia nelle feste o nelle fiere locali, in qualsiasi città o piccolo borgo; è presente quotidianamente nelle realtà urbane in cui il frenetico ritmo di lavoro impedisce a molte persone una pausa per il pasto a casa; la ritroviamo nella cultura di molti paesi esotici, trasferita anche all’Occidente che non disdegna, anzi apprezza, le cucine etniche.
Le stime che organizzazioni come la F.A.O. fanno di questo fenomeno riferiscono di alte percentuali di persone che, a livello mondiale, abitualmente consumano street food, anche perché attirate dal costo non eccessivo di questi prodotti, oltre che dal loro gusto senza dubbio gradevole.
Ma l’espressione street foood mi invita ad ampliare la mia riflessione. Se parliamo di strada possiamo riferirci ad una via, ad un itinerario, ad un percorso, ad un cammino. La strada è infatti un elemento carico di significato: è un luogo fisico in cui le persone passano una parte considerevole del loro tempo, ma è anche il luogo dove tante forme di disagio si manifestano, si formano o comunque si possono incontrare. E nel linguaggio comune l’accezione negativa dell’ espressione “di strada” balza alla mente di ognuno di noi!
Contaminato da rappresentazioni e miti culturali, prodotti in particolare nel corso del XX secolo, il concetto di strada ormai indica la possibilità ambivalente di sviluppo e crescita, e nello stesso tempo del rischio e della pericolosità sociale. Nell’immaginario collettivo la strada appare in prevalenza come il luogo in cui va in scena l’emarginazione, la trasgressione, la follia, la violenza. Quanti di noi preferiscono restarne lontani, appagati, soprattutto nelle ore serali, dal rientro a casa che, pur non esaltante, tranquillizza e spesso anestetizza la mente ed i pensieri. Per non parlare delle realtà delle grandi metropoli!
Eppure la strada è luogo simbolico e sociale, cioè uno spazio in cui si può ricevere una risposta positiva alla sterilità di tante relazioni umane del mondo di oggi in cui le persone si sentono sempre più sole.
Qualche hanno fa ha visto la luce in una strada di Bologna l’iniziativa social street: l’obiettivo era quello di stabilire relazioni tra gli abitanti di una via della città, e significativo l’appellativo scelto (social), in esplicito riferimento alla rete. Spiegano gli ideatori che il progetto partiva dalla considerazione che esiste sempre più la necessità di ritornare al contatto umano, di mettere da parte lo smartphone – che offre l’ennesima app per risolvere un problema – e tornare a relazionarsi con le persone, rivolgersi a qualcuno, magari un vicino verso il quale si nutre fiducia, per chiedere aiuto o per risolvere un problema.
E l’esperimento, sulla scorta di esempi di altre città europee, sembra aver funzionato: il luogo “strada” recupera una sua dimensione più umana, vivibile, accoglie persone che mostrano il desiderio di stare insieme, dal vivo, senza schermi virtuali, e che vogliono condividere esperienze. “Oggi esiste un’applicazione per fare qualsiasi cosa eppure si diffondono sempre di più iniziative che ci dicono chiaramente che le persone hanno bisogno di altro” (Federico Bastiani).
La consapevolezza di cittadini ci deriva dalla capacità di leggere il mondo che ci circonda, soprattutto quello più vicino a noi, e di operare scelte che siano il risultato di analisi attente e personali. Come ci suggeriscono gli ideatori della social street “la nostra società ha bisogno di fare un passo indietro”.
Perché il giudizio universale non passa per le case le case dove noi ci nascondiamo bisogna ritornare nella strada nella strada per conoscere chi siamo.
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