Per un nuovo incontro
19 Ottobre 2021
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Per un nuovo incontro

Il capitolo settimo di Fratelli tutti emerge come proposta di itinerario per la riconciliazione dei popoli. “In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite… artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia”. A volte, come scrivono i vescovi del Congo, un processo di pace non finisce con un accordo firmato, inizia però con la verità, compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. La prima tappa è un “ricominciare dalla verità” non come ritorno al passato che precedeva i conflitti dai quali tutti restano segnati e cambiati, ma a partire da una verità chiara e nuda che porti ad “imparare ad esercitare una memoria penitenziale capace di assumere il passato per liberare il futuro”. Dalla verità storica dei fatti allo sforzo di comprendersi a vicenda, in una nuova sintesi per il bene di tutti. Un processo di pace duraturo unisce verità e giustizia, onora la memoria delle vittime, apre ad una speranza comune più forte della vendetta, si propone di giungere alla riconciliazione e al perdono. Verità, giustizia e misericordia, sono coessenziali per costruire la pace poiché ciascuna impedisce alle altre di essere alterate. Convinti che ogni violenza contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità, dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile.

Il “percorso verso la pace” non richiede omogeneizzazione della società, permette invece di lavorare insieme e può unire molti nel perseguire ricerche in cui tutti traggano profitto. Il cammino verso una migliore convivenza chiede di riconoscere che l’altro porta una prospettiva legittima o qualcosa che si possa rivalutare anche quando, nell’errore, possa aver agito male. L’altro non va solo rinchiuso nei fatti accaduti, ma va riconsiderato nella promessa che porta in sé quale spiraglio di speranza. Il passato che divide non cancella il senso di appartenenza; una società rivive quando ogni persona o gruppo si sente veramente a casa e ogni persona può essere un fermento efficace con il suo vissuto quotidiano. C’è una “architettura” della pace compito delle varie istituzioni, e un “artigianato” che coinvolge tutti, anche settori che in molte occasioni sono stati resi invisibili. Non c’è però un punto finale nella costruzione della pace sociale; è un compito che non dà tregua ed esige l’impegno di tutti: non solo l’avvicinamento dei gruppi sociali, ma la ricerca di un rinnovato incontro con i settori più impoveriti e vulnerabili. L’opzione dei poveri deve portarci all’amicizia con i poveri. Se si tratta di ricominciare, sarà sempre a partire dagli ultimi.

Di fronte a quanti non amano parlare di riconciliazione e di perdono, o ne vedono un cedimento al dominio degli altri per cui mirano all’equilibrio delle forze, o, infine, ritengono la riconciliazione un atteggiamento debole, il papa ricorda il grande rilievo che perdono e riconciliazione hanno nel cristianesimo e nelle altre religioni. “Mai Gesù Cristo ha invitato a fomentare la violenza o l’intolleranza” ed ha condannato l’uso della forza per imporsi. Le prime comunità cristiane vivevano un senso di pazienza, di tolleranza e di comprensione. La stessa espressione evangelica di Cristo: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; sono venuto a portare non pace ma spada”, richiama la fedeltà alla propria scelta, senza vergogna, benché procuri contrarietà ed implichi sopportare l’inevitabile conflitto. Chi patisce ingiustizia deve difendere i diritti suoi e della famiglia, esigere giustizia. Non è compito facile superare l’amara eredità delle ingiustizie, ostilità e diffidenze lasciate dal conflitto, si può realizzarla superando il male con il bene, come ammoniva S. Paolo (Rm. 12,21). La vera riconciliazione non rifugge il conflitto, bensì la si ottiene nel conflitto, attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente. Il papa richiama il principio proposto più volte: “l’unità è superiore al conflitto”, tendere verso “un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto… ogni volta che, come persone e comunità, impariamo a puntare più in alto di noi stessi e dei nostri interessi particolari…i conflitti e le tensioni possono raggiungere un’unità multiforme che genera nuova vita” (245). Ma “da chi ha sofferto in modo ingiusto e crudele, non si deve esigere una specie di perdono sociale. La riconciliazione è un fatto personale e nessuno può imporla all’insieme di una società anche quando abbia il compito di promuoverla… In ogni caso quello che mai si deve proporre è dimenticare” (246). È facile cadere nella tentazione di voltare pagina. “Senza memoria non si va avanti…Abbiamo bisogno di mantenere la fiamma della coscienza collettiva testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde… per nessuna ragione dobbiamo permetterci di dimenticare, tuttavia possiamo perdonare” (250).

Il capitolo si conclude affrontando due situazioni estreme, pensate come soluzioni in circostanze drammatiche – mentre risultano false risposte: si tratta della guerra e della pena di morte. La guerra non appartiene al passato, ma è diventata minaccia costante. Giovanni XXIII l’aveva definita “aliena dalla ragione”, Francesco la riconosce ben presente additandola con un’espressione già usata: nel nostro mondo non ci sono solo “pezzi” di guerra, ma si vive una “guerra mondiale a pezzi”. La guerra è fallimento della politica dell’umanità, resa vergognosa, sconfitta di fronte alle forze del male. Lo sguardo ai tanti civili massacrati come “danni collaterali”, alla verità di queste vittime della violenza, alla realtà vista con i loro occhi, ci porta a riconoscere l’abisso del male nel cuore della violenza. La pace e la stabilità comune non può fondarsi sulla minaccia di una distruzione reciproca; l’obiettivo dell’eliminazione delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario.

C’è un altro modo di eliminare l’altro, non destinato ai paesi ma alle persone: la pena di morte. Giovanni Paolo II l’aveva già dichiarata “inadeguata sul piano morale e non più necessaria sul piano penale”, Francesco afferma sicuro: “la pena di morte è inammissibile. La Chiesa si impegna con determinazione a proporre che sia abolita in tutto il mondo”.☺

 

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