Narrare le riforme
30 Ottobre 2014
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Narrare le riforme

Ogni memoria del passato, soprattutto ogni proposito di riforma delle istituzioni democratiche, ritenute indispensabili, necessita di narratori. Tempi nuovi richiedono nuove narrazioni ed anche nuovi narratori. Di questi, il più presente alla scena mediatica è lo stesso presidente del consiglio Matteo Renzi. Eppure risulta veramente difficile orientarsi sui reali contenuti delle riforme della cui necessità si dichiara l’urgenza. Si prospetta una situazione apocalittica di fine del mondo: tutto ciò che soffriamo dipende dalle riforme non fatte, tutto il nostro futuro si configura possibile e positivo, solo a condizione di riforme radicali da fare comunque e subito. Siamo all’anno zero come nella situazione della Costituente, che alla fine della guerra aveva l’urgenza di progettare un futuro di democrazia politica e sociale, staccando la spina dal fascismo?

Non è vero che negli ultimi trent’ anni riforme non siano state fatte. Nel 1988 la legge sulla presidenza del consiglio; nello stesso anno la legge sulla abolizione del voto segreto voluta da Craxi. Nel 1990 la legge innovativa sul riordino delle autonomie locali, per quanto priva di interventi sul sistema elettorale. Nel 1993 la prima spallata alla legge elettorale proporzionale, abolizione del finanziamento statale ai partiti e l’abolizione di tre ministeri: Agricoltura, Partecipazioni Statali, Turismo e spettacolo. Per evitare un referendum che avrebbe cambiato in senso fortemente maggioritario la legge ancora in vigore per l’elezione dei comuni e delle province il parlamento l’approvò nello stesso anno. Nel 2001 il centrosinistra da solo formulò cambiamenti significativi arrivando fino – così si vantarono i legislatori – “ai limiti del federalismo” (allora era di moda) nei rapporti Stato/enti locali, Titolo V, che poi, per consolarsi delle elezioni perdute, sottopose a referendum, vincendolo, nell’ottobre 2001. Nel 2005 il centrodestra  da solo fece approvare dai suoi parlamentari sia la legge elettorale nota come Porcellum sia un’ambiziosa riforma della Costituzione: ben 56 articoli su 138. Il centrosinistra, in un referendum del giugno 2006, fece bocciare dall’elettorato l’intera, pasticciata riforma costituzionale del centrodestra. Infine l’8 agosto di quest’anno il Senato della Repubblica ha votato in prima lettura, dopo un faticoso e a tratti feroce, disordinato e caotico dibattito una riforma importante del sistema bicamerale italiano e delle competenze legislative fra governo e regioni, frutto di un patto unitario sinistra e destra.

Al momento è soltanto possibile affermare che tale riforma del Senato squilibra la democrazia italiana. Non è una deriva autoritaria, piuttosto, all’italiana, è la deriva di chi procede perseguendo tornaconti di immagine e di pubblicità di breve periodo perché l’incultura istituzionale non consente di intravvedere il lungo periodo. Tutti vogliono una governabilità migliore. Pochi però sanno definirla, pochi conoscono le condizioni alle quali acquisirla, mantenerla, esercitarla. La domanda centrale cui rispondere era: “come debbono comportarsi i governi democratici e le loro istituzioni per far fronte alle domande, molte e nuove espresse dalle loro società in rapida trasformazione?”.

Purtroppo a livello di riflessione e di narrazione  troveremo pochissimi che abbiano creduto o scritto che nessuna riforma delle istituzioni, neanche la più radicale, è in grado di produrre, da sola, un miglior funzionamento del sistema politico se non riesce a trasformare i partiti politici che, per quanto indeboliti, ma meno di quel che si crede, rimangono centrali. Chi sottovaluta l’importanza della scelta degli uomini e dei rapporti istituzioni-partiti è destinato a fare brutte riforme che avranno cattive conseguenze. Nelle indicazioni che emergono dai nuovi narratori delle vicende riformiste si prospettano due risposte. La prima scoraggiare le domande con diverse modalità: dall’indifferenza al palleggiamento di responsabilità tra le autorità e istituzioni a finire con lo scarico di responsabilità sull’Unione Europea o sulla Troika, si pensi ai temi riguardo ai beni comuni, ai territori, alle interconnessioni delle varie istituzioni, ai diritti. Tutto proviene da qualcuno di fuori che ci chiede e ci impone. La seconda è la spinta ad accrescere la capacità delle istituzioni ma non nel senso del loro migliore coordinamento, capacità di risposta, trasparenza e reale partecipazione democratica, ma nella linea di spezzare le reni ai gruppi di interessi dei più vari tipi, fino ad affermare la fine della concertazione nel campo sociale e che la governabilità dipende dalla stabilità degli esecutivi. In conseguenza il modello del sindaco d’Italia significa mutamento del paradigma di modello da democrazia parlamentare a democrazia presidenziale per di più priva dei freni e dei contrappesi dei modelli migliori e irrigidita nei rapporti tra il sindaco/capo del governo e Consiglio/Camera dei deputati. Mentre la Corte costituzionale (2014) elimina le liste bloccate perché impediscono all’elettore di esercitare il suo diritto di scelta fra i candidati al Parlamento, l’Italicum (ultimo nome della presunta riforma elettorale che non arriva) propone liste corte in cui “il numero dei candidati sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà di voto”. Pensare che il vincitore delle elezioni rappresenti un pericolo, significa presumere, senza osare di dirlo, che gli elettori italiani rappresentano il rischio troppo grande per la democrazia e per una società decente. Il popolo da sovrano è catalogato come popolo suddito e ribelle da domare.

A prescindere dalle soluzioni che saranno assunte, quello che appare chiaro è come sia imperativo tener conto degli effetti sistemici di qualsiasi riforma. Al supermercato delle istituzioni, delle regole, dei meccanismi è disponibile un po’ di tutto, ma chi vuole riformare una costituzione non è dal supermercato che otterrà quello di cui ha bisogno, bensì dalla elaborazione di un progetto sistemico di sicura democrazia, partecipata, organicamente strutturata ed equilibrata nei suoi poteri e funzioni.☺

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