Piccoli fiori, grandi storie
La sera del 3 ottobre 1226 moriva alla Porziuncola san Francesco d’Assisi, figura centrale della spiritualità cristiana. Gli ottocento anni dalla sua morte, che sono stati celebrati con numerose iniziative a lui dedicate, possono essere l’occasione per leggere, in alternativa – o in aggiunta – agli instant books che hanno scalato in poco tempo la vetta delle classifiche dei libri più venduti, un classico come I Fioretti di san Francesco.
Il titolo allude alla struttura dell’opera, che, come un florilegio, raccoglie vari episodi della vita di Francesco e dei suoi primi compagni, trasformandoli in piccole storie esemplari, sospese tra realtà storica, leggenda e racconto edificante. Ma è, al tempo stesso, anche una metafora: i racconti sono come “piccoli fiori” raccolti dalla tradizione francescana e offerti al lettore perché ne possa cogliere il profumo spirituale. Non si tratta quindi di una biografia nel senso moderno del termine. Prima di tutto perché i Fioretti non vogliono ricostruire sistematicamente la vita di Francesco, ma piuttosto restituirne lo spirito attraverso una serie di episodi memorabili. In secondo luogo perché dei due nuclei tematici (e cronologici) intorno ai quali si distribuiscono i 53 capitoli, solo i primi (1-38) riguardano la vita e le virtù di san Francesco, e le origini dell’Ordine. I rimanenti sono invece relativi ad altri frati della prima generazione (capitoli 39-41) e ad alcuni frati marchigiani (capitoli 42-53). Ritenuti per secoli l’opera di un anonimo autore di fine Trecento, i Fioretti sono in realtà la traduzione di un testo latino più ampio, intitolato Actus beati Francisci et sociorum eius, e comunemente attribuito al frate Ugolino da Montegiorgio nelle Marche, attivo nella prima metà del XIV secolo. Del traduttore che, probabilmente fra il 1370 e il 1390, ne eseguì il volgarizzamento, si sa solo che era un frate minore toscano.
I Fioretti hanno contribuito più di qualsiasi altro testo alla costruzione dell’immagine popolare di Francesco. Molti degli episodi che oggi associamo immediatamente al santo sono giunti fino a noi proprio attraverso questa tradizione narrativa, che li ha trasmessi, trasformati e arricchiti con la memoria collettiva dei francescani. Fra questi episodi il più famoso rimane senz’altro quello del lupo di Gubbio (cap. 21; la numerazione seguita qui è quella dell’edizione Petrocchi 1972), che insegna come anche con il nemico più temuto si possa stabilire una relazione di pace. O meglio, di fraternità. Tutti gli animali sono “fratelli” e “sorelle”, come nell’altro celebre episodio della predica agli uccelli (cap. 16), perché l’uomo non è il padrone assoluto del creato. Ma come non ricordare anche il viaggio in Oriente, dove Francesco si recò coraggiosamente ad annunciare il Vangelo al sultano d’Egitto Melek-el-Kamel e ai musulmani (cap. 24)? I Fioretti non sono però un libro esclusivamente solenne. Una delle loro caratteristiche più sorprendenti è infatti l’umorismo, come negli episodi che hanno per protagonista frate Ginepro, che interpreta alla lettera gli insegnamenti di Francesco e proprio per questo finisce spesso per combinare guai (Vita di frate Ginepro, posta in appendice ai Fioretti). Un altro dei segreti dei Fioretti è la loro lingua. Il testo utilizza una prosa semplice, concreta, ricca di scene facilmente visualizzabili, ma all’anonimo autore non manca un notevole senso del racconto: sa creare attesa, costruire dialoghi e arrivare a una conclusione memorabile, come nel fioretto che spiega quale sia la “perfetta letizia” e che è uno dei più efficaci da un punto di vista narrativo (cap. 8).
È anche per questo che i Fioretti hanno superato da tempo i confini della letteratura religiosa e hanno permesso al santo di Assisi di diventare un personaggio capace di parlare a tutti: agli uomini e agli animali, ai poveri e ai potenti, ai credenti e anche a chi, semplicemente, riconosce nel suo messaggio una straordinaria lezione di umiltà e fraternità, di pace e di profonda armonia con la natura.☺
