Radici e riconoscimento
27 Dicembre 2020
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Radici e riconoscimento

“E tu di dove sei?” mi chiese Mauro. “Sono di Larino, una città del Molise” risposi con orgoglio. “Ah! in Calabria” esclamò con piglio risoluto. Fu una doccia fredda.

Era il 1973 e l’interlocutore una matricola di geologia originario di Pavullo, un paese in provincia di Modena. Da allora in tanti hanno manifestato questa ignoranza e l’orgoglio ferito trovò misera soddisfazione in un gruppo che si chiamava Terron Power. In verità, in qualunque luogo del centro-nord andassi, del Molise non sapevano quasi nulla e i preconcetti sui meridionali, costruiti a dovere dopo il 1861 dalla politica coloniale dei Sabaudi, emergevano subito in una semplice conversazione. Incapaci di gestire la cosa pubblica, evasori, “mariul”, parassiti, inclini a delinquere per natura, come voleva nel 1874 il veneto Lombroso, fondatore della antropologia criminale. 160 anni di colonizzazione del Nord ai danni del Sud Italia hanno creato quelle disuguaglianze e quel divario economico, strutturale, psicologico su cui sono stati scritti fiumi di parole e gestiti miliardi e miliardi delle vecchie lire.

Ma si sa, i comportamenti delle persone dipendono anche da quella che i sociologi chiamano identità sociale, ovvero quel modo di pensarsi che deriva dalla consapevolezza di appartenere ad un territorio, ad una storia, ad un gruppo, associato al valore e al significato emozionale che tale appartenenza promuove.

Che fare? Com’è possibile che una regione, che rientra, al pari di tutte le altre, tra le 20 ufficiali di Italia, sia invisibile e a rischio soppressione? A onore del vero, bisogna dire che ci sono state persone ed episodi che hanno fatto parlare del Molise. Tra queste, il giudice Antonio Di Pietro con “Mani pulite”, Aldo Biscardi con il Processo del lunedì, il terremoto, il Festival di Street Art a Civitacampomarano. Poi nel 2016, “lo stucchevole e scontato “Il Molise non esiste” viene cancellato da Giuseppe, 7 anni, molisano, simbolo di un futuro che non accetta più i luoghi comuni, ma cerca di trasformare le difficoltà in qualità: il Molise esiste e resiste, preservando le proprie tradizioni popolari, i propri valori e le proprie culture” (www. biancoshock.com). Il giornalista Enzo Luongo ci scrive un libro Il Molise non esiste. Pensieri sparsi tra citazioni, satira social, politica, giornali e tv e spiega come quella scritta possa diventare un brand di promozione turistica.

Manuele Martelli, già direttore marketing dell’hotel San Giorgio di Campobasso, non si fa sfuggire l’occasione e ne ha fatto un marchio ed è convinto che si va verso un “turismo della salute”. Spulciando il web si scopre che ci sono decine e decine di pagine che parlano del Molise evidenziando che “Natura, storia, arte, antiche tradizioni e gastronomia sono i tesori di questa terra ancora poco conosciuta” (www.italia.it); oppure: “In questo meraviglioso scenario di riferimenti storico-archeologici, naturalistici e paesaggistici si muovono poi le tradizioni tenacemente rispettate e custodite da gente fiera della propria identità, resistendo al tempo e sfidando la modernità e i cambiamenti. Tradizioni che si conservano e si tramandano di generazione in generazione, dando luogo a tantissime ed originali manifestazioni ma anche alla valorizzazione di prodotti che naturalmente questa terra offre con la sua tipicità e genuinità” (www.movimentoturismovino.it).

E allora? Come sono possibili battute del tipo: “Se sei la Toscana puoi anche andare in Cina a dire ‘vieni da noi’. Ma se sei il Molise non puoi fare campagna turistica all’estero” o “Guarda, figlio mio, un molisano. Papà, io non vedo niente”. Per non restare ai margini, per essere ritenuta regione esistente e considerata, non sono sufficienti episodi di visibilità, bisogna essere qualcosa e questo qualcosa necessita di coerenza e riconoscimento.

I molisani hanno sempre dimostrato il legame con le proprie radici, il rispetto per le tradizioni, hanno maturato una visione di progresso e di futuro che, nella cultura, nella storia, nei costumi, ha le gambe per proporsi al mondo intero. Ma fino a quando la politica regionale persegue altri fini o si propone in netto contrasto con questa vocazione, con questo essere qualcosa, i giovani vanno via dalla propria terra e gli occhi del mondo non ci vedono.

Come si può rappresentare questo territorio se all’Expo di Milano per promuovere il Molise si propone una cena i cui piatti sono: budino di parmigiano reggiano, ravioli al pecorino romano, pesce spada alla messinese? Come si può definire “Regione” un territorio nel quale il presidente, che dovrebbe essere la sintesi del volere del popolo molisano, si pone in contrapposizione con due delibere del consiglio regionale, con una intera diocesi, con il parere di 118 sindaci su 136 e persegue un diverso progetto sull’emergenza Covid? Comportamento che di fatto lacera l’unità regionale, il senso di appartenenza. Come si possono deliberare norme sull’uso del territorio che ne permettono lo scempio (impianti eolici, impianti fotovoltaici) e proporsi come un “piccolo mondo antico” ricco di magnifici paesaggi e territorio incontaminato?

Queste contraddizioni spopolano il territorio, minano la ricercata autonomia regionale, consegnano il futuro ad interessi coloniali, rendono invisibile una regione.

Il Molise merita una politica diversa.☺

 

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