Resilienza e transizione
4 Giugno 2021
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Resilienza e transizione

Che peso hanno le parole? Per esprimere nuovi concetti servono nuovi termini. Il governo Draghi ne ha introdotti almeno due, uno prelevato dal piano EU per la prossima generazione di europei, l’altro preteso da Grillo. Resilienza ha invaso i giornali e il web una decina d’anni fa, poi è sembrato passare di moda, invece eccolo ritornato nel titolo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Di resilienza i dizionari danno queste definizioni: 1) In meccanica, la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. 2) In psicologia, la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. 3) In ecologia, la velocità con cui una comunità biotica è in grado di ripristinare la sua stabilità se sottoposta a perturbazioni. 4) In sociologia, la capacità di un gruppo, struttura sociale di formare strutture di coesione, appartenenza, identità e sopravvivenza e di affrontare eventi e situazioni che lo mettono in pericolo, definendo linee guida che ne consentono il superamento. La parola viene non dall’inglese, come molti credono, ma dal latino resilis, che significa rimbalzare, ritornare in fretta. A fronte di questa molteplicità di significati, ho letto tutto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con la principale curiosità di capire cosa, l’Europa e Draghi e i suoi ministri, intendano per resilienza e come realizzarla. Ho così scoperto una nuova accezione del termine: aggiramento. Nel senso di tentare di superare un ostacolo senza affrontarlo direttamente, eludendolo.

Soprattutto nella parte 2.2 “Rivo- luzione verde e transizione ecologica”, la ricerca di una via tesa “alla ripresa, alla crescita economica, allo sviluppo del commercio internazionale, che permetta al nostro Paese di ripartire rimuovendo gli ostacoli che l’hanno frenato nell’ultimo ventennio”, passa proprio dall’ aggiramento degli ostacoli – questa stupida Terra non infinita e che tende a scaldarsi, ai virus brutti e cattivi e altre simili quisquiglie – che ci permetterà di recuperare il tempo perduto causa pandemia. Il tutto per un debito modico, 243 miliardi da caricare sulla prossima generazione, in cambio di enormi benefici per i cementificatori, le borse e la finanza mondiale.

Insomma, abbiamo toccato con la ruota la breccia a lato della carreggiata, una piccola sbandata, una frenata. Ora non ci resta che tornare in carreggiata con una prepotente accelerazione per recuperare il tempo perso.

L’altro termine – che pare servito solo a soddisfare Beppe Grillo, a rinominare il Ministero dell’Ambiente e a inglobare qualche attività marginale dello Sviluppo Economico – che dà il nome al Ministero della Transizione ecologica, non trova, nel PNRR, alcuna concretezza, dato che il piano non prevede un netto passaggio da una situazione a un’altra né implica l’idea di evoluzione in atto. Si tratta, a tutti gli effetti di una semplice sostituzione nominale.

Per l’agricoltura, ad esempio, sono previsti prioritariamente finanziamenti per il rinnovo del parco macchine con mezzi più grandi e pesanti, capaci di aggredire a fondo il terreno e compattarlo maggiormente, compromettendone la capacità di resa a medio termine. Prioritaria è anche la realizzazione di impianti di generazione a biogas. Apparentemente buona cosa, ciò presuppone e incoraggia maggiormente gli allevamenti intensivi e le concentrazioni, non aiuta la riduzione dei rifiuti, l’agricoltura diffusa di qualità, l’agroecologia. Tutto il PNRR manca sostanzialmente di una reale visione ambientale e di futuro possibile in tutta l’area dell’energia, altro che transizione ecologica!

Dice Francesco Sottile, del comitato esecutivo di Slow Food Italia: “Il PNRR sembra essere stato partorito non avendo coscienza delle cause che hanno determinato la più drammatica crisi dall’ultimo dopoguerra a oggi e rincorrendo vecchi modelli produttivistici di sviluppo conditi con parole come digitalizzazione (che sembra essere diventata la soluzione di tutti i mali dell’ Italia), ecodesign, green. Il PNRR italiano non ha il coraggio di mettere in discussione il modello di sviluppo insostenibile che è all’origine non solo della pandemia ma di tutte le crisi sistemiche che attraversano il nostro tempo: ambientale, climatica, alimentare, demografica, migratoria, economica e sociale, finanziaria e, infine, culturale e politica. Non si tratta solo di rimettere in moto l’economia, bensì di ripensare un modello in grado di riconsiderare la nostra impronta ecologica, far propria la cultura del limite, riqualificare il lavoro e le produzioni”.☺

 

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