rigore, crescita e coesione    di Giovanni Di Stasi
8 Marzo 2013 Share

rigore, crescita e coesione di Giovanni Di Stasi

 

L'unità europea si salva coniugando rigore, crescita e coesione socio-economica. Lo abbiamo detto in molti, fin da quando l'euro ha cominciato a soffrire sotto il peso della crisi greca, spagnola e italiana. Moltissimi sono stati coloro che hanno insistito sopratutto sul binomio rigore e crescita e tra essi ha primeggiato il premio Nobel per l'economia Paul Krugman. Tuttavia la maggior parte dei capi di stato e di governo dell'UE si è accodata alla linea politica di Angela Merkel, concentrandosi solo sul rigore da imporre a ciascun paese membro ed in particolare a quelli maggiormente in difficoltà.

Il risultato di questa linea monotematica è sotto gli occhi di tutti: si è attivata una spirale di recessione, disoccupazione e disgregazione sociale che non può andare oltre senza causare danni irreparabili. Con molto ritardo se n'è accorta anche la Commissione europea che, per bocca del commissario agli affari economici Olli Rehn, ha formalmente aperto alla possibilità di concedere più tempo ai paesi che devono rientrare dal deficit.

Non sarebbe fuori luogo indagare meglio sulle cause di questa improvvisa resipiscenza della Commissione di fronte ad un problema che oggi riguarda anche la Francia e che ieri non sembrava meritare alcuna comprensione solo perché riguardava principalmente la Grecia. Commetterebbe, però, un errore fatale chi pensasse che del rigore si possa fare a meno. Senza rigore non è possibile perseguire né la crescita, né il rafforzamento della coesione socio-economica e questo vale per tutti i paesi membri e, in primo luogo, per la stessa Unione Europea.

Purtroppo le istituzioni europee che, con tanta insistenza e con fondata ragione, hanno imposto ai paesi membri la linea dell'equilibrio di bilancio, da perseguire sopratutto attraverso dolorosi tagli alle spese, non hanno saputo essere coerenti con le proprie scelte. Si pensi alla straordinaria indulgenza con cui sono stati trattati alcuni dei più noti sprechi che da Bruxelles a Strasburgo, passando per Lussemburgo, si consumano quotidianamente a nostre spese. Chi avesse voglia di approfondire l'argomento può rileggere  l'articolo  di Luigi Offeddu, apparso sul Corriere della Sera dello scorso 10 febbraio, dal significativo titolo: “il bilancio allegro degli euroburocrati”.

In questa sede ci si limita a richiamare l'attenzione sull'annosa vicenda della doppia sede del Parlamento europeo che costringe i parlamentari e i funzionari ad un continuo e dispendioso pellegrinaggio tra Bruxelles e Strasburgo. Abolire questo e molti altri sprechi non avrebbe comportato importanti benefici finanziari, ma avrebbe chiarito a tutti i cittadini europei che l'UE sa dare il buon esempio e non si limita a fissare precetti rigidi solo per i paesi membri.

E tuttavia il vero peccato dell'Unione Europea non riguarda le pur gravi omissioni in fatto di eliminazione degli sprechi, bensì le recenti decisioni in materia di bilancio. Il  Consiglio Europeo ha infatti predisposto un progetto di bilancio per il 2014/2020 che, per la prima volta nella storia dell'UE, fa registrare una riduzione degli stanziamenti rispetto al precedente periodo 2007/2013 certificando, in questo modo, la propria incapacità a far fronte alle sfide del futuro. Per fortuna il bilancio pluriennale deve essere varato dal Consiglio europeo “previa approvazione del Parlamento europeo”, in base all'art. 312 del Trattato di Lisbona.

Questa circostanza ci fa sperare in un atto di coraggio da parte del Parlamento europeo che può e deve bocciare un progetto di bilancio pluriennale inaccettabile, sulla base di motivazioni chiare e forti. La prima di queste motivazioni riguarda la stessa dignità dei parlamentari europei che non possono rimanere inerti di fronte ad una drammatica evoluzione della crisi in atto sull'intero continente. Per onorare il loro mandato democratico devono pretendere un ruolo decisivo dell'UE nelle politiche di innovazione, di sviluppo, di coesione economica e di giustizia sociale a livello continentale. Ovviamente l'UE potrà svolgere pienamente un simile ruolo quando avrà una vera costituzione, un presidente eletto direttamente dai cittadini e poteri ben più significativi di quelli attuali ma, anche con l'architettura istituzionale odierna, l'UE può fare molto se si dota di un bilancio che non sia ridicolo. Oggi, il bilancio dell'UE impegna risorse, per fare un paragone con una realtà molto diversa dalla nostra, pari all'1% della ricchezza prodotta nei paesi UE contro il 22% del bilancio federale degli USA.

Tocca dunque al Parlamento europeo il compito di bocciare senza appello il bilancio partorito dalle mediazioni tra i governi e indicare al Consiglio europeo un percorso innovativo per un bilancio robusto con il quale attivare uno sviluppo sostenibile sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista ambientale.

Se, su questo tema cruciale, il Parlamento europeo saprà dire un no deciso e ragionato, darà un nuovo impulso al processo europeo e, paradossalmente, creerà un nuovo spazio operativo anche per i governi nazionali imbrigliati nella rete che essi stessi hanno tessuto a Bruxelles. ☺

giovanni.distasi@gmail.com

 

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