Sbagliando s’incanta
Nella sua carriera di artista, il poeta Matteo Pelliti (Sarzana 1972, residente a Pisa) si è dedicato a trasformare in versi campi tematici singolari e affascinanti: il mondo delle biciclette nei suoi Versi ciclabili (Orientexpress2007), quello di antenati e discendenti in Somiglianze di famiglia (Industria&Letteratura 2021), o quello degli appartamenti attraversati lungo i traslochi che punteggiano un’esistenza, talvolta in seguito a eventi traumatici come una separazione coniugale (Dal corpo abitato, Sossella 2015). Formatosi come filosofo del linguaggio, ha esteso questa indagine poetica ai campi semantici: per esempio le parole deonimiche, quelle cioè che traggono origine dal nome proprio di chi sia ‘alle origini’ dell’oggetto designato: fin dal titolo, il suo Boicottando mongolfiere e ghigliottine (Tapirulan 2013) di questi personaggi chiave ne esibisce ben tre, anzi quattro: Charles Cunningham Boycott, Joseph-Ignace Guillotin e i due fratelli Joseph-Michel e Jacques-Étienne Montgolfier.
A cavallo fra campi semantici e campi tematici sta la sua ultima raccolta, dedicata agli sbagli. «Ci sono errori che ricordiamo come successi./ Per esempio Eratostene, che calcolò/ il meridiano terrestre con uno scarto/ minimo rispetto alla sua reale misura.// Allora ci sono errori luminosi,/ più belli dell’esattezza da cui/ rimangono distanti, racchiusi/ in un quasi» (n. 49). E dunque questa nuova silloge, il cui sottotitolo è Raccolta di errori per pubblicazione, si intitola direttamente e telegraficamente Quasi (peQuod 2025: in copertina e sulle bianche pagine dell’elegante libro si stagliano disegni di Sergio Ruzzier). Vi attraversiamo un gentile trattato in versi – per micro-avventure – sui modi goffi e eleganti, brillanti o invece tristi, patetici o sconclusionati, di incappare in cantonate, prendere un granchio, inciampare in un incidente o in una gaffe: con orizzonti dilatati anche su assai largo raggio e toccante profondità, come quando interviene il ricordo del padre, recentemente perduto (la dedica del libro è «a mio padre/ e a tutti i padri che cercano di “sbagliare meglio”»). È di fatto un errore pensare che egli sia in quelle sue ceneri, mentre,come desiderava, sul mare di Bocca di Magra se ne disperdono i resti da una barca (n. 9). E piangere? «A volte potresti pensare che piangere/ lenirebbe un poco la fatica/ di contemplare la serie di errori/ che tengono compagnia a te nella tua vita.// Sempre che piangere,/ pure lui,/ non fosse un erro- re/ ulteriore» (n. 25).
Un sabato, all’alba, il disturbato vocale della figlia in cui si coglie a stento un «sono giù…» scatena una ridda di ansie per «i motivi possibili di un tale/ mattiniero e sì profondo scoramento»… fino a che il vocale successivo semplicemente corregge «sono giù al portone, lascio alcune cose/ in camera e poi vado a scuola». Ma càpitano, sì, anche in un libro – sbaglieremmo a non crederlo – disturbi della sintonia (n. 19): «Questa poesia non è al momento disponibile/ questo potrebbe essere dovuto/ a un errore tecnico e/ stiamo lavorando/ per risolverlo.// Prova a ricaricare questa poesia». Del resto, in epigrafe alla raccolta svetta una frase di Giorgio Manganelli: «La letteratura sarà dunque il luogo privilegiato dell’ errore». E il testo n. 16 sfida il lettore a riconoscere fra i successivi «l’errore di pubblicazione» costituito da una poesia lasciata scrivere all’ Intelligenza Artificiale. La soluzione è al testo n. 44: era la n. 28.
A trarci in errore può intervenire uno studiato inganno altrui, come quello, discreto e tragico insieme, di cui al testo 18: a una bottega di abiti usati era appeso un cartello «torno presto», e solo dopo un mese, «nel retrobottega», il proprietario lo si è trovato «appeso,/ come abito a una gruccia».
Nella poesia 58, ormai in pre-finale, nel suo occasionale gioco a non prendersi sul serio («A volte penso/ che l’ultima difesa del senso/ sia il ridere»: n. 20), Pelliti ci ammonisce: «Diffida sempre un po’/ delle poesie che iniziano/ con un’esortazione,/ col blando imperativo/ reiterato in cantilena/ di verbi che ti danno del tu/ e ti dicono cosa devi fare,/ cosa, come e chi pensare». Come… ops… (strizzan- doci l’occhio) questa poesia. Ma – se non sbaglio – l’acme del nostro sconclusionato accamparci nella devianza si coglie con il Corso di lettura silenziosa (in omaggio a Sant’Ambrogio che leggeva a mente), testo n. 46, immaginato per l’ennesimo errare di una feconda e stralunata fantasia:
In un giorno convenuto,
all’ora convenuta, i partecipanti al corso
si ritrovano, ognuno per conto proprio,
in casa propria, in un angolo appartato
e quieto delle rispettive case,
con un libro in mano, le Confessioni
di Sant’Agostino, dalle 19 alle 20,
da leggere tacitamente.
A fine corso, si terrà una performance
di lettura corale silenziosa:
i partecipanti leggeranno in pubblico
in silenzio, alcuni passi delle Confessioni
che gli astanti potranno solo immaginare
osservando le espressioni facciali
involontarie dei lettori.
Ultimi posti disponibili.
