sebben donna
22 Febbraio 2010 Share

sebben donna

Il TAR Molise,  eludendo illegalità su cui ha omesso di pronunciarsi, si è inventato la bizzarra tesi che i ricorrenti, nonostante consiglieri e cittadini elettori, non fossero legittimati a ricorrere poiché – in sostanza- appartenendo al genere maschile, nessun loro interesse legittimo vi sarebbe  stato in merito.

Emma Bonino, vicepresidente del Senato, già si chiedeva nel caso di Taranto se era “possibile che in tutta la provincia di Taranto non ci sia una donna, dico una, che abbia la capacità, la voglia, la disponibilità e le qualità per entrare in giunta. Mi sembra difficile da credere”. Purtroppo una giunta al 100% maschile che salta fuori a Taranto è solo la punta dell’iceberg: non se ne vedono neppure all’orizzonte. “Insomma, se Taranto piange – argomenta Bonino – Ascoli Piceno non ride. Questa la dice lunga sull’arretratezza culturale, oltre che politica, che ancora domina i partiti, di destra o di sinistra che siano, nel centro-nord come nel centro-sud” (ed il Molise ancora non aveva presentato il suo conto!).

Nel panorama europeo, le donne italiane si distinguono per due primati: un’esigua partecipazione lavorativa (seppure crescente tra le giovani) e al tempo stesso un bassissimo livello di fecondità. Questa situazione è il risultato di due diversi fallimenti: da una parte la maggiore fatica delle donne, nonostante i crescenti successi scolastici, ad accedere ad un lavoro retribuito e a conservarlo se hanno impegni familiari, dall’altra la difficoltà ad avere il numero desiderato di figli, se lavorano.

Le coraggiose che cercano di conciliare vita professionale e maternità si trovano tra le responsabilità della propria occupazione e le richieste di cura della famiglia, ancora così poco condivise con i propri partner. Considerando le donne di 35-44 anni, nel 2006 le single presentano i tassi di occupazione femminili più alti (86,5%) seguite dalle donne che vivono in coppia senza figli (71,9%) e infine da quelle che vivono in coppia con figli (51,5%). Tra queste ultime, i tassi di occupazione sono inversamente proporzionali al numero di figli. In particolare, il 5,6% è stata licenziata o ha perso il lavoro in seguito alla cessazione dell’attività lavorativa che svolgeva (per scadenza di un contratto a tempo determinato o per chiusura dell’attività); il 12,4%, al contrario, si è licenziata per via “dell’inconciliabilità con i nuovi impegni familiari” o “per poter stare più tempo con i figli”.

Il rischio di perdere o lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio presenta importanti differenze geografiche: è più contenuto nel Centro Nord (15%) e decisamente maggiore nel Mezzogiorno dove l’abbandono del lavoro o il licenziamento riguarda una lavoratrice madre su quattro. In effetti, è proprio nelle regioni meridionali che le donne hanno minori possibilità di utilizzare il part-time, sono più coinvolte in lavori temporanei, e, come vedremo in seguito, possono contare meno su un’efficiente rete di sostegno di servizi sociali. Lasciare o perdere il lavoro comporta in molti casi pesanti conseguenze sulla condizione socioeconomica della famiglia (Istat 2007). In effetti, dalla stessa Indagine sulle nascite emerge che la prima motivazione che spinge le madri a lavorare è “contribuire al bilancio familiare”, (oltre il 55% delle intervistate). Quando la madre è casalinga o disoccupata cresce la proporzione di famiglie che dichiara di aver dovuto fronteggiare difficoltà economiche dopo la nascita del bambino: rispettivamente il 26% e il 16,7%, contro il 13,5% delle famiglie a doppio reddito (Istat 2006). Possiamo quindi dire che la conciliazione non è solo “gratificante” per la donna, ma diventa una risorsa importante per la famiglia, per ridurre il rischio di vulnerabilità economica.

I dati dell’Indagine campionaria sulle nascite realizzata nel 2006 rivelano quanto continua ad essere intenso il ricorso alla rete di aiuti informale e alla solidarietà intergenerazionale: poco più della metà dei bambini nella fascia di età 1-2 anni è, infatti, affidata ai nonni quando la madre lavora, il 13,5% frequenta un asilo pubblico, il 14,3 uno privato, il 9,2% è affidato ad una baby-sitter, il 7,3% è accudito dagli stessi genitori e il restante 3,4% da altri parenti o amici:
i nonni restano comunque il pilastro più saldo.

Non è facile capire se il ricorso prevalente alla rete familiare sia dovuto principalmente ad una carenza di offerta di servizi pubblici e privati, o piuttosto ad un preciso atteggiamento culturale e in quale misura. Certo è che per quanto riguarda l’affidamento dei bambini all’asilo nido, ci troviamo di fronte a enormi disparità territoriali: i bambini tra uno e due anni che frequentano un nido pubblico sono solo il 7,5% nel Mezzogiorno, mentre sono il 16,7% al Centro e il 15,3% al Nord (Istat 2007). Se confrontiamo alcune realtà regionali le differenze sono ancora più marcate: le percentuali più elevate di bambini che frequentano un asilo nido pubblico si registrano nella provincia autonoma di Trento (28,9%), in Emilia-Romagna (26,1%) e in Toscana (21,1%). Al contrario i livelli più bassi si osservano nelle regioni del Sud e in particolare in Campania (2,2%), in Calabria (3,2%) e in Molise (5,4%) (Istat 2007). Le attuali carenze del sistema di welfare appaiono evidenti: i costi della conciliazione ricadono in massima parte sulle famiglie e sulla solidarietà intergenerazionale (in genere sulle donne!); gli asili nido sono insufficienti e costosi tanto da essere considerati un lusso; mancano servizi alternativi che possano in qualche modo garantire cure di qualità, con orari e tempi di apertura che tengano conto degli orari di lavoro dei genitori. Inoltre, i tempi di lavoro delle donne, anche per chi lavora part-time, restano rigidi e “inconciliabili” con le responsabilità e gli imprevisti della maternità. Gli uomini sono i grandi assenti e lo sforzo di conciliazione ricade interamente sulle spalle delle madri.☺

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