stato sociale
17 Aprile 2010 Share

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Insieme ai “vaffa” di Beppe Grillo ed alla investitura annunciata di Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico, non v'è dubbio che l'argomento principe delle ultime discussioni e riflessioni legate alla vita civile del nostro Paese sia stato il Referendum dei lavoratori avente ad oggetto il Protocollo sul Welfare, cioè sul nuovo assetto di stato sociale. Una consultazione alla quale anche il Governo ha attribuito una notevole importanza, tanto da legarvi, sia pure in maniera non ufficiale, il proprio destino. Tra le tendenze centriste, miranti al mantenimento integrale dell'accordo con le forze sindacali, e quelle dell'ala sinistra – sinistra cd. radicale – della coalizione, che invece avrebbe voluto maggiore aderenza alle promesse della campagna elettorale, soprattutto riguardo al precariato, il centrosinistra ha vissuto giorni difficili.

La consultazione ha ottenuto un imprimatur importante: il 82% di “si” tra i lavoratori. Ma i “no” che sono giunti dalla “base” operaia non sono trascurabili, visto che esprimono le istanze provenienti da fabbriche importanti quali Fiat, Alenia, Elettrolux, solo per citare alcuni nomi di indubbia notorietà. Le conseguenze, anche politiche, non sono mancate, con un raffreddamento, che a Palazzo Chigi si spera momentaneo, dei rapporti tra Prodi e l'ala sinistra del suo schieramento. Intanto però, Rifondazione Comunista non ha votato, in Consiglio dei Ministri, il protocollo.

In effetti, cosa contiene il pacchetto Welfare che il Governo e le parti sociali hanno sottoscritto?

Dal punto di vista programmatico le cose sembrano promettere bene per i lavoratori: centralità del rapporto a tempo indeterminato, rafforzamento della lotta contro il “sommerso”, maggiore riconoscimento del ruolo della contrattazione collettiva, incentivazione dei “part-time lunghi”, agevolazioni per la trasformazione dei “part-time” in “full-time”, limiti alla stipulazione di contratti a termine con la previsione del termine massimo di 36 mesi e possibilità di una sola proroga del contratto davanti alla direzione provinciale del lavoro con l'assistenza di un rappresentante sindacale, regola a cui possono derogare i lavoratori stagionali dei settori disciplinati dal Dpr n. 1525 del 1963 e di quelli che saranno individuati attraverso “avvisi” comuni con i sindacati o attraverso accordi contrattuali collettivi. Ancora, è stata messa a punto una sorta di clausola "transitoria" per risolvere il problema dei lavoratori che alla data di entrata in vigore della legge, nella quale confluirà il protocollo, si trovino con un contratto a termine in corso. La soluzione individuata dovrebbe prevedere che per questi il conteggio dei 36 mesi parta dopo 15 mesi dall'entrata in vigore della legge (concessione a Confindustria, posto che in tale arco temporale si può immaginare qualsiasi novità politica). Infine è prevista l’abrogazione della norma sul “lavoro a chiamata”, perfezionamento della disciplina dei contratti di apprendistato e di inserimento, miglioramenti della normativa relativa ai lavoratori disabili, la rivalutazione delle pensioni minime, maggiorazioni sociali delle pensioni assistenziali (ciechi, invalidi civili, assegni sociali ecc.) per i soggetti con età superiore ai 70 anni (60 in caso di invalidità totale), riscatto della laurea a fini pensionistici, incremento del tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, aumento dell'indennità di disoccupazione.

È tutto oro ciò che luccica? Certamente no. Intanto parecchi di questi punti potrebbero restare solo programmatici, se si considera che condizionante rimane il punto “nell'ambito dell'equilibrio della finanza pubblica”. In poche parole, se ci sono i soldi. Non di minore importanza è la questione legata al Decreto Legislativo 276/03, la cosiddetta “Legge Biagi” (in realtà si dovrebbe chiamare “Legge Maroni”), che si è salvata ancora una volta, a dispetto delle premesse e promesse. Resta quindi ancora viva la questione del mondo del lavoro precario, fonte estrema di difficoltà per i lavoratori, non in grado di poter pensare al loro futuro con la serenità dei “fortunati” a tempo indeterminato, specie in un sistema, quale è quello italiano, che poco o nulla concede alla meritocrazia.

Insomma aver iniziato a intaccare quella che è stata una legge figlia delle concezioni neo-conservatrici, ben poco attente alle istanze provenienti dal mondo del lavoro “vero”, è sicuramente una nota di merito per questo accordo, ma ancora molto c'è da fare.

Nodo previdenziale

Un altro motivo di scontro, non certo trascurabile, tra le due anime della coalizione al potere è relativo al nodo previdenziale. Soprattutto per i lavori usuranti è evidente che, così come è strutturata, la riforma previdenziale è fortemente penalizzante; tuttavia, almeno, è stato abolito il “tetto” dei 5000, cioè il limite massimo di lavoratori “usurati” che potevano andare in pensione in un anno, originariamente introdotto in previsione di una “fuga” di massa dal posto di lavoro sgradito e deleterio per la salute. È, però, vero che, se non si aumentano i fondi disponibili, non potrà comunque variare il numero dei beneficiari.

Anche per gli altri lavoratori, tuttavia, le prospettive non sono rosee, con incrementi che non aiutano ad immaginare lo svecchiamento della classe lavoratrice italiana. Le “finestre” introdotte sono quattro, mentre la precedente “riforma Maroni” le aveva portate a due e, almeno per tutto il 2008, si andrà in pensione ancora per limiti di età, ma in rapporto a tale tema le spinte per un innalzamento dell'età pensionabile sono molteplici, tra cui la più autorevole è quella del Governatore di Bankitalia Mario Draghi. In un paese a forte invecchiamento, questo in sintesi il pensiero dell'erede di Fazio, solo l'aumento dell'età media effettiva di pensionamento consentirà di erogare pensioni adeguate. Un pensiero non troppo condivisibile: forse sarebbe meglio riuscire ad abbassare l'età media di ingresso nel mondo del lavoro, attualmente vicina ai 30 anni, e non per colpa dei “bamboccioni” di Padoa-Schioppa, ma per via di un precariato che avvicina i lavoratori ad avere una stabilità economica intorno ai 35-40 anni, sempre che l'azienda non preferisca “investire” su un prestatore d'opera più giovane o che, una volta assunto il “giovane di 40 anni, non lo metta in cassa integrazione, in mobilità o esternalizzi il suo reparto verso un’azienda con meno di quindici dipendenti.

Sarebbe stato possibile fare meglio? Il quesito non è da poco, né si pretende di potervi dare risposte chiare, certe e definitive. Alla fine dei conti è una operazione che ha molti connotati “di sinistra”, se vista dal centro e dalla destra, ma che appare ancora timida e debole se osservata dal lato opposto e dalla prospettiva di chi in fabbrica deve passare una esistenza.

Lascia scontenta la FIOM, cioè il mondo metalmeccanico, in pratica lo zoccolo duro del “no”, ma anche una federazione di categoria che, più di altre, conosce la realtà della vita di fabbrica e del conflitto sociale. Il parere negativo è ribadito anche dalla conferma, per il 9 novembre, dello sciopero indetto dai sindacati di base.

Resta da vedere se le fosche previsioni delle frange più militanti saranno sostenute dai fatti o se, auspicabilmente, queste prime riforme potranno innescare un circolo virtuoso che permetterà le necessarie modifiche, non solo della normativa, ma anche della politica economica, in favore dei lavoratori e della parte attiva del Paese, poiché la sensazione è quella che costoro abbiano espresso un voto referendario complessivamente favorevole più per non perdere ciò che hanno, pur poco, piuttosto che per essere animati dalla consapevole e informata intenzione di esprimere un parere positivo. Era, inoltre in ballo la “fede” nel proprio sindacato, che quel protocollo lo aveva già firmato, e la tenuta del Governo. ☺

marx73@virgilio.it

 

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