un libro per post-credenti   di Michele Di Leo
4 Giugno 2013
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un libro per post-credenti di Michele Di Leo

 

Quando mi hanno chiesto una presentazione ufficiale sul mio ultimo lavoro, ho mostrato una certa reticenza. Il commento alla Lettera di Giacomo, testo biblico che tanto fece parlare ai tempi della Riforma, non poteva certo trovare nella mia persona chissà quali sconvolgenti interpretazioni. Il mio contributo è stato un “diletto” cui mi sono dedicato, con non poche pause, negli ultimi due anni. L’idea iniziale era quella di commentare il testo come un insieme di aneddoti utili alla vita cristiana. Successivamente volevo paragonarli all’evolversi di un edificio, ritrovando quindi in esso il “consolidamento” della propria fede. Infine l’idea di un “Dizionario di religiosità”, desumendo i titoli dai vari paragrafi. L’elaborazione non è stata lineare, ma avrò il piacere della condivisione per quanti vorranno leggere quanto di seguito.

Duplice lo scopo di questo piccolo lavoro, come si deduce dal titolo: un commento alla lettera di Giacomo, e il tentativo di delineare un “manuale per post credenti”. Il testo è quindi rivolto – nelle sue intenzioni – a tutti coloro che hanno già intrapreso un cammino di fede, che hanno “consumato” i luoghi pertinenti la parrocchia, e che talvolta si trovano nel dilemma di voler conservare la propria fede pur consapevoli che molti gesti, preghiere e azioni stanno diventando abitudinarie, prive di stimoli, a volte aride.

La lettura è cadenzata da una serie di termini, con cui ho cercato di riassumere i vari brani della Lettera, e che costituiscono una sorta di “Glossario” della fede.

Il primo vocabolo che Giacomo evidenzia è la Perfetta letizia. Raccontano le Fonti francescane che il santo di Assisi spiegò a frate Leone in cosa consistesse la gioia più grande. Non i maestosi conventi o la diffusione dell’Ordine e nemmeno l’apertura al mondo universitario, ma – al contrario – le umiliazioni più grandi, anche dai propri confratelli. Questo brano mi ha fatto pensare alla condizione dei “ex” collaboratori parrocchiali, che si vedono umiliati o messi da parte dopo anni di dedizione. Alcuni di essi si smarriscono, quasi che il ruolo ricoperto ne identificasse l’intera persona. A costoro, Giacomo e Francesco ricordano in cosa consista la perfetta letizia: subire – senza perdersi – “ogni sorta di prove”.

Giacomo parla poi di ricchezza, tentazione, concupiscenza, ira, Parola. Qualche passo avanti e troviamo altri mali per la vita del credente (favoritismi, preferenze, autogiustificazione, religiosità, …) per poi introdurci al cuore della lettera, il rapporto tra fede e opere. Nel paragrafo dedicato alla carità c’è un primo spunto sulla fede: può definirsi tale se concreta. Giacomo – da quanto si legge nel testo – non è contro la “fede” di Paolo (quella che ti libera il cuore) ma da quella pseudoreligiosità distaccata dalla vita. Per questo – ecco la seconda caratteristica – la fede è tale se “incarnata” nel quotidiano, nei piccoli gesti di ogni giorno. Una terza caratteristica della fede è la “Perfezione”, e qui Giacomo – commentando il sacrificio di Isacco – sembra completare il pensiero di Paolo. In una parola: per Paolo Abramo è salvato dalla fede che è cieca fiducia in Dio; per Giacomo la fede si completa nell’atto concreto del sacrificio. La quarta e ultima caratteristica della fede è l’accoglienza, come fece Raab.

Cosa è allora la fede per Giacomo? Proviamo a riepilogare:

È carità, cioè sa agire … non è solo “dire” ma anche mettere in pratica … e chi ha meglio delineato questo aspetto della fede se non il Vangelo di Matteo?

È fatta di piccole cose, è umana … e chi meglio ha sottolineato l’umanità di Gesù se non il Vangelo di Marco?

È rivolta alla perfezione, al fare la volontà di Dio … e il Vangelo che sottolinea questa preghiera di Gesù al Padre non è forse quello di Luca?

È infine accoglienza … e chi ci racconta più degli altri gli incontri personali di Gesù (Samaritana, cieco nato, Lazzaro, …) se non il Vangelo di Giovanni?

Nel cuore della Lettera, Giacomo non solo chiarisce il suo concetto di fede (che non è in contrasto con Paolo, anzi) ma ci offre una illuminante sintesi sui vangeli.

Avviandosi alla conclusione, l’autore delinea alcuni punti fermi, tra cui la preghiera. Non un insieme di formule da relegare a qualche momento della giornata o della vita, ma uno stile di vita.  Quasi seguendo uno schema tratto dalla Logica, va evitata la preghiera distaccata dalla vita come anche l’attivismo che non trova mai tempo per il raccoglimento. La sintesi è la preghiera “fatta con fede”, cioè con l’intenzione che accompagna la “formula”.

Vorrei concludere con quel riferimento – oggi purtroppo dimenticato – che Giacomo fa riguardo alla confessione reciproca. È un atto di umiltà, essenza della preghiera, vera forza del credente. Nel nostro tempo, così abituato a confessarsi dinanzi a Dio piuttosto che a un suo ministro, farebbe tanto bene avere il coraggio di ammettere i nostri errori dinanzi ai fratelli. Non sarebbe un modo tanto antico quanto attuale per camminare spediti verso una umanità migliore? J

micheledileo@virgilio.it

 

 

 

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