Dal sapore delicato, unico, che ricorda un po’ quello dei ceci e dei fagioli – con i quali mostra una certa affinità alimentare -, il seme della cicerchia è unico anche per la sua forma quadrangolare e molto irregolare, tanto che non se ne trovano mai due uguali.
Ma questi semi, come quelli delle altre leguminose ad alto apporto di proteine, contengono in quantità variabile anche una microtossina, sotto forma di un acido indicato sinteticamente con la sigla ODAP e considerato la causa della malattia detta latirismo, una patologia neurodegenerativa che può portare anche alla paralisi degli arti inferiori. Nei casi più gravi (ma estremamente rari) possono comparire perfino disturbi psichici. Anche alcuni animali, sia equini e suini, sia polli e ruminanti, che vengono alimentati con abbondanti pastoni a base di farine di cicerchia, possono essere colpiti da forme di intossicazione. Non bisogna tuttavia drammatizzare: è stato infatti dimostrato che il latirismo si verifica quando l’assunzione di cicerchie supera il 30% di tutti gli alimenti che costituiscono la dieta. Questa malattia era presente quindi solo in passato e in occasione di ricorrenti carestie, quando la cicerchia rappresentava il principale se non l’unico nutrimento per lunghi periodi. Inoltre, l’incidenza reale del latirismo nell’uomo è molto bassa, perché il metabolismo umano detossifica la molecola ODAP in un metabolita non tossico. Ed ancora, una attenta cottura, una coltivazione più razionale, la selezione di varietà meno ricche di neurotossina, una dieta varia ricca di alimenti diversi, com’è quella europea e italiana in particolare, riducono enormemente il pericolo di latirismo indotto da cicerchie. Perciò gustiamo pure le saporite cicerchie in ogni stagione, avendo cura di consumarle solo di tanto in tanto, in proporzioni normali e non per molti giorni di seguito.
Agli appassionati coltivatori di questa pianta si consiglia inoltre di fare attenzione alla conservazione dei semi in magazzino. Infatti, come i fagioli e le fave, possono essere attaccati da un insetto, un coleottero bruchide, il tonchio, conosciuto nel nostro dialetto col nome di ’a ar’gagghie, le cui larve, dopo essersi nutrite della parte interna del seme, lasciano evidenti fori di uscita e un cattivo gusto che li rende non commestibili.
Per quanto riguarda la preparazione, suggeriamo una lunga macerazione (24 ore o più) in acqua tiepida e salata, da rinnovare due o tre volte, da gettare via al momento della cottura e sostituire con acqua pulita non salata. Infine è indispensabile una lunga cottura con pentola a pressione per rendere le cicerchie più digeribili.
Con questo nobilissimo e antichissimo legume, contenente vitamine del gruppo B e fibre alimentari, povero di grassi, ma ricco in calcio e fosforo (elemento che lo rende ideale in caso di disturbi della memoria e di affaticamento cerebrale degli studenti e degli anziani), si possono preparare tante ricette. Per esempio squisiti maltagliati, pappardelle, lagane, baccalà, insalata e perfino un dolce. Servita fumante, d’inverno, dentro una calda pagnotta, con un filo d’olio e i profumi dell’orto, la cicerchia non può che favorire la convivialità. Anche per il cenone di San Silvestro, con il suo gusto inconfondibile, può sostituire tranquillamente la “cugina” lenticchia come contorno del classico zampone, per il quale si veda la seguente ricetta.
Ingredienti: zampone; 400 g di cicerchia; una cipolla; una costa di sedano; una carota; due cucchiai di olio extravergine di oliva; una foglia di alloro; 60 g di grasso di prosciutto.
Cuocere lo zampone per il tempo necessario. In una casseruola rosolare un trito finissimo di cipolla, sedano, carota e grasso di prosciutto battuto al coltello. Aggiungere la cicerchia precedentemente lessata, alloro, sale e pepe; coprire con acqua calda e cuocere a fuoco moderato per circa 40 minuti. Tagliare a fette lo zampone, adagiarlo su un letto di cicerchie e servire subito.☺
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Un’alternativa alle lenticchie | La Fonte TV
La cicerchia (Làthyrus sativus) è una delle leguminose da granella più antiche e più consumate dai nostri progenitori: reperti risalenti a 8.000 anni a.C. sono stati ritrovati infatti in Mesopotamia, mentre la sua coltivazione ebbe inizio intorno al 6.000 a.C. nell’area della Penisola balcanica. Gli antichi Greci la conoscevano come lathyro, mentre tra i Romani era nota come cicercula; anche Egiziani ed Ebrei se ne cibavano.
È una specie molto rustica, che si adatta a condizioni colturali estreme, quali terreni poveri e siccitosi, e che non abbisogna di concimi speciali o antiparassitari; è dotata anche di una buona resistenza alle basse temperature. Si semina all’inizio di aprile e si raccoglie in piena estate, estirpando dal suolo la pianta intera, carica di baccelli ormai maturi. Le piccole mennèlle, una volta formate, vengono battute e ventilate per separare la pula dalla granella. Un tempo, stipare fagioli, ceci e cicerchie era una garanzia per l’inverno che presto sarebbe arrivato.
La cicerchia trova le condizioni migliori per la sua coltivazione nelle regioni di Lazio, Marche, Molise, Puglia e Umbria, che hanno ottenuto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali il riconoscimento di prodotto agroalimentare tradizionale italiano. In particolare la regione Molise ha presentato all’EXPO di Milano proprio la cicerchia: quasi scomparsa dalle tavole almeno da cinquant’anni, oggi è stata riscoperta, valorizzata per la biodiversità vegetale e ambientale, e tutelata come alimento tipico della dieta contadina del passato. I piatti tipici che con essa si confezionano sono i protagonisti di diverse feste e sagre che hanno luogo nelle zone di produzione. Ricordiamo per esempio quella di Serra de’ Conti, vicino a Jesi, che si svolge alla fine di novembre, nei giorni 27, 28 e 29.
Dal sapore delicato, unico, che ricorda un po’ quello dei ceci e dei fagioli – con i quali mostra una certa affinità alimentare -, il seme della cicerchia è unico anche per la sua forma quadrangolare e molto irregolare, tanto che non se ne trovano mai due uguali.
Ma questi semi, come quelli delle altre leguminose ad alto apporto di proteine, contengono in quantità variabile anche una microtossina, sotto forma di un acido indicato sinteticamente con la sigla ODAP e considerato la causa della malattia detta latirismo, una patologia neurodegenerativa che può portare anche alla paralisi degli arti inferiori. Nei casi più gravi (ma estremamente rari) possono comparire perfino disturbi psichici. Anche alcuni animali, sia equini e suini, sia polli e ruminanti, che vengono alimentati con abbondanti pastoni a base di farine di cicerchia, possono essere colpiti da forme di intossicazione. Non bisogna tuttavia drammatizzare: è stato infatti dimostrato che il latirismo si verifica quando l’assunzione di cicerchie supera il 30% di tutti gli alimenti che costituiscono la dieta. Questa malattia era presente quindi solo in passato e in occasione di ricorrenti carestie, quando la cicerchia rappresentava il principale se non l’unico nutrimento per lunghi periodi. Inoltre, l’incidenza reale del latirismo nell’uomo è molto bassa, perché il metabolismo umano detossifica la molecola ODAP in un metabolita non tossico. Ed ancora, una attenta cottura, una coltivazione più razionale, la selezione di varietà meno ricche di neurotossina, una dieta varia ricca di alimenti diversi, com’è quella europea e italiana in particolare, riducono enormemente il pericolo di latirismo indotto da cicerchie. Perciò gustiamo pure le saporite cicerchie in ogni stagione, avendo cura di consumarle solo di tanto in tanto, in proporzioni normali e non per molti giorni di seguito.
Agli appassionati coltivatori di questa pianta si consiglia inoltre di fare attenzione alla conservazione dei semi in magazzino. Infatti, come i fagioli e le fave, possono essere attaccati da un insetto, un coleottero bruchide, il tonchio, conosciuto nel nostro dialetto col nome di ’a ar’gagghie, le cui larve, dopo essersi nutrite della parte interna del seme, lasciano evidenti fori di uscita e un cattivo gusto che li rende non commestibili.
Per quanto riguarda la preparazione, suggeriamo una lunga macerazione (24 ore o più) in acqua tiepida e salata, da rinnovare due o tre volte, da gettare via al momento della cottura e sostituire con acqua pulita non salata. Infine è indispensabile una lunga cottura con pentola a pressione per rendere le cicerchie più digeribili.
Con questo nobilissimo e antichissimo legume, contenente vitamine del gruppo B e fibre alimentari, povero di grassi, ma ricco in calcio e fosforo (elemento che lo rende ideale in caso di disturbi della memoria e di affaticamento cerebrale degli studenti e degli anziani), si possono preparare tante ricette. Per esempio squisiti maltagliati, pappardelle, lagane, baccalà, insalata e perfino un dolce. Servita fumante, d’inverno, dentro una calda pagnotta, con un filo d’olio e i profumi dell’orto, la cicerchia non può che favorire la convivialità. Anche per il cenone di San Silvestro, con il suo gusto inconfondibile, può sostituire tranquillamente la “cugina” lenticchia come contorno del classico zampone, per il quale si veda la seguente ricetta.
Ingredienti: zampone; 400 g di cicerchia; una cipolla; una costa di sedano; una carota; due cucchiai di olio extravergine di oliva; una foglia di alloro; 60 g di grasso di prosciutto.
Cuocere lo zampone per il tempo necessario. In una casseruola rosolare un trito finissimo di cipolla, sedano, carota e grasso di prosciutto battuto al coltello. Aggiungere la cicerchia precedentemente lessata, alloro, sale e pepe; coprire con acqua calda e cuocere a fuoco moderato per circa 40 minuti. Tagliare a fette lo zampone, adagiarlo su un letto di cicerchie e servire subito.☺
La cicerchia (Làthyrus sativus) è una delle leguminose da granella più antiche e più consumate dai nostri progenitori: reperti risalenti a 8.000 anni a.C. sono stati ritrovati infatti in Mesopotamia, mentre la sua coltivazione ebbe inizio intorno al 6.000 a.C. nell’area della Penisola balcanica. Gli antichi Greci la conoscevano come lathyro, mentre tra i Romani era nota come cicercula; anche Egiziani ed Ebrei se ne cibavano.
È una specie molto rustica, che si adatta a condizioni colturali estreme, quali terreni poveri e siccitosi, e che non abbisogna di concimi speciali o antiparassitari; è dotata anche di una buona resistenza alle basse temperature. Si semina all’inizio di aprile e si raccoglie in piena estate, estirpando dal suolo la pianta intera, carica di baccelli ormai maturi. Le piccole mennèlle, una volta formate, vengono battute e ventilate per separare la pula dalla granella. Un tempo, stipare fagioli, ceci e cicerchie era una garanzia per l’inverno che presto sarebbe arrivato.
La cicerchia trova le condizioni migliori per la sua coltivazione nelle regioni di Lazio, Marche, Molise, Puglia e Umbria, che hanno ottenuto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali il riconoscimento di prodotto agroalimentare tradizionale italiano. In particolare la regione Molise ha presentato all’EXPO di Milano proprio la cicerchia: quasi scomparsa dalle tavole almeno da cinquant’anni, oggi è stata riscoperta, valorizzata per la biodiversità vegetale e ambientale, e tutelata come alimento tipico della dieta contadina del passato. I piatti tipici che con essa si confezionano sono i protagonisti di diverse feste e sagre che hanno luogo nelle zone di produzione. Ricordiamo per esempio quella di Serra de’ Conti, vicino a Jesi, che si svolge alla fine di novembre, nei giorni 27, 28 e 29.
Dal sapore delicato, unico, che ricorda un po’ quello dei ceci e dei fagioli – con i quali mostra una certa affinità alimentare -, il seme della cicerchia è unico anche per la sua forma quadrangolare e molto irregolare, tanto che non se ne trovano mai due uguali.
Ma questi semi, come quelli delle altre leguminose ad alto apporto di proteine, contengono in quantità variabile anche una microtossina, sotto forma di un acido indicato sinteticamente con la sigla ODAP e considerato la causa della malattia detta latirismo, una patologia neurodegenerativa che può portare anche alla paralisi degli arti inferiori. Nei casi più gravi (ma estremamente rari) possono comparire perfino disturbi psichici. Anche alcuni animali, sia equini e suini, sia polli e ruminanti, che vengono alimentati con abbondanti pastoni a base di farine di cicerchia, possono essere colpiti da forme di intossicazione. Non bisogna tuttavia drammatizzare: è stato infatti dimostrato che il latirismo si verifica quando l’assunzione di cicerchie supera il 30% di tutti gli alimenti che costituiscono la dieta. Questa malattia era presente quindi solo in passato e in occasione di ricorrenti carestie, quando la cicerchia rappresentava il principale se non l’unico nutrimento per lunghi periodi. Inoltre, l’incidenza reale del latirismo nell’uomo è molto bassa, perché il metabolismo umano detossifica la molecola ODAP in un metabolita non tossico. Ed ancora, una attenta cottura, una coltivazione più razionale, la selezione di varietà meno ricche di neurotossina, una dieta varia ricca di alimenti diversi, com’è quella europea e italiana in particolare, riducono enormemente il pericolo di latirismo indotto da cicerchie. Perciò gustiamo pure le saporite cicerchie in ogni stagione, avendo cura di consumarle solo di tanto in tanto, in proporzioni normali e non per molti giorni di seguito.
Agli appassionati coltivatori di questa pianta si consiglia inoltre di fare attenzione alla conservazione dei semi in magazzino. Infatti, come i fagioli e le fave, possono essere attaccati da un insetto, un coleottero bruchide, il tonchio, conosciuto nel nostro dialetto col nome di ’a ar’gagghie, le cui larve, dopo essersi nutrite della parte interna del seme, lasciano evidenti fori di uscita e un cattivo gusto che li rende non commestibili.
Per quanto riguarda la preparazione, suggeriamo una lunga macerazione (24 ore o più) in acqua tiepida e salata, da rinnovare due o tre volte, da gettare via al momento della cottura e sostituire con acqua pulita non salata. Infine è indispensabile una lunga cottura con pentola a pressione per rendere le cicerchie più digeribili.
Con questo nobilissimo e antichissimo legume, contenente vitamine del gruppo B e fibre alimentari, povero di grassi, ma ricco in calcio e fosforo (elemento che lo rende ideale in caso di disturbi della memoria e di affaticamento cerebrale degli studenti e degli anziani), si possono preparare tante ricette. Per esempio squisiti maltagliati, pappardelle, lagane, baccalà, insalata e perfino un dolce. Servita fumante, d’inverno, dentro una calda pagnotta, con un filo d’olio e i profumi dell’orto, la cicerchia non può che favorire la convivialità. Anche per il cenone di San Silvestro, con il suo gusto inconfondibile, può sostituire tranquillamente la “cugina” lenticchia come contorno del classico zampone, per il quale si veda la seguente ricetta.
Ingredienti: zampone; 400 g di cicerchia; una cipolla; una costa di sedano; una carota; due cucchiai di olio extravergine di oliva; una foglia di alloro; 60 g di grasso di prosciutto.
Cuocere lo zampone per il tempo necessario. In una casseruola rosolare un trito finissimo di cipolla, sedano, carota e grasso di prosciutto battuto al coltello. Aggiungere la cicerchia precedentemente lessata, alloro, sale e pepe; coprire con acqua calda e cuocere a fuoco moderato per circa 40 minuti. Tagliare a fette lo zampone, adagiarlo su un letto di cicerchie e servire subito.☺
La cicerchia (Làthyrus sativus) è una delle leguminose da granella più antiche e più consumate dai nostri progenitori: reperti risalenti a 8.000 anni a.C. sono stati ritrovati infatti in Mesopotamia, mentre la sua coltivazione ebbe inizio intorno al 6.000 a.C. nell’area della Penisola balcanica. Gli antichi Greci la conoscevano come lathyro, mentre tra i Romani era nota come cicercula; anche Egiziani ed Ebrei se ne cibavano.
È una specie molto rustica, che si adatta a condizioni colturali estreme, quali terreni poveri e siccitosi, e che non abbisogna di concimi speciali o antiparassitari; è dotata anche di una buona resistenza alle basse temperature. Si semina all’inizio di aprile e si raccoglie in piena estate, estirpando dal suolo la pianta intera, carica di baccelli ormai maturi. Le piccole mennèlle, una volta formate, vengono battute e ventilate per separare la pula dalla granella. Un tempo, stipare fagioli, ceci e cicerchie era una garanzia per l’inverno che presto sarebbe arrivato.
La cicerchia trova le condizioni migliori per la sua coltivazione nelle regioni di Lazio, Marche, Molise, Puglia e Umbria, che hanno ottenuto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali il riconoscimento di prodotto agroalimentare tradizionale italiano. In particolare la regione Molise ha presentato all’EXPO di Milano proprio la cicerchia: quasi scomparsa dalle tavole almeno da cinquant’anni, oggi è stata riscoperta, valorizzata per la biodiversità vegetale e ambientale, e tutelata come alimento tipico della dieta contadina del passato. I piatti tipici che con essa si confezionano sono i protagonisti di diverse feste e sagre che hanno luogo nelle zone di produzione. Ricordiamo per esempio quella di Serra de’ Conti, vicino a Jesi, che si svolge alla fine di novembre, nei giorni 27, 28 e 29.
Dal sapore delicato, unico, che ricorda un po’ quello dei ceci e dei fagioli – con i quali mostra una certa affinità alimentare -, il seme della cicerchia è unico anche per la sua forma quadrangolare e molto irregolare, tanto che non se ne trovano mai due uguali.
Ma questi semi, come quelli delle altre leguminose ad alto apporto di proteine, contengono in quantità variabile anche una microtossina, sotto forma di un acido indicato sinteticamente con la sigla ODAP e considerato la causa della malattia detta latirismo, una patologia neurodegenerativa che può portare anche alla paralisi degli arti inferiori. Nei casi più gravi (ma estremamente rari) possono comparire perfino disturbi psichici. Anche alcuni animali, sia equini e suini, sia polli e ruminanti, che vengono alimentati con abbondanti pastoni a base di farine di cicerchia, possono essere colpiti da forme di intossicazione. Non bisogna tuttavia drammatizzare: è stato infatti dimostrato che il latirismo si verifica quando l’assunzione di cicerchie supera il 30% di tutti gli alimenti che costituiscono la dieta. Questa malattia era presente quindi solo in passato e in occasione di ricorrenti carestie, quando la cicerchia rappresentava il principale se non l’unico nutrimento per lunghi periodi. Inoltre, l’incidenza reale del latirismo nell’uomo è molto bassa, perché il metabolismo umano detossifica la molecola ODAP in un metabolita non tossico. Ed ancora, una attenta cottura, una coltivazione più razionale, la selezione di varietà meno ricche di neurotossina, una dieta varia ricca di alimenti diversi, com’è quella europea e italiana in particolare, riducono enormemente il pericolo di latirismo indotto da cicerchie. Perciò gustiamo pure le saporite cicerchie in ogni stagione, avendo cura di consumarle solo di tanto in tanto, in proporzioni normali e non per molti giorni di seguito.
Agli appassionati coltivatori di questa pianta si consiglia inoltre di fare attenzione alla conservazione dei semi in magazzino. Infatti, come i fagioli e le fave, possono essere attaccati da un insetto, un coleottero bruchide, il tonchio, conosciuto nel nostro dialetto col nome di ’a ar’gagghie, le cui larve, dopo essersi nutrite della parte interna del seme, lasciano evidenti fori di uscita e un cattivo gusto che li rende non commestibili.
Per quanto riguarda la preparazione, suggeriamo una lunga macerazione (24 ore o più) in acqua tiepida e salata, da rinnovare due o tre volte, da gettare via al momento della cottura e sostituire con acqua pulita non salata. Infine è indispensabile una lunga cottura con pentola a pressione per rendere le cicerchie più digeribili.
Con questo nobilissimo e antichissimo legume, contenente vitamine del gruppo B e fibre alimentari, povero di grassi, ma ricco in calcio e fosforo (elemento che lo rende ideale in caso di disturbi della memoria e di affaticamento cerebrale degli studenti e degli anziani), si possono preparare tante ricette. Per esempio squisiti maltagliati, pappardelle, lagane, baccalà, insalata e perfino un dolce. Servita fumante, d’inverno, dentro una calda pagnotta, con un filo d’olio e i profumi dell’orto, la cicerchia non può che favorire la convivialità. Anche per il cenone di San Silvestro, con il suo gusto inconfondibile, può sostituire tranquillamente la “cugina” lenticchia come contorno del classico zampone, per il quale si veda la seguente ricetta.
Ingredienti: zampone; 400 g di cicerchia; una cipolla; una costa di sedano; una carota; due cucchiai di olio extravergine di oliva; una foglia di alloro; 60 g di grasso di prosciutto.
Cuocere lo zampone per il tempo necessario. In una casseruola rosolare un trito finissimo di cipolla, sedano, carota e grasso di prosciutto battuto al coltello. Aggiungere la cicerchia precedentemente lessata, alloro, sale e pepe; coprire con acqua calda e cuocere a fuoco moderato per circa 40 minuti. Tagliare a fette lo zampone, adagiarlo su un letto di cicerchie e servire subito.☺
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