Vette di versi
«Nel corpo della montagna convivono i vivi e i morti, i miti e gli amici; tornano – quelli dell’altrove – come fiaccole a rivivere, parlano senza materia, muovono labbra di luce». Così inizia la nota che chiude Voragini di azzurro, la nuova raccolta di poesie di Adriana Tasin (Interno Libri 2025), aprendosi sotto una dedica particolare: «A nessuno qui dirò ti ho dedicato,/ perché in verità è a tutti, che sono uno solo». Si tratta di una raccolta di prose liriche e versi che evoca un intero mondo. L’autrice vive in Val Rendena, ai piedi delle Dolomiti, e canta le proprie montagne, ma non in modo scontato e banale, bensì puntando, e con tratti a volte intenzionalmente misteriosi, a evocarne il mistero e lo spessore simbolico, cosa che trasforma il canto delle vette in un canto della vita. Sono spesso poesie ‘dando del tu’ a interlocutori non meglio identificati, assorbiti nel paesaggio e nel destinatario totalizzante di cui nella ricordata dedica: forse amori, compagni/compagne di ascensioni, familiari si stagliano fra quelle cime e fra quelle rime – per usare una tecnica di apparentamento fonico cui Adriana Tasin ama ricorrere con frequenza («quasi ali… quasi sali», «e ti scusi per tutto quel sole che ancora porti/ e si compie da solo», «mi chiedo:/ ed io?/ e dio?/ se cado mi prende?», «e non c’è più nodo né modo che basti qui»…).
Colpisce la frequenza dei termini tecnici legati alle operazioni di arrampicata, ascesa, discesa, spesso delucidati in specifiche note a piè di pagina: tiro di corda, sostare, calare, «la via tracciata», «libera la via», chiodi nut friend, «a corda doppia», «sali a vista», «in free solo», cengia, camino, incrodato. Un’intera poesia è tessuta esclusivamente con i nomi di vari possibili nodi (p. 64). Queste attrezzature e operazioni di scalata sono anche metafore di un ‘salire’ e ‘discende- re’ (quando non ‘precipitare’) nell’esistenza, giungendo perfino a toccare – sempre tramite la sacra imagerie di quell’universo – trafile ospedaliere e drammaticamente funerarie (ma con la morte si allineano preferibilmente evocazioni del mare). Il tutto è reso ulteriormente espressivo dall’accorta dislocazione delle parole. Il libro è anche una ‘lezione di spazi’: chi scrive poesia ‘misura’ lungo i versi e attorno a essi le più accorte e definite amministrazioni del nero e del bianco: qui scalinature, macchie di neve, precipitati perpendicolari. Gli stessi tratti di vuoto fra i profili verbali sono icona di paesaggi montani, così come di eventi che li costellano sul fronte delle attività umane di appropriazione, conquista, libera (e rispettosa) e entusiasta fruizione delle loro balze e meraviglie. A dare un’idea della pasta emblematica di quanto concentrato in questa mattonella di carta, valga la poesia di p. 41 (dove «tirare» va inteso come tecnicismo del rampicare):
non è con le mani che devi tirare
è il pensiero che sale per primo
il peso del resto arriva dopo
o forse non arriva nemmeno
Spaccati di ambiente ti colpiscono folgoranti («a vederli quei paesi in lontananza che paiono pugni di luce nell’erba, a immaginarli quegli uomini nei rifugi che spiano il cielo dalle grate, ti impressioni per quanto tutto è piccolo e non manda rumore// è come se tutto di colpo apparisse illuminato nell’ ascolto»). E ancora
con le gambe in vetta, esposte all’ovunque
dal ciglio della sera chiedi – calciando vuoto –
aria su cui poggiare i piedi chiedi
pur sapendo che, se non in cielo,
lungo nessun’altra via potrai proseguire […]
Tu stesso ti trovi in una raccolta-rampicata-film, come allorché «nella sala cinematografica/ un alpinista arrampica sullo schermo/ lembi ripidissimi di montagna/ frammenti di vento spalancano visioni», e la voce narrante gli chiede (è uno dei suoi ‘tu’): «ma ti sei visto? riconosciuto?».
Giustamente in quarta di copertina si recupera una delle più icastiche mini-prose della sezione iniziale, dove i solenni profili che perlustreremo più a fondo, sono ritratti ancora da lontano:
le montagne a guardarle dal centro città paiono celesti, e blu le più vicine, mai diresti che sono di un altro colore e, quando
svaniscono al tramonto, restano a separare:
le radure | le case | i treni | i mari |
le pianure | le autostrade | l’ade |
