Non autosufficienza in molise
28 Luglio 2020
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Non autosufficienza in molise

Correva l’anno 2006 quando il governo Prodi istituì il Fondo nazionale per la non autosufficienza, allo scopo di fornire sostegno a persone con gravissima disabilità e ad anziani non autosufficienti, al fine di favorirne una dignitosa permanenza presso il proprio domicilio evitando il rischio di istituzionalizzazione, nonché per garantire, su tutto il territorio nazionale, l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni assistenziali. Tali risorse dovevano essere aggiuntive rispetto alle risorse già destinate dalle Regioni e dalle autonomie locali. Dal 2015 (governo Renzi) il fondo è individuato come strutturale per gli anni a venire, portando a 400 milioni di euro la dotazione, riportato quindi al suo massimo storico dell’anno 2009.

Tale fondo viene annualmente ripartito tra le varie regioni sulla base del numero di abitanti non autosufficienti e degli indicatori socioeconomici; ogni regione è però libera di stabilire i criteri e la modalità sulla base dei quali il fondo viene utilizzato ed i criteri di distribuzione tra le famiglie interessate.

Nella Regione Molise, solo una quota di tale fondo viene destinata direttamente alle persone con disabilità ed alle famiglie, attraverso bandi gestiti dagli ambiti sociali territoriali, che utilizzano criteri più o meno restrittivi per l’accesso (dettati della Regione), differenti a seconda del governo di turno, tanto è vero che negli ultimi anni sono state tante le criticità evidenziate dalle famiglie e dalle associazioni di categoria circa la gestione e l’utilizzazione di tale fondo.

Ad esempio, nell’anno 2017 contro la giunta Frattura, che decise di destinare alle famiglie solo il 20% delle risorse complessive, escludendo molti dei beneficiari, si alzarono vive proteste, all’esito delle quali la Regione decise di investire fondi propri (attual- mente erogati ai beneficiari solo in parte) per colmare la lacuna.

Vi è da dire che tuttora una parte più o meno variabile del fondo viene erogata direttamente alle famiglie, mentre la restante parte viene erogata agli ambiti sociali territoriali per le prestazioni sociosanitarie, anche quelle che in teoria dovrebbero essere finanziate con fondi propri della Regione.

In questi anni in Molise lo standard dei servizi erogati ai cittadini con disabilità, che avrebbe dovuto essere implementato grazie al fondo, non solo è rimasto pressoché invariato, ma negli anni sono cresciute le battaglie sociali tra i cittadini destinate all’‘ accaparramento’ dei fondi. Negli ultimi due anni, per esempio, per distribuire la quota FNA destinata alle famiglie, ci si è inventati un criterio di aggiudicazione denominato SVAMA, che comprende indicatori sociali, economici e sanitari, di fatto utilizzato per falcidiare la platea dei destinatari. A livello concreto, risultano maggiormente esclusi dai fondi i giovani con problemi esclusivamente motori, destinatari dell’indennità di accompagnamento ma non abbastanza “non autosufficienti” per la Regione Molise.

La giunta Toma, attraverso l’assessore Mazzuto, ha abbracciato fermamente questo criterio di riparto, creando ulteriori disuguaglianze tra i cittadini. Nell’ultima legge di bilancio, approvata nello scorso aprile, per cercare di tamponare queste inefficienze è stata finanziata anche la legge sulla vita indipendente (domanda: con quali fondi?), anche se in maniera del tutto insufficiente a coprire le esigenze del territorio, basti pensare che un singolo progetto di vita indipendente non può costare meno di 10.000 euro.

Per allargare la visione di fondo, si pensi che nel 2019 la regione Emilia Romagna ha investito 449 milioni di Euro di “fondi propri” per la non autosufficienza, una cifra unica in Italia, ma che è distante sideralmente dalla maniera nostrana di approcciarsi alla disabilità: il Molise non ha investito un centesimo di fondi propri, utilizzando esclusivamente i fondi strutturali nazionali per l’erogazione di “tutte” le prestazioni sociosanitarie destinate alle persone con disabilità.

La scarsezza di risorse crea una spaccatura insanabile tra le famiglie delle persone con disabilità, il terzo settore e le istituzioni, alle quale si può e si deve rispondere con maggiori investimenti, trasparenza e condivisione nella gestione delle risorse tra tutti gli attori sociali.☺

 

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