Pasolini e il ‘68
17 settembre 2018
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Pasolini e il ‘68

Siamo ai 50 anni dal ‘68 e si torna a discutere di quegli anni. A Molise Cinema si è discusso con Italo Moscati e con Ermanno Taviani di una pagina di quella storia lontana, densa di significati e troppo spesso dimenticata o letta con le lenti della banalità: il conflitto fra Pasolini e il movimento del ‘68. Questione in realtà molto complessa e stupidamente spesso risolta rievocando due episodi che hanno visto protagonisti Pasolini e i sessantottini: nella poesia “I giovani e il Pci” Pasolini si schiera con i poliziotti contro i borghesi studenti dopo gli scontri di Valle Giulia. A Venezia durante il festival del Cinema Pasolini viene cacciato da un’assemblea studentesca con tanto di sputi. Ma se andiamo oltre gli episodi e leggiamo in profondità la storia di quegli anni, emerge con grande chiarezza il legame profondo, il patrimonio comune del messaggio culturale, poetico e politico di Pasolini con le ragioni che ispirarono la rivolta degli studenti.

D’altronde è lo stesso Pasolini a dubitare di se stesso e dei suoi giudizi liquidatori sul ‘68. Concludendo la sua famosa poesia “I giovani e il Pci” pubblicata su l’Espresso all’indomani degli scontri di Valle Giulia, Pasolini scrive che forse sarà costretto a stare a fianco degli studenti nella “guerra civile” interna alla borghesia e della quale secondo Pasolini gli studenti sono i primi protagonisti. Ancora più esplicito il poeta-scrittore sarà in un articolo sul Tempo dell’autunno del 1969, quando scrive: “È stato un anno di restaurazione. Ciò che è più doloroso constatare è stata la fine del Movimento Studentesco, se di fine si può parlare (ma spero di no). In realtà la novità che gli studenti hanno portato nel mondo ha continuato ad operare dentro di me, ma credo ormai per tutto il resto della nostra vita”.

Scuola e mondo cattolico

La mia tesi è che il mancato incontro fra il grande scrittore, poeta e regista e “i sovversivi” sia stata una grande occasione persa sia per Pasolini sia per gli studenti che in quegli anni scrissero una nuova pagina nelle università e nella società italiana. Su ogni questione fondamentale è possibile trovare una comunanza di idee, di cultura, persino di orientamento politico fra il grande scrittore e il movimento del ‘68.

Sulla scuola, sulla formazione Pasolini scrive parole di fuoco, vorrebbe sospendere la scuola elementare che considera, insieme alla nefasta opera dei genitori, un luogo di “vera e propria diseducazione”. Pasolini chiede “il linguaggio delle cose”, l’educazione all’essere non con le parole, ma con l’amore e con la possibilità dell’amore. È la stessa radicalità con la quale i sessantottini criticano il sapere, l’università, la falsa neutralità della scienza, la divisione sociale del lavoro e la scuola separata dalla società e dai luoghi di produzione. È la stessa radicalità che portò l’intera generazione del ‘68 a rompere con il conformismo e con il conservatorismo dei propri genitori. Sia Pasolini che gli studenti hanno fame di libertà, detestano il vecchio mondo e vogliono il linguaggio di quelle verità che la logica del potere ha occultato e nascosto, ieri con la brutalità della forza, del ricatto clerico-fascista e oggi con la sirena dei consumi e della società del benessere.

Pasolini regista gira Il Vangelo secondo Matteo perché cerca e spera nel dialogo fra i credenti e i non credenti: il film verrà autorizzato dalla Chiesa e lo stesso artista dirà: “Forse, perché sono così poco cattolico che ho potuto amare così tanto il Vangelo”. Pasolini è conquistato dal messaggio di papa Giovanni XXIII, poi spera addirittura che Paolo VI possa essere il papa scismatico, capace di spezzare il rapporto fra la Chiesa e il potere. È una speranza che verrà delusa e lo stesso Paolo VI interverrà contro la scelta dell’OCIC (organismo centrale del Vaticano per il cinema) che aveva premiato Teorema, il film portato da Pasolini a Venezia. Tuttavia don Milani, la cittadella di Assisi e i suoi seminari, il messaggio evangelico, la forza del sacro contro l’inautenticità del consumismo restano per Pasolini un punto fermo nel suo percorso esistenziale, nella sua ispirazione di poeta, scrittore e regista. Questa vena profonda del mondo cattolico sarà fertile anche nel “caos” del ‘68, non solo perché molti cattolici socialmente impegnati saranno protagonisti nel Movimento, ma perché i temi della critica al potere e della società dei consumi, i princìpi della solidarietà e dei valori sociali rappresentano una corrente importante e fertile dello stesso ‘68.

Contestatori borghesi

Ma vi è qualcosa di più e più generale. Pasolini polemizza con gli studenti, perché li considera figli, complici della borghesia e anticomunisti. Figli, perché parte di quella borghesia che è sempre razzista e in qualsiasi luogo, complici, perché protagonisti della modernizzazione del sistema che Pasolini considera neofascista e infine anticomunisti, perché in conflitto con quei comunisti del PCI che rappresentavano, secondo Pasolini, l’alterità al capitalismo. Il vizio di una lettura sociologica della realtà ingannò Pasolini e gli impedì di comprendere quanto profonda fosse invece la rottura di quel movimento con il sistema dei “padri” e quanto radicale fosse la critica di settori importanti del movimento alla nuova società del benessere e a quel consumismo che era entrato come un veleno nei capillari della società italiana. Non a caso Marcuse, don Milani e la scuola di Francoforte ispirarono molti dei giovani di allora. Non solo, se Pasolini avesse superato la sua ostilità ideologica nei confronti del ‘68 avrebbe meglio compreso la profonda affinità politica con gli studenti ribelli sia nella critica durissima alla Democrazia Cristiana sia nella comune sensibilità verso quei diritti civili negati dal “regime clerico-fascista” e infine avrebbe intuito che la famosa “alterità e la natura rivoluzionaria” del PCI erano ormai un ricordo del passato più che una virtù del presente.

Certo gli studenti pochissimo fecero per incontrare Pasolini, troppo condizionati dai loro ideologismi e dai loro minoritarismi. Alla fine tutti perdemmo una grande e fertile occasione.

Pasolini cacciato dagli studenti a Venezia rivolto a Sofri disse: “Sì, ma tu mi ami”. Non solo Sofri, ma molti in quel movimento amavano Pasolini, e se fosse sbocciato un amore dichiarato fra Pasolini e il ‘68, è certo che Pasolini non sarebbe finito solo e abbandonato. Ed è anche certo che quel movimento, che poi fu trascinato da tanti cattivi maestri per sentieri senza via di uscita, avrebbe invece trovato in Pasolini un buon maestro.☺

 

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